Frammenti di un pensiero amoroso #1

A volte il silenzio
è una poesia recitata dal cuore
non dalle labbra
solo per non fare rumore.
La sente solo chi
sa parlarne il linguaggio.

Squarci di racconto #1

Colui che finalmente si accorge quanto
e quanto a lungo fu preso in giro,
abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà;
cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso,
la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori,
poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati.

(F. W. Nietzsche)

(…)

La sera rincorreva l’auto sulla bretella autostradale, lasciando alle ombre il compito ingrato di inghiottire in un attimo il giorno morente.
Nell’abitacolo, con una radio che sommessamente accompagnava le news delle diciannove, una mano appoggiava su quella sistemata sul cambio, e mentre lui raccontava di storie nemmeno tanto lontane, lei guardava fuori.
Lo specchietto retrovisore addolciva quell’attimo, riflettendo luci nel crepuscolo rosa, e finestre che affacciavano su chissà quali pensieri, quali dolori.
Lei guardava fuori per farsi rapire da qualche cosa che non fosse quella fitta dolorosa.
Era un dolore sordo, di quei dolori come quegli incubi da bambina, quando sai che sognerai sempre quella inquietante sequenza, e non puoi farci nulla, andrà così e nessuno ti sveglierà finché non l’avrai attraversato tutto, il sogno, e sarai uscita, da sola…senza qualcuno che ti stringa perché si accorga che dormi agitata.
Era quel tipo di dolore che ti lascia l’impressione che quello che senti non basta, non basta alla persona cui stringi la mano, perché una parte di quella persona, in fondo, non è mai con te perché forse non lo vuole essere, per te.
All’improvviso, la galleria fece l’amore con le ombre e tutto sparì, salvo due fari che incrociarono l’auto.
Lei guardò lui, che guardava la strada, mentre ancora raccontava, illuminato come un dio pagano.
Ci sarebbe voluto un incantesimo, per far scomparire dai propri occhi quel velo di malinconia misto a senso di abbandono, così lei decise di pensare al giorno prima, quando tutto sembrava perfetto.
Sotto casa, lei gli chiese se l’amasse.
Lui ovviamente disse di sì.
Lei gli chiese se ci credesse, quando glielo diceva. Era accaduto, infatti, che altri le avessero detto di amarla, ma quello che recitavano era una poesia dei sensi che durava il tempo di una stagione della mente.
Lui gli disse di stare tranquilla.
Ma lei non lo era. Come quei cani randagi bastonati a sangue, alcune cicatrici bruciavano ancora, salate da sguardi e gesti attuali.
Cosi gli diede un bacio, scese dall’auto e si incamminò versò casa.
Fu la luna a mettere in fuga le ombre sulla collina, mentre dal mare nubi come spettri mandavano lampi, come segnali nella notte a qualche demone nascosto.
Lei restò alla finestra, il freddo che avanzava con il vento, e poi la pioggia sottile ed intensa, improvvisa e ritmata.
Quei brividi, come uno schiaffo, la riportarono alla solitudine di quel momento.
Che era il senso di quella fitta dolorosa.

Era riuscita a darle un nome.
Solitudine.

(…)

(© A.C.75 *Amalia dei vulcani*work in progress*)

Come è difficile crescere

Tutti i bambini crescono, meno uno.
Sanno subito che crescono, e Wendy lo seppe così.
Un giorno, quando aveva tre anni, e stava giocando in giardino,
colse un fiore e corse da sua madre.
Doveva avere un aspetto delizioso,
perché la signora Darling si mise una mano sul cuore ed esclamò,
-Oh, perché non puoi rimanere sempre così!-
Questo fu quanto passò fra di loro circa l’argomento,
ma da allora Wendy seppe che avrebbe dovuto crescere.
Tu sai questo quando hai due anni.
Due anni sono l’inizio della fine.

James M. Barrie, Peter Pan

Mio figlio questa sera mi ha fatto tanta tenerezza.
Avendo, come ogni anno, due regalini per la festa dei nonni, per la prima volta ne ha voluto portare uno sopra dalla zia dichiarando che voleva darlo a lei e recitare la poesia anche per lei.
Mia zia si è commossa, ed io mi sono commossa due volte.
Quando l’ha recitata a lei e quando l’ha recitata a mio padre.
Perché c’era nel suo volerlo recitare a nonno e a zia(e così dare un senso al fatto che ne avesse ricevuto due), nel suo tono, e al contempo nel suo sguardo perso, rivolto alla stanza dentro sé, la stanza con l’eco delle paroline che si susseguono, quasi la necessità solenne del rito, della formula magica.
Di quelle che esorcizzano fantasmi e paure.
Di quelle che celebrano gli affetti che senti.
La verità è che comincia veramente a crescere, a pensare e sentire il vuoto dell’assenza di chi non c’è, a cercare di “normalizzare” la sua famiglia atipica.
A non aver paura che le domande siamo più dolorose delle risposte.
A non aver paura che le persone, altre persone, ti abbandonino.
E come’ è difficile crescere…

Odore di madre

…sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

(Pier Paolo Pasolini)

 

Non sono mai stata una “lady”.

Siamo purtroppo, sovente, quello che volevano fossimo i nostri genitori.
In particolare la madre.
E lei, la  mia,  poverella, mi voleva prima maschio e poi knock-out come rivale nella probabilmente per lei mai superata personale costellazione edipica.
Quindi sono cresciuta odiando lo specchio, vedendomi sempre troppo magra o troppo grassa.
Un calimero.

Le cose da donne, come la gonna e i tacchi, mi hanno sempre fatto sentire fuori posto.
E non sono diventata anoressica o bulimica solo perché il mio istinto di vita mi ha protetto con una bella nevrosi.
Così ho cominciato a studiare a tema, filosofia e psicologia.

Sono guarita solo a 34 anni, con un pancione e dodici chili in più, a vedermela da sola, senza madre e compagno, appunto, forse solo perché diventare madre ti attiva tutto quello che di biologico c’è nella parola “donna”, che per quanto voglia essere stata repressa, esplode con il miracolo della procreazione.

Mia madre, al contrario, era la quintessenza della femminilità.
Bella senza difficoltà, dopo la nascita dei figli si sentiva sempre inadeguata.
Tinture, meches, parrucchiere, trucco, estetista, diete senza successo…

E come Cenerentola io dovevo starle dietro pur senza accedere (a lungo non autorizzata, se non in adolescenza avanzata…ma era troppo tardi per la mia, di femminilità) a questi riti delle meraviglie.

Così, odori, colori e rumori a tema si sono sedimentati dentro di me da quando ho memoria, almeno da quando avevo circa tre anni.
Se chiudo gli occhi e mi fanno annusare un make-up, io so dire se è un fard piuttosto che una terra o un ombretto. Lo dico per far capire la pregnanza dei miei ricordi sensoriali.

C’era una cosa che lei usava regolarmente quasi in modo ossessivo e che invece  io odiavo, perché ti lasciava in testa quel film appiccicoso ed innaturale, specie sulla frangia.
La lacca.
Difficilmente le lacche hanno un differente odore.
Si somigliano tutte.
In particolare, quelle a bomboletta.
In particolare, quelle più commerciali.

 Stasera sono andata a ripescarla dal mobile, una storica, di quella lacca, non so nemmeno da quanto tempo stesse lì.
Non penso abbia dieci anni, penso l’abbiamo comprata io o le mie sorelle chissà per quale occasione, ma la marca era sempre la stessa…quella che usava mia madre.
L’ho presa perché i ricci sono un pò così stasera e non sapevo come sistemarli, e la frangia andava più del solito per conto suo.

E non l’avrei mai pensato.
 Non avrei mai pensato che ancora adesso, se uso quella lacca per i capelli, sento l’odore di mia madre, come se attraversasse il corridoio della casa e non solo quello dell’assenza di quasi dodici, lunghi anni.

Esami ed esami

Il fallimento
è l’origine del successo.
(Proverbio giapponese)

…E’ noto che sono una che non si arrende.

Sono un Toro, sono nata con Saturno depresso in Cancro, Luna a suo agio in Scorpione, Sole luminoso in Leone e con il resto del quadro astrale tipico dei tormentati filosofi introspettivi dell’epoca contemporanea.

E dei testardi.
E dei sognatori.

Nonostante gli ostacoli siano stati e siano molti, oggettivi, sociali ed emotivi, non mi arrendo. A maggior ragione da quando non mi arrendo non solo per me, ma anche per un monellino di ormai 5 anni…resta sempre lui, ogni giorno, il mio banco di prova più importante.

A proposito di prove e di esami…ci sono esami ed esami.

Non parlo di facilità o difficoltà. Parlo di cosa comportano. Cosa aprono, cosa chiudono, cosa significano nella tua vita.
Io d’esami ne ho fatti tanti.
L’esame di laurea di Psicologia, con mio figlio di un anno, che piangeva in braccio, solo io e lui a Roma, senza nessuno della famiglia che aveva interesse a venire  a sostenermi, è sicuramente stato un esame particolarmente importante per me.

Eppure, con tutti quelli sostenuti, incluso quello della laurea con lode a Filosofia, quello di oggi è stato il più importante fino ad ora, per la mia anima, a 39 anni e rotti.

Perché vengo da un lungo periodo in cui non davo esami, e mi chiedevo se ne fossi ancora capace.
Non solo.

Perché a questo esame qualcuno non voleva proprio ci accedessi.
Sono stata mortificata in ogni modo da chi in un primo tempo, mi formava per tale superamento. Sono stata mortificata per evidenti pregiudizi personali e non per giudizi oggettivi sulle mie capacità e la mia preparazione.

Mi è stato addirittura detto che evidentemente non ero capace, con un figlio ed un lavoro, e che forse, addirittura, non ero portata per la disciplina.

E ci stavo per credere.

Ma c’è stato qualcun altro, chi per amore e chi non solo per quello, ma anche per grande competenza umana e professionale, che mi ha ricordato di guardarmi allo specchio,  spalla sinistra verso il riflesso.

Dallo specchio l’immagine del mio tatuaggio mi rimanda il monìto di Δελφοί,  ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ, nosce te ipsum,  che scelsi alla laurea per ricordarmi due cose fondamentali: Primo, che sono un essere umano, con limiti e soggetto a cadute e fallimenti, che necessita di imparare ad essere meno severa con se stessa. Secondo, impegnarmi per rialzarmi ogni volta, trovando nella difficoltà un barlume di opportunità.

Così oggi il superamento di questo esame è per chi diceva che essere madre single e lavoratrice a tempo pieno mi rendeva inabile. A chi diceva che forse non era cosa mia. A chi per pregiudizi, invidie, vissuti irrisolti con figure parentali attualizzate in alcune dinamiche formative, non è riuscito ad essere oggettivo con me e la mia preparazione. A chi non sapeva che sono testarda, che mi metto e studio di notte, nel treno, in bagno, che mi iscrivo ad altri corsi, che li faccio anche via e-learning, che abbraccio altri orientamenti, che mi faccio aiutare da chi è già sul campo per imparare in modo più efficace, per raggiungere il mio obiettivo.

E’ per loro, il mio successo di oggi.
Perché gli altri… gli altri lo sapevano perfino quando non ci credevo più nemmeno io, che quel fallimento sarebbe stato il mio trampolino di lancio.

Un successo pieno, perché oggi tra l’altro mi è stato detto “Lei insegna, dottoressa, vero? Perché è chiarissima quando spiega..” Ed io prima lusingata e poi fiera “della mia bandiera” ho specificato”oh no…io “sono” al Suo gestore telefonico, faccio tutta un’altra cosa nella vita, rispetto ai miei titoli… “

…E poi mi hanno dato trent’anni…meglio di così, oggi, questo esame non poteva andare :)

Stabia, 23 Settembre

Ho visitato e potrò visitare luoghi meravigliosi, che ruberanno un pezzo della mia anima come è accaduto per Lucca o Siracusa, ma nessun posto potrà mai avere la poesia di Stabia, specie quando le mezze stagioni, per un momento, ne diventano padroni.
Oggi venendo giù dalla collina i passeri cantavano sottovoce, per non disturbare il passaggio dell’Autunno: un vento regale, vestito d’azzurro, che come il pifferaio di Hamelin ha richiamato a sé uno stormo di foglie e aghi di pino: piovevano foglie nel sole.
Delle inquiline stagionali nemmeno l’ ombra, nessun garrito. La gara  canora era tra i gabbiani, lontani dal mare, e la brezza fogliosa.  Giù, la città sonnecchiava ancora,  la costa appena schiumosa baciata dal vento regale, corridoi di luce tra i vicoli del centro antico. E gli alberelli sulla via arrossiti e ingialliti, come timidi passanti tra il cemento.
Stabia è come questa  bimba zingara che mi ha appena teso la mano per una moneta: scurita ed impolverata, che con i suoi grandi occhi ed il suo sorriso ti lasciano con una stretta al cuore, perché ci vedi l’anima che pochi si fermano a guardare.
Ne vedono solo lo scurore e la polvere.
Così arriva l’Autunno sul lungomare, sulle colline, sul castello e sulle ville di Stabia.

A me resta il colore del grano.

…A me resta il colore del grano.
( Antoine-Marie-Roger de Saint-Exupéry)

All’autunno che viene, con le foglie dei platani ormai color grano, il cielo che sbuffa di grigio afoso ed i mattini freschi di rugiada.

Ci sono sere

Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo.

(Giacomo Leopardi)

Ci sono sere che, naso all’insù, il cielo ti appare troppo lontano anche solo per il luccichìo di una stella.

La luna chissà dove se ne è andata, con chi ha tradito il tuo bisogno di luce.

Trascini stanca le gambe, ti chiedi cosa mai ti avrà sfiancato tanto quella giornata.

E quella volta celeste così lontana pure ti pesa: come se fosse il mondo intero a pesarti sulla schiena, non il tuo zainetto.

Così ti inventi un sorriso, lo rubi dal cane che ti osserva dal balcone, dal bambino che ti carezza, dalla brezza della sera, dal riff di una canzone,

Dovresti fare tante cose ma hai solo voglia di poterti riposare, sfruttando la scia del sorriso per inventare un sogno.

Dormendo, così che nessuno te lo possa sgualcire come sgualcita è la tua anima,
certe sere.

Di canzoni ed emozioni

 

So many adventures couldn’t happen today
So many songs we forgot to play
So many dreams swinging out of the blue
We let them come true...

(Alphaville, Forever Young)

 

La cosa più bella che possa capitare ad una persona che come me vive di musica è scoprire che una canzone che ti emozionava ed era la colonna sonora dei tuoi giorni ma che nel tempo era diventata una pugnalata al cuore per il dolore e l’amore perduto che evocava, tanto da non poterne ascoltare più nemmeno la prima nota senza cominciare a piangere, oggi ti emoziona di nuovo e ancora.

E la pugnalata è ora trasformata come la brezza al tramonto, che ti mette nel cuore un respiro più profondo, come quando metti i piedi in acqua, al mare, ed è fresco ma è quello che cercavi… rigenerarti e rinfrescarti.
Come quando senti un odore e ti riporta a qualcosa di antico, conosciuto e caro, di cui non hai ricordo, né immagine, né nome, ma ti dà la sensazione indefinita e immotivata di allegrezza e sai che è legato a qualcosa di importante, di bello, ma soprattutto di tuo, che nulla e nessuno ti potrà mai rubare.
Così prendi la tastiera, la chitarra, ti trovi gli 11 accordi che compongono quell’armonia e improvvisi un canto, come quando facevi un pò di tempo fa, quando cantavi per non essere triste…e cantavi al bambino che avevi in grembo, ogni giorno una nuova canzone, per insegnargli che la felicità è un’affannosa ricerca quotidiana.
Ora canti per celebrare che sei felice, e che si può far pace con una canzone…che significa in fondo far pace con noi stessi.

E il tuo bimbo ti guarda e sorride…e vuole suonare con te.

 

. . . curioso.

. . . Curioso.
Il  viaggiatore alla mia sinistra legge un libro di Salvatore di Giacomo, quello alla mia destra legge un libro di Gabriel Garcia Marquez.
Ed io in mezzo.
Che scrivo.
Su un tablet.
Scrivo un romanzo che forse nessuno leggerà mai, ma che in fondo è  forse già pubblicato.
Scrivo di nuvole rosa appoggiate sul settembre malinconico di Napoli, di ricordi che bruciano come la neve al sole, di un treno che mi porta a casa ma anche lontano.
Scrivo di pensieri grigi per un’amica in ospedale, di sorrisi luminosi di quel bimbo rom per il quale giocare seduto a terra nel vagone é come volare, scrivo di rinunce, speranze e paure.
Scrivo una pagina del romanzo della mia vita.

#iovivoconnesso

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