Odore di madre

…sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

(Pier Paolo Pasolini)

 

Non sono mai stata una “lady”.

Siamo purtroppo, sovente, quello che volevano fossimo i nostri genitori.
In particolare la madre.
E lei, la  mia,  poverella, mi voleva prima maschio e poi knock-out come rivale nella probabilmente per lei mai superata personale costellazione edipica.
Quindi sono cresciuta odiando lo specchio, vedendomi sempre troppo magra o troppo grassa.
Un calimero.

Le cose da donne, come la gonna e i tacchi, mi hanno sempre fatto sentire fuori posto.
E non sono diventata anoressica o bulimica solo perché il mio istinto di vita mi ha protetto con una bella nevrosi.
Così ho cominciato a studiare a tema, filosofia e psicologia.

Sono guarita solo a 34 anni, con un pancione e dodici chili in più, a vedermela da sola, senza madre e compagno, appunto, forse solo perché diventare madre ti attiva tutto quello che di biologico c’è nella parola “donna”, che per quanto voglia essere stata repressa, esplode con il miracolo della procreazione.

Mia madre, al contrario, era la quintessenza della femminilità.
Bella senza difficoltà, dopo la nascita dei figli si sentiva sempre inadeguata.
Tinture, meches, parrucchiere, trucco, estetista, diete senza successo…

E come Cenerentola io dovevo starle dietro pur senza accedere (a lungo non autorizzata, se non in adolescenza avanzata…ma era troppo tardi per la mia, di femminilità) a questi riti delle meraviglie.

Così, odori, colori e rumori a tema si sono sedimentati dentro di me da quando ho memoria, almeno da quando avevo circa tre anni.
Se chiudo gli occhi e mi fanno annusare un make-up, io so dire se è un fard piuttosto che una terra o un ombretto. Lo dico per far capire la pregnanza dei miei ricordi sensoriali.

C’era una cosa che lei usava regolarmente quasi in modo ossessivo e che invece  io odiavo, perché ti lasciava in testa quel film appiccicoso ed innaturale, specie sulla frangia.
La lacca.
Difficilmente le lacche hanno un differente odore.
Si somigliano tutte.
In particolare, quelle a bomboletta.
In particolare, quelle più commerciali.

 Stasera sono andata a ripescarla dal mobile, una storica, di quella lacca, non so nemmeno da quanto tempo stesse lì.
Non penso abbia dieci anni, penso l’abbiamo comprata io o le mie sorelle chissà per quale occasione, ma la marca era sempre la stessa…quella che usava mia madre.
L’ho presa perché i ricci sono un pò così stasera e non sapevo come sistemarli, e la frangia andava più del solito per conto suo.

E non l’avrei mai pensato.
 Non avrei mai pensato che ancora adesso, se uso quella lacca per i capelli, sento l’odore di mia madre, come se attraversasse il corridoio della casa e non solo quello dell’assenza di quasi dodici, lunghi anni.

Esami ed esami

Il fallimento
è l’origine del successo.
(Proverbio giapponese)

…E’ noto che sono una che non si arrende.

Sono un Toro, sono nata con Saturno depresso in Cancro, Luna a suo agio in Scorpione, Sole luminoso in Leone e con il resto del quadro astrale tipico dei tormentati filosofi introspettivi dell’epoca contemporanea.

E dei testardi.
E dei sognatori.

Nonostante gli ostacoli siano stati e siano molti, oggettivi, sociali ed emotivi, non mi arrendo. A maggior ragione da quando non mi arrendo non solo per me, ma anche per un monellino di ormai 5 anni…resta sempre lui, ogni giorno, il mio banco di prova più importante.

A proposito di prove e di esami…ci sono esami ed esami.

Non parlo di facilità o difficoltà. Parlo di cosa comportano. Cosa aprono, cosa chiudono, cosa significano nella tua vita.
Io d’esami ne ho fatti tanti.
L’esame di laurea di Psicologia, con mio figlio di un anno, che piangeva in braccio, solo io e lui a Roma, senza nessuno della famiglia che aveva interesse a venire  a sostenermi, è sicuramente stato un esame particolarmente importante per me.

Eppure, con tutti quelli sostenuti, incluso quello della laurea con lode a Filosofia, quello di oggi è stato il più importante fino ad ora, per la mia anima, a 39 anni e rotti.

Perché vengo da un lungo periodo in cui non davo esami, e mi chiedevo se ne fossi ancora capace.
Non solo.

Perché a questo esame qualcuno non voleva proprio ci accedessi.
Sono stata mortificata in ogni modo da chi in un primo tempo, mi formava per tale superamento. Sono stata mortificata per evidenti pregiudizi personali e non per giudizi oggettivi sulle mie capacità e la mia preparazione.

Mi è stato addirittura detto che evidentemente non ero capace, con un figlio ed un lavoro, e che forse, addirittura, non ero portata per la disciplina.

E ci stavo per credere.

Ma c’è stato qualcun altro, chi per amore e chi non solo per quello, ma anche per grande competenza umana e professionale, che mi ha ricordato di guardarmi allo specchio,  spalla sinistra verso il riflesso.

Dallo specchio l’immagine del mio tatuaggio mi rimanda il monìto di Δελφοί,  ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ, nosce te ipsum,  che scelsi alla laurea per ricordarmi due cose fondamentali: Primo, che sono un essere umano, con limiti e soggetto a cadute e fallimenti, che necessita di imparare ad essere meno severa con se stessa. Secondo, impegnarmi per rialzarmi ogni volta, trovando nella difficoltà un barlume di opportunità.

Così oggi il superamento di questo esame è per chi diceva che essere madre single e lavoratrice a tempo pieno mi rendeva inabile. A chi diceva che forse non era cosa mia. A chi per pregiudizi, invidie, vissuti irrisolti con figure parentali attualizzate in alcune dinamiche formative, non è riuscito ad essere oggettivo con me e la mia preparazione. A chi non sapeva che sono testarda, che mi metto e studio di notte, nel treno, in bagno, che mi iscrivo ad altri corsi, che li faccio anche via e-learning, che abbraccio altri orientamenti, che mi faccio aiutare da chi è già sul campo per imparare in modo più efficace, per raggiungere il mio obiettivo.

E’ per loro, il mio successo di oggi.
Perché gli altri… gli altri lo sapevano perfino quando non ci credevo più nemmeno io, che quel fallimento sarebbe stato il mio trampolino di lancio.

Un successo pieno, perché oggi tra l’altro mi è stato detto “Lei insegna, dottoressa, vero? Perché è chiarissima quando spiega..” Ed io prima lusingata e poi fiera “della mia bandiera” ho specificato”oh no…io “sono” al Suo gestore telefonico, faccio tutta un’altra cosa nella vita, rispetto ai miei titoli… “

…E poi mi hanno dato trent’anni…meglio di così, oggi, questo esame non poteva andare :)

Stabia, 23 Settembre

Ho visitato e potrò visitare luoghi meravigliosi, che ruberanno un pezzo della mia anima come è accaduto per Lucca o Siracusa, ma nessun posto potrà mai avere la poesia di Stabia, specie quando le mezze stagioni, per un momento, ne diventano padroni.
Oggi venendo giù dalla collina i passeri cantavano sottovoce, per non disturbare il passaggio dell’Autunno: un vento regale, vestito d’azzurro, che come il pifferaio di Hamelin ha richiamato a sé uno stormo di foglie e aghi di pino: piovevano foglie nel sole.
Delle inquiline stagionali nemmeno l’ ombra, nessun garrito. La gara  canora era tra i gabbiani, lontani dal mare, e la brezza fogliosa.  Giù, la città sonnecchiava ancora,  la costa appena schiumosa baciata dal vento regale, corridoi di luce tra i vicoli del centro antico. E gli alberelli sulla via arrossiti e ingialliti, come timidi passanti tra il cemento.
Stabia è come questa  bimba zingara che mi ha appena teso la mano per una moneta: scurita ed impolverata, che con i suoi grandi occhi ed il suo sorriso ti lasciano con una stretta al cuore, perché ci vedi l’anima che pochi si fermano a guardare.
Ne vedono solo lo scurore e la polvere.
Così arriva l’Autunno sul lungomare, sulle colline, sul castello e sulle ville di Stabia.

A me resta il colore del grano.

…A me resta il colore del grano.
( Antoine-Marie-Roger de Saint-Exupéry)

All’autunno che viene, con le foglie dei platani ormai color grano, il cielo che sbuffa di grigio afoso ed i mattini freschi di rugiada.

Ci sono sere

Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo.

(Giacomo Leopardi)

Ci sono sere che, naso all’insù, il cielo ti appare troppo lontano anche solo per il luccichìo di una stella.

La luna chissà dove se ne è andata, con chi ha tradito il tuo bisogno di luce.

Trascini stanca le gambe, ti chiedi cosa mai ti avrà sfiancato tanto quella giornata.

E quella volta celeste così lontana pure ti pesa: come se fosse il mondo intero a pesarti sulla schiena, non il tuo zainetto.

Così ti inventi un sorriso, lo rubi dal cane che ti osserva dal balcone, dal bambino che ti carezza, dalla brezza della sera, dal riff di una canzone,

Dovresti fare tante cose ma hai solo voglia di poterti riposare, sfruttando la scia del sorriso per inventare un sogno.

Dormendo, così che nessuno te lo possa sgualcire come sgualcita è la tua anima,
certe sere.

Di canzoni ed emozioni

 

So many adventures couldn’t happen today
So many songs we forgot to play
So many dreams swinging out of the blue
We let them come true...

(Alphaville, Forever Young)

 

La cosa più bella che possa capitare ad una persona che come me vive di musica è scoprire che una canzone che ti emozionava ed era la colonna sonora dei tuoi giorni ma che nel tempo era diventata una pugnalata al cuore per il dolore e l’amore perduto che evocava, tanto da non poterne ascoltare più nemmeno la prima nota senza cominciare a piangere, oggi ti emoziona di nuovo e ancora.

E la pugnalata è ora trasformata come la brezza al tramonto, che ti mette nel cuore un respiro più profondo, come quando metti i piedi in acqua, al mare, ed è fresco ma è quello che cercavi… rigenerarti e rinfrescarti.
Come quando senti un odore e ti riporta a qualcosa di antico, conosciuto e caro, di cui non hai ricordo, né immagine, né nome, ma ti dà la sensazione indefinita e immotivata di allegrezza e sai che è legato a qualcosa di importante, di bello, ma soprattutto di tuo, che nulla e nessuno ti potrà mai rubare.
Così prendi la tastiera, la chitarra, ti trovi gli 11 accordi che compongono quell’armonia e improvvisi un canto, come quando facevi un pò di tempo fa, quando cantavi per non essere triste…e cantavi al bambino che avevi in grembo, ogni giorno una nuova canzone, per insegnargli che la felicità è un’affannosa ricerca quotidiana.
Ora canti per celebrare che sei felice, e che si può far pace con una canzone…che significa in fondo far pace con noi stessi.

E il tuo bimbo ti guarda e sorride…e vuole suonare con te.

 

. . . curioso.

. . . Curioso.
Il  viaggiatore alla mia sinistra legge un libro di Salvatore di Giacomo, quello alla mia destra legge un libro di Gabriel Garcia Marquez.
Ed io in mezzo.
Che scrivo.
Su un tablet.
Scrivo un romanzo che forse nessuno leggerà mai, ma che in fondo è  forse già pubblicato.
Scrivo di nuvole rosa appoggiate sul settembre malinconico di Napoli, di ricordi che bruciano come la neve al sole, di un treno che mi porta a casa ma anche lontano.
Scrivo di pensieri grigi per un’amica in ospedale, di sorrisi luminosi di quel bimbo rom per il quale giocare seduto a terra nel vagone é come volare, scrivo di rinunce, speranze e paure.
Scrivo una pagina del romanzo della mia vita.

#iovivoconnesso

Il supermercato dei bambini

. . . Sul leitmotiv della filosofia sulla morte,  mio figlio ieri sera a bruciapelo mi ha chiesto se l’avessi preso in un supermercato di bambini. La mia espressione un pò inebetita deve averlo un pò spiazzato, così ha raffinato la domanda: “. . . e hai scelto me nel supermercato?”

Mi sono passate tante spiegazioni belle e ad effetto, pensavo a Tagore, al Karma. . .
. . . alla fine ho cercato di rispondere come sentivo, mentre era seduto in braccio a me e gli chiedevo se giustamente avesse valutato da solo questa ipotesi sulla sua origine o gli fosse stata suggerita.

Ovviamente produzione propria.

Gli ho detto quello in cui credo, mio figlio non voglio crescerlo in una religione -le religioni generano guerra- ma nella spiritualità e nella fede(L’ altro giorno non so come gli è uscito, mi ha chiesto se anche lui aveva un angelo vicino che lo proteggeva, ed io ovviamente gli ho detto di si, perché ci credo fortemente).
Gli ho detto che prima di nascere noi siamo in una dimensione diversa, come le fate nelle favole.  Che siamo un pò come gli angeli, e che lui è arrivato perché si è sentito chiamare dall’Amore che mamma sentiva ed è diventato bambino.

“È cominciata quel giorno, la mia Storia?”, mi ha chiesto.

“Si, amore. . . diciamo di si”

“È finirà il giorno che moriro’?”
(Eccolo qui, mi son detta, lo aspettavo. . .)

“La Storia non finisce quando si muore, amore. . . poi quando impari a leggere bene ti faccio capire perché…ma sicuramente non finisce soprattutto perché si è nel cuore di chi ti vuole bene. . . “

Non è sembrato molto convinto. Mi ha abbracciato forte e mi ha detto che lui non vuole andare da nessuna parte senza di me. Ed io gli ho detto che ovviamente non ci va!
Ma a tratti certi discorsi fanno paura più a me che a lui.

“Comunque se ci fosse stato un supermercato dei bambini, con tanti bimbi, io avrei scelto sempre e solo te, amore!”

Così, il suo sorriso ha dissipato ogni paura ed il successivo argomento di conversazione è diventato come superare un labirinto di un giochino sul tablet.

Qualcosa di indubbiamente più gestibile. . .

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Pendolare d’agosto

. . .Freschi i mattini di agosto, quando è ancora troppo presto e le rondini aspettano che il sole ricordi loro che no, non è già tempo di migrare, per uscire e decidere del monopolio quotidiano del tuo filo d’antenna.
Lo specchio rimanda un’immagine di te pensierosa, perché aspettare di partire per le vacanze a fine estate vuol dire anche che, dopo, l’autunno con le sue partenze ed i suoi arrivi ti sommergerà  un pò come il mal tempo di mare di questa atipica estate.
Solo i passeri sono temerari subito dopo l’alba, loro che sono avvezzi al clima di collina. Ed è con il loro allegro buongiorno all’ultima decade del mese che passi le vie sileziose del piccolo borgo, dove la vita è più lenta, dove scorgi sguardi di piccoli amici un pò ovunque, e  gatti come spiriti delle strade ad ogni incrocio.
Scendere giù dalla collina è come fare un viaggio nella storia e nella geografia della città, con il Vesuvio che sembra cingere ogni cosa con il suo abbraccio di mare.
Giri i canali della radio distrattamente, e compagnie di bollettini e notiziari riempiono l’auto di un mondo più grigio.
Così finisci su “the sound of silence”ed ogni cosa ritorna al suo posto: l’azzurro, i sampietrini, i pensieri. . . un topolino che hai lasciato a dormire da solo e che sai la sua prima parola al risveglio sarà “mamma, dove sei?” e tu speri si ricorderà che dovevi tornare a lavoro.. . vorresti sapesse già leggere come si deve, per potergli lasciare un messaggio per il risveglio… poi ti ricordi che lui sa leggere i tuoi pensieri -almeno sovente ti sembra così – e allora tutto ti sembra veramente apposto.
Così, via, al mattino, in agosto, in otto minuti sei alla stazione.
Ed il treno ovviamente è in ritardo.
Ma ora ci sono le rondini. . .

Si può fare

 

…e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome
come la valle canta l’eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta la storia delle onde.
(K. Gibran)

 

 

Stamattina mi sono svegliata con mille pensieri sul futuro, ho più di una cosa da dover sistemare, e non è tanto facile farlo.
Guardavo mio figlio dormire beato, come quei gatti stiracchiati sui parapetti al sole, col faccino sereno, e all’improvviso la mia unica domanda, è stata: “ma se non avessi fatto tutti quegli errori in questa mia vita “sgangherata”che alla fine mi hanno portato a te, oggi cosa sarebbe della mia vita?”

Ho avuto a lungo una vita grigia fuori e colorata dentro.
Mio figlio ha portato i colori anche fuori, facendo della mia vita la grande avventura che nemmeno avrei pensato poter vivere.

Allora mi sono detta che qualunque cosa debba sistemare, con questi colori si può fare :)

 

meekimago2014

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