A Gabriel Garcia Marquez

 

La vita non è quella che si è vissuta,
ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Gabriel Garcia Marquez (Aracataca, 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014)

“Tante cose ho imparato da voi uomini…
Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità risiede nella forma di risalire la scarpata.
Ho imparato che quando un bambino appena nato stringe con il suo piccolo pugno, per prima volta, il dito del padre, lo racchiude per sempre.
Ho imparato che un uomo ha diritto a guardarne un altro dall’alto solo per aiutarlo ad alzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto apprendere da voi, ma in verità a molto non avrebbero a servire, perché quando mi metterete dentro quella borsa, infelicemente starò morendo.
Di’ sempre ciò che senti e fai ciò che pensi.
Se sapessi che oggi sarà l’ultimo giorno in cui ti vedrò dormire, ti abbraccerei forte e pregherei il Signore affinché possa essere il guardiano della tua anima.
Se sapessi che questa è l’ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti bacerei, e ti richiamerei per dartene ancora.
Se sapessi che questa è l’ultima volta che ascolterò la tua voce, registrerei ogni tua parola per poter riascoltarla una ed un’altra volta all’infinito.
Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti in cui ti vedo ti direi “ti amo” senza assumere, scioccamente, che lo sai di già.
Sempre c’è un domani e la vita ci da un’altra opportunità per fare bene le cose, ma se sbaglio e oggi è tutto ciò che mi resta, mi piacerebbe dirti che ti voglio bene, e che mai ti dimenticherò.
Il domani non è assicurato a nessuno, giovane o vecchio.
Oggi può essere l’ultimo giorno che vedi coloro che ami.
Perciò non aspettare più, fallo oggi, perché se il domani non dovesse mai arrivare, sicuramente lamenterai il giorno che non hai preso tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio, e che sarai stato troppo occupato per concedere un ultimo desiderio.
Mantieni coloro che ami vicini a te, di loro all’orecchio quanto ne hai bisogno, amali e trattali bene, prenditi tempo per dirgli “mi dispiace”, “perdonami”, “per piacere”, “grazie”, e tutte le parole d’amore che conosci.
Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti.
Chiedi al Signore la forza e la saggezza per saperli esprimere; e dimostra ai tuoi amici quanto t’importano.”

Johnny Welch

*Adios Gabo…Gracias*

E cresci

Quando si smette di crescere
si incomincia a morire.
(William Burroughs)

. . . Cresci anche quando decidi di resistere al copione di stereotipie malsane che hanno contraddistinto la tua vita. E, ora che sei madre, lo fai presente al genitore che ti vede sempre e solo come la figlia sgangherata.
Mò basta, però.
Scusami, sono madre, nello specifico la madre di mio figlio, se non te ne sei accorto.
I consigli sono una cosa, la manipolazione un’altra.
Il fatto che sia figlia è un’altra cosa.
Non ci finisco più in questa comunicazione e relazione paradossale, in cui “non sei capace perché non fai come dico io ma tanto anche se fai come dico io resti un’incapace”.
No grazie.
E che soddisfazione quando, facendo come non è mai stato fatto, come non si voleva tu facessi, come non sembrava potesse esserci il successo,  si realizza che la tua decisione, la tua scelta, è stata la più funzionale, quindi la più vincente con tuo figlio.

Grande soddisfazione.
E cresci un pò di più.

Felicità in pillole #1

. . .la felicità è una stanza arancione con un bimbo che canticchia una canzone della tua infanzia, un lampadario a palla che dondola al respiro di Aprile e un uomo che ti tiene la mano, mentre con l’altra armeggia le istruzioni di montaggio Ikea. . .

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Di perizia e creatività (ad una mosca)

Noi troveremo una strada,
oppure ne apriremo una nuova.
(Annibale Barca)

…Ho superato nei miei quasi 39 anni cose ben più “complicate” -per usare un eufemismo- di una frustrata, fissata ad uno stato edipico non ben definito ma sicuramente narcisista che, presa da invidia e da opportuno senso di inferiorità, vuole per forza provare -per quel poco di potere che ha inerente alle sue sparute competenze- a non farmi sentire all’altezza.
Essere creativi vuol dire soprattutto trovare un’altra strada, quando quella principale te la vogliono murare.
Ed io sono avvezza a trovarmene veramente tante, di alternative.
Addirittura a crearle ex novo, se necessario.
Non mi fermo mai, non mi faccio atterrare!
Fermarsi in certi casi è l’equivalente di morire.

L’unica cosa buona che diceva il padre di mio figlio, senza nemmeno sapere che significa in inglese.
“Sei un caterpillar”, diceva.
Lui nemmeno lo sa, che “caterpillar” vuol dire bruco.
Quello che rinasce farfalla, per intenderci…

…Quindi, signora frustrata/tra l’orale e l’edipico/narcisista, non ho bisogno di asfaltarti come facilmente si fa con una mosca su escrementi di cani randagi che finisce sotto un caterpillar con tutto il suo pranzo, per dimostrare qualcosa.
Non ne vedo la necessità.
Sei una mosca sulla cacca.

Ed io ti ricordo, sono di un’altra razza animale.

Semplicemente, cambio strada!
(e già immagino la tua faccia quando mi re-incontrerai tra qualche tempo! Povera te…)

Preferisco i folli ai malati di mente

Questo è il più sicuro sintomo di pazzia:
i matti sono sempre sicuri di stare benissimo.
Soltanto i sani sono disposti ad ammettere che sono pazzi.
Nora Ephron

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro.
E se tu riguarderai a lungo in un abisso,
anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.
Friedrich Wilhelm Nietzsche

…Parliamone.

Non parlerò in questa sede del fatto che io sia contro la chiusura degli OPG, ma di ben altro.

Mi tocca, in questa fase della mia vita più di altre, io che potrei aprire una clinica psichiatrica  per le ossa che mi sono fatta, nella mia vita,  tra ” folli, matti, e borderline “, per parlare terra-terra…

Escludo gli innumerevoli nevrotici, altrimenti mi ci devo includere…   :)

… Ci ho fatto una tesi sopra. Quella in psicologia.
Dagli studi sulla malattia mentale all’ontologia della follia.
Appunto per questo, perché mi ci sono fatta le ossa dentro la non normo-nevroticità … ma se la scrivessi ora mi verrebbe molto meglio.

Dicevo, parliamone.

Come si fa a gestire una persona che NON è dichiarata pericolosa per se stesso e/o per gli altri, ma lo è?

Che nessuno vuole prendersi (ancora) la responsabilità di dichiarare pericolosa?

Ma perché gli addetti, i “patentati” a farlo, preferiscono non “etichettare”?
Ma come si sentono quando quel genitore che hanno considerato “idoneo”, un mattino fa fuori i figli ?
E senti i giornali -ma, soprattutto, le persone che circondavano questi malati -che dicono “da tempo soffriva di depressione”, ” nessuno pensava che….”

…ma come “nessuno pensava che…?”

Ma manco quello psicologo, quello psichiatra, quell’ospedale, quel perito… Quel medico, per esempio,  che deve valutare uno che è in una galera “normale” perché giudicato capace di intendere e di volere all’atto del crimine e che da  qualche hanno “ha buona condotta” in carcere, quel medico, dicevo, che firma per l’uscita del detenuto perché “non più pericoloso” e il detenuto appena fuori ripete esattamente lo stesso crimine dopo nemmeno due mesi?

Mi si obietterà che c’è un margine di errore alla scienza. Figuriamoci a quella medica, e psichiatrica. E/o psicologica.

Oh, certo.

Ma a me sembra, da filosofo e da “psicologo”, che da Foucault, Lacan e Basaglia ad oggi, complice anche una società “assurda”, folle, da “doppio legame” si è passati all’estremo opposto.
La depressione è normalità ( e tutto ormai viene chiamato “depressione”, che invece è una cosa seria);
il paranoico, che per difendersi ti denuncia e ti minaccia ad ogni tuo gesto ovviamente vissuto come pericoloso per lui,  è solo uno da comprendere ed assecondare;
l’ossessivo-compulsivo, che ti leva l’aria in ufficio e letteralmente “lo spazio vitale” perché se non lo fa si sente leso nei suoi diritti,  è solo uno altamente funzionale;
il bipolare, che preghi tutto il calendario che sprofondi al più presto nella fase depressiva perché  nemmeno ti fa dormire la notte e che invece viene curato come un depresso tutto l’anno (ma, soprattutto, lui dice che sta benissimo e che il malato sei tu che lo perseguiti) perché senno viene “marchiato”…

…Si dice che Van Gogh fosse bipolare…e la Virginia Woolf, e tanti altri geni creativi…ma, io mi chiedo… se questa gente invece di uccidersi avesse ucciso qualche parente o amico, oggi staremo parlando di  “geni folli” o di pazzi criminali?

Altro che malati di mente…

…Non è una questione di sfumature del linguaggio, o solo di punti di vista.
E’ una questione di sostanza.

La differenza sta tra essere folli ed essere malati.
Specie quando queste persone con disagio psichico di creativo hanno solo la pasta di sale, e fanno peraltro mestieri che, nella loro non-lucidità, possono danneggiare più gente di quanto si creda…

Bisogna ridurre il margine di errore. Bisogna lavorare in dieci se necessario, per confrontarsi. Bisogna verificare di anno in anno la competenza di chi lavora per identificare  o valutare i gravi disturbi psichici.

Vorrei semplificare il dibattito gnoseologico sui termini.
Diciamo banalizzare, e stravolgerlo.

Leggerlo a mio modo.

Allora diciamo che un  “folle” è uno che la società vede come a-normale. A-tipico.
Dis-adattato, a volte.
Un creativo, và.
Quasi sempre solo creativo.
Uno originale, ma “di buona forma”, come si dice nel Rorschach.
Uno che ha trasformato la sua crepatura in un vaso di fiori.

Un “malato mentale” è invece uno che valuti e dici che la sua follia non è contenuta.
Non è di buona forma.
Straborda se stesso. 
La  sua crepatura è quella bocca del baratro nella fossa delle Marianne, in cui si è perduto.

Se si taglia un orecchio, come Van Gogh, tu lo supponi che può anche provare ad ammazzarsi, o no?
Il problema è come capire che lo possa fare PRIMA che si tagli l’orecchio.
E se, oltre a farsi male, potrà pensare anche di far del male.

Il fatto è che spesso si vede.

I sintomi, come un’ iniziale adenomegalia in medicina, ci sono. 
Non è che ti metti e  liquidi il tutto come un’allergia.
Specie se si ripresenta ciclicamente.
Ti metti ed indaghi.
E può essere un’allergia.
O un’infezione,
o una leucemia.
Bisogna indagare, il sintomo sembrerebbe lo stesso, ma se guardi bene non è il solo.
E fa la differenza.

Anche nel grave disagio psichico.
Solo che la società malata fa finta di non vedere, perché in colpa o perché latrice della crepa.
Ed il malato diventa sano.
Non capirà mai che ha bisogno di consapevolezza e cura.

E non verrà aiutato in tempo.

Ed è così che abbiamo la cronaca piena di morti per lo più evitabili.

Shibboleth, Turbine Hall, Tate Modern, Unilever series, By Doris Salcedo 2007-08

Shibboleth, Turbine Hall, Tate Modern, Unilever series, By Doris Salcedo 2007-08

…Parlando di crepe, mi è venuta in mente una crepa che vedevo da bambina.
Abitavo in affitto in un palazzo al centro, vicino al mare.
Dall’esterno, signorile, perfetto.
Quel palazzo all’ingresso di ogni abitazione, accanto alle porte,  aveva una crepa dall’alto verso il basso sulla parete, che attraversava tutto l’edificio.
Si diceva che era storica, che era lì da quanto il palazzo, che era strutturale, ma che pareva ogni anno allargarsi un granellino di più.
Avevo cinque anni, e il mio dito ci entrava tutto.
Nella penombra del corridoio senza finestre, illuminato solo da quella del soggiorno lontano, ero terrorizzata a stare da sola all’ingresso.
Un giorno ho capito perché.
Era la crepa.
Perché  quel sibilo come un lamento, leggero, quasi impercettibile, pressoché costante, all’ingresso, non era un fantasma.
Una mattina, fattami coraggio, improvvisando un mantello ed uno scudo, naso e crepa, capii che l’odore di antico e di polvere, di salsedine, muffa e cemento armato mischiati assieme, non era il respiro della casa.
Era una crepa.
Solo una crepa nel muro.
Il palazzo aveva una crepa.
Mica era normale che un palazzo avesse una crepa…lo sapevo anche a cinque anni.
Allora la mia paura divenne il dubbio che il palazzo si sarebbe potuto “rompere”… mica mamma e papà l’avrebbero potuto mantenere in piedi…
Lo seppi nemmeno tanto dopo, se si poteva rompere, quando ci sfrattarono per il sisma dell’ 80, quando quel buon gran vecchio palazzo lì in mezzo fu uno dei pochi che non crollò…ma per un pelo.

Fu allora che imparai che fa più paura la realtà che la fantasia.

Questo è il tempo

Che cosa fanno i bambini tutto il giorno?
Fabbricano ricordi.
(Dino Risi)

Non c’è niente, niente al mondo più vicino alla parola ” felicità” del sorriso di un figlio, e del sapere che se sorride è grazie a te, che hai scelto di lasciare tutto a lavoro, appena hai visto la primavera carezzare il pomeriggio, hai corso alla stazione per non perdere quel treno, hai fatto un viaggio allucinante nel dd dell’ora di punta del rientro solo per quello.
Per vedere la sua gioia negli occhi e nella voce, scarrozzando con la bici per il viale.

Perché nulla potrà ridarci questi giorni di primavera.
Perché è questo il tempo in cui lui sia un bambino.
Ed io sua madre, che deve prendersi cura della sua felicità.

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Risveglio di domenica in collina

Risveglio in collina.
Sopra di te la”Sailing” di Christopher Cross da tua cugina che pare abbia deciso di mettere la filodiffusione visto il volume. . .
Fuori dalla finestra,  da dove arriva un giorno sereno, un chiacchericcio di passeri  per il dominio dell’albero più vicino.
Nella penombra della stanza, con la mano di tuo figlio che stringe la tua dormendo, ascolti.
E senti che il silenzio può avere anche queste voci, ed è il silenzio più bello.
Quello pieno di un momento di pace.

Impressioni di Aprile

« Un cavalier, chiamato messer Neri degli Uberti, con tutta la sua famiglia e con molti denari uscendone, non si volle altrove che sotto le braccia del re Carlo riducere; e per essere in solitario luogo e quivi finire in riposo la vita sua, a Castello a mare di Stabia se n’andò;
e ivi forse una balestrata rimosso dall’altre abitazioni della terra, tra ulivi e nocciuoli e castagni, de’quali la contrada è abondevole, comperò una possessione, sopra la quale un bel casamento e agiato fece, e allato a quello un dilettevole giardino, nel mezzo del quale, a nostro modo, avendo d’acqua viva copia, fece un bel vivaio e chiaro, e quello di molto pesce riempiè leggiermente. »

(Giovanni Boccaccio, Decameron, VI novella, X giorno)

Vi invito ad un viaggio, un viaggio da fare in Aprile.
In Aprile in una sera uggiosa, di pioggia lieve, che scivola come neve sui platani e i castagni, gli ulivi e i tetti, e sulle strade, accaldati da uno scirocco bizzarro che ha rubato la scena allo zefiro.
Un viaggio in collina, con un piano in cuffia, per esempio “Lake Eire Rainfall” di Jim Brickman.
Un viaggio a piedi, non abbiate paura di bagnarvi.  Copritevi con un antipioggia leggero, con un bel cappuccio che avvolga testa e cuffia.
Non aprite l’ombrello, se lo avete.
Quello no.
Lasciate l’auto, copritevi bene come vi ho detto, e cominciate a camminare.
Lentamente.
A testa bassa, come pensierosi, nella sera di collina.
Sotto la pioggerella, avviate la musica con il volume che copra appena i passi.
E sentite.
Sentite la pioggia che attraversa il pianoforte, che vi carezza leggera il capo.
Sentite il profumo di sparuti camini, ultimo baluardo della fredda stagione, che non si arrendono all’esplosione di glicini e gelsomini.
Sentite l’odore di terra bagnata, che sembra autunno e invece è solo un capriccio del mese incipiente.
Sentite l’eco della città nelle luci distanti del golfo, mentre tra le viuzze pallidi lampioni proiettano l’ombra degli alberi del viale come giganti a guardia del mondo, e di quell’ unico angolo di cielo rischiarato da cui si affaccia il pianeta rosso.
Il piano è diventato i vostri passi ora.  Che sono leggeri come la pioggia.

Vi verrà voglia di guardare il cielo, credetemi.
Allora vi bagnerete il viso…ma sarà come un bacio per voi.
E non avrete più voglia di smettere di camminare.
Almeno fino a quando il calpestìo delle foglie, di quell ‘inverno scivolato tra le pieghe del tempo,  tornerà la nota dominante del vostro viaggio.
E saprete che sarà tempo di tornare a casa.

stabiae

Boschi di Quisisana

Per quel tuo sguardo unico

Per quel tuo sguardo
unico,
tra l’emozionato e l ‘imbarazzato
tra l’innamorato e l’appassionato
tra l’eccitato ed il sorpreso
tra il guardarmi ed il mangiarmi
tra la fuga prima fra i tavoli, poi fra le nuvole
tra il sorriso accogliente e quello sarcastico
un pò incredulo,
io ti amo.

Come i bambini

E’ nei tuoi occhi
che vedo la primavera più luminosa
della mia vita
è tra le tue braccia
che sento le carezze del vento d’estate
pizzicato dal profumo del mare
E’ sulle tue labbra
che la vita
non mi ubriaca lasciandomi disfatta
in mattini vuoti
ma m’inebria
come i bambini
davanti alla meraviglia del Natale…

(AmaliaConte75)

L'amore che tranquillizza il cuore in pace piena, regalami. (R. Tagore)

L’amore che tranquillizza il cuore
in pace piena,
regalami.
(R. Tagore)

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