Una vita in 240 secondi -I-

…Giorgio è un mio cliente.

Nel senso che è un cliente della mia azienda… perciò dico che è un mio cliente.
Giorgio sbaglia coda. Ha bisogno di alcune disattivazioni….e finisce per parlare con me, perché non sa come parlare con l’assistenza. Giorgio non vive più in Italia da anni, e la scheda gli serve per parlare con la moglie in Brasile. Già, perché lui vive in Brasile da tanti anni. Si è sposato tardi, con una brava donna, come la definisce lui. Non fa che elogiare questa persona che per lui è una sorella, una madre, un’amica, oltre che la sua amata. Mi commuove tanta devozione.
Mi dice che vive in estate tutto l’anno…e che onestamente alla sua età si è amche scocciato. Vorrebbe rivedere un Natale con la neve,e cerca di convincere la sua amata, resistente. Nonostante il suo grande amore, quindi, Giorgio torna in Italia ogni anno, nella sua Toscana, per i tre mesi estivi. Ma, dice, dopo un mese gli viene la nostalgia della moglie.
E domani è il compleanno di questo mio cliente. Ogni anno decide di passarlo qui… solo.
Perché? Gli chiedo.
Perché, mi risponde con un tono in minore, “anche se un po’ è triste da soli, lo passo a casa mia”.
Il signor Giorgio la sua casa non l’ha con sé in Brasile; l’ha lasciata tra quattro mura sotto l’Abetone tanti anni fa, quando ha deciso di trovare lavoro lontano.
Il signor Giorgio domani compirà gli anni che avrebbe avuto mia madre. Non glielo dico, ma gli dico che domani potrà pensare che qualcuno in Italia penserà a lui facendogli gli auguri.
E lui: “bello…come la figlia lontana che non ho”.
Giusto.
Ho finito le disattivazioni. Sono passati poco più di 240 secondi.
Saluto il signor Giorgio, che ringrazia. felice.
Ho incontrato una vita intera in un tempo medio di conversazione.

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Published in: on 12 giugno 2018 at 9:00 AM  Lascia un commento  

Essere Madre (sola)

L’amore della madre eleva il difetto del figlio alla dignità della bellezza.
(Massimo Recalcati)
Essere madre sola significa gioire per i progressi e soffrire per le difficoltà del proprio figlio come il navigatore in solitaria: in quest’avventura l’unica cosa che ti guida è il vento, la tua vela e le stelle. Per affrontare il mare, la tua meraviglia e il tuo peggior nemico, non hai altro supporto. E piangi e gioisci solo.
Essere madre sola vuol dire che il fatto di non poter chiamare la tua mamma e disperarti con lei a telefono quando troppi giorni gira storto fa più male.
Vuol dire giocare a pallone e raccontare fiabe. A volte anche contemporaneamente. Assumere su di se’ la funzione materna e paterna. Essere luogo normativo e di cura. Essere l’equilibrio tra il “sì” ed il “no” e talvolta ingaggiare una lotta contro se stessi per questo.
Essere madre sola vuol dire imparare a smettere di vergognarsi di arrivare tardi a lavoro: non avendo il dono dell’ubiquità, e dovendo gestire anche la neurodiversità del tuo capolavoro, smetti anche di dispiacerti di aver bruciato le possibilità di carriera. Questo non vuol dire arrendersi a non avere una vita economicamente e con migliori soddisfazioni: anzi studi ancora, cerchi di migliorare…solo che ci sono momenti che sei veramente stanca, e chiedi solo un po’ di stasi, di bonaccia.
Essere madre sola e di un capolavoro di neuroatipicità, vuol dire assumersi completamente la responsabilità dei percorsi di supporto, delle attività, della progettualità per fare di tuo figlio un bambino che un giorno possa essere un uomo autonomo e felice.
Vuol dire non dormire la notte quando lui è agitato e quando agitata lo sei tu, per valutare le scelte migliori… quindi dormire sempre troppo poco e male.
Vuol dire dimenticare di essere stanca, strofinarsi gli occhi senza trucco e i capelli arruffati – che vedono il parrucchiere una volta all’anno – e continuare ad andare avanti.
Essere madre sola non vuol dire dimenticarsi di essere donna: vuol dire però che devi inventarti ad esserlo in modo diverso.
Essere madre sola di un neuroatipico vuol dire non smettere mai di imparare a sognare. Vuol dire non smettere mai di domandare. Vuol dire immaginare sempre altre dimensioni. Non dare mai per scontato nessuna sensazione, nessuna percezione…nessuna parola o musica.
Vuol dire restare di sasso quando, nella sua “inflessibilità”, tuo figlio decide che non c’è festa senza regalo e, non avendo a chi chiederlo, delega tua zia per comprarti un regalo per la festa della mamma…e te lo porge serio serio. E tu non puoi nemmeno piangere, perché per lui piangere significa essere triste, e l’ossimoro “piangere di gioia” non lo digerisce, e lo incupisce.
E quando alla fine ti senti dire e scrivere “grazie a te mi sento fortunato e amato” ti dici che probabilmente sei sulla strada giusta per la felicità.
E come lui, ti senti fortunata e amata, in questo deserto in cui essere madre è l’oasi che lo rende paradiso.

Published in: on 13 maggio 2018 at 4:16 PM  Lascia un commento  
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Genetliaco

Vivere significa nascere a ogni istante.
La morte subentra quando il processo della nascita cessa.
(Erich Fromm)

 

Mi piace molto Mark Twain quando dice che i giorni più importanti di una persona sono due: quando nasci e quando capisci perché sei nato.
Io sono nata in tarda mattinata, con comodo, in un sabato mattina di fine aprile di ben quarantatré anni fa, in una città per un giorno piena di sole invece che di vento, con un cimitero di fronte a casa mia dove riposano alcuni tra i miei poeti e scrittori preferiti. Con l’odore del mare a circondare ogni respiro, e i gabbiani in alto.
E non sono nata a Napoli, ma sono Stabiese.
Ci ho messo parecchi anni per cominciare a capire perché sono nata, io: e forse, se mi sbrigo, riuscirò a capirlo meglio prima di diventare troppo vecchia per pensarci o morirci prima 🙂
Diciamo quindi che ho cominciato: ho preso coraggio, anche il coraggio di dire che non ce la faccio, quando tutto e tutti dicono che sei forte e ce la devi fare.
Ho preso coraggio per ritirarmi, se sento che non riesco a finire una competizione.
Ho preso coraggio per dire che ci sono cose più importanti, e che la cosa più importante, oltre a mio figlio, sono io.

Per il mio compleanno vorrei dire grazie. 
Grazie innanzitutto a chi mi ha fatto e a chi continua a farmi male: perché finalmente ho imparato a mandarli a quel paese e metterli al loro posto (che è più o meno un bagno pubblico). Se non lo avessero fatto, o se avessero smesso, forse non sarei mai evoluta in questo senso.
E poi grazie invece a chi, da vicino e da lontano, mi aiuta. Al preside e alle maestre di mio figlio, che mi aiutano a formare un piccolo grande uomo. A qualche psicologo e ad un neuropsichiatra speciale, che ci supportano. Al musicoterapeuta, e alla maestra Ausilia che è il nostro angelo custode. Al gruppo doposcuola, che è anche il campo estivo.
Vorrei dire grazie al sincero affetto di pochi. Ai loro sorrisi. A zia su, e al mio cugino famoso che è stato il primo a darmi gli auguri, stanotte 🙂
Alla parola cara di una collega e del capo. All’affetto di Tina. All’abbraccio di Emilia.
Alla mano tesa di Lucia, ogni giorno da otto anni, quella sponda che aiuta il  fiume a non esondare anche nei giorni di diluvio.
A Pietro che mi risponde sempre e mi aiuta con il suo grande cuore.
A Mariangela con i suoi cuori che non mi abbandonano mai.
Ai Maurizio che da lontano mi pensano sempre, come Tonia.
A Maria mia cugina e al cugino Antonino. E a Mary, dal cuore grande che trova sempre un attimo per me.
Grazie alla serata di ieri. Al tramonto sul porto, alle amiche e ad una mezza luna capovolta e luminosa. 
Vorrei dire grazie a molti di voi lontani e vicini grazie ad internet. Alle mamme della casa del sole. Ai gruppi di ADHD e Autismo che mi fanno vedere le cose molto più chiare.
Grazie a mio figlio che è il mio faro, quello che sei chiatta e brutta e ti dice, appena sveglia, “mamma, ma lo sai che sei bellissima?”
Il fatto è che ci crede veramente, lui, a quello che dice.
E grazie a Dio, che mi aiuta a non mollare…e a vedere sempre il mondo come quando ero piccola piccola.
Con gli stessi colori, anche se un po’ sbiadite dalle tristezze occorse nel tempo.
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Filosofia da quasi novenni

Guardate le stelle e non i vostri piedi. Provate a dare un senso a ciò che vedete, e chiedervi perché l’universo esiste. Siate curiosi.
(Stephen Hawking)

… Non so bene quante madri, di sera, prima di addormentarsi, devono sostenere con il proprio figlio di quasi nove anni una non semplice dissertazione che parte dalla differenza tra fiaba e favola (e la constatazione, da parte del bambino, che il titolo “favola di Adamo ed Eva”di Max Gazzè contiene un errore concettuale) continua con le ipotesi sulle prime fiabe e sui miti e finisce con la teogonia e le ipotesi di conciliazione creazione divina e Big Bang…e sulla concettualizzazione dell’ubiquita’, infinita’ ed eternità di Dio…
So solo che specie di sera, dopo una giornatina che ti raccomando, non è facile aiutare a porre domande, non a dare risposte, ad un bimbo che constata “chissà perché ce lo immaginiamo come noi, Dio, che cammina…”
Parlare di calcio no, eh?
Fortuna che ho studiato filosofia, va’…😬

Anche questa è neurodiversita’.

… Ma tutto questo Alice non lo sa

…Scavando tra cianfrusaglie del passato ieri sera ho trovato pupazzetti e portachiavi, che mio figlio prontamente ha sequestrato.
C’era anche un luminoso anello di plastica, riflettente come una biglia, giallo giallo.
Mio figlio mi ha chiesto se poteva prenderlo.
L’ho guardato…proprio maschile non era…
“Ti piace, amore? Lo vuoi?”
“Vorrei regalarlo, mamma…”
Si è fatto tutto rosso, e mi ha guardato dritto dritto negli occhi per un istante. “Tu sai a chi…” ha aggiunto tornando a guardare l’anello.
Lei non lo sa che per mio figlio è la sua fidanzata. Che si è emoziona quando le sta vicino. Che a lui piace perché gli sorride ed è gentile con lui. Che gli piace perché lei ride, se lui fa il pagliaccio…le piace perché riesce a farla ridere.
Tutto questo, Alice non lo sa.
Ed io lo guardo, e lo vedo un po’ più grande. E so che da certe delusioni, da quei dolori che strappano l’anima, io non potrò difenderlo.
Potrò solo abbracciarlo, e dire che ci sono.

Declinazioni di immaturità affettive

“L’attrattiva del bambino poggia in buona parte sul suo narcisismo, sulla sua autosufficienza e inaccessibilità, al pari del fascino di alcune bestie che sembrano non occuparsi di noi, come i gatti e i grandi animali da preda. Nelle raffigurazioni poetiche che ne vengono date, perfino i grandi criminali e gli umoristi ci avvincono per la coerenza narcisistica con cui sanno tener lontano tutto ciò che potrebbe rimpicciolire il loro Io”
(Sigmund Freud)

 

… Diciamo che per esperienza emotiva personale le riconosci subito.
Maschi e femmine, dico. Persone.
Anzi no.
Non le riconosci subito… anche se qualche sospetto ti viene, strada facendo. 
Le riconosci subito dopo.
Le riconosci quando se ne vanno.
Improvvisamente.
Ah no: non se ne vanno. Scompaiono. Come un click sui social. Così come sono arrivati.
Persone che sembrano che senza di te non possano vivere. Improvvisamente. Con questo amore esploso come la primavera…che a te, visti i precedenti, accende sempre un campanellino d’allarme…
… Ma, poiché c’è il deserto attorno a te, quel sorriso, quella mano tesa, quella voce calda a telefono…quell’ospitalità, quel calore…chi ti chiama sorella, chi ti vorrebbe quasi sposare, chi dice che sei un tesoro e chi ti dice che sei una speciale…
…Ti illudi che siano persone “normali”.
Perché ne hai bisogno.
Hai bisogno di persone normo-nevrotiche, che ti vogliano bene, molto semplicemente, senza orpelli. Senza l’otto-volante di cui pare queste persone hanno assolutamente bisogno…un amore semplice, come un giardino in fiore.
Eh già.
Ma è indubbio: non sono “normali”. Fanno parte di quella categoria il cui termine abusato nel gergo comune ha annebbiato l’importanza della categoria di disturbati.
Sono narcisisti.
Senza offesa, eh.
Ma è così.
Forse sei tu, col tuo bisogno, ad attirarle come calamite.
Tu che sei ferro e loro invece vedono oro.
Ma resta un fatto: sono persone che sono completamente centrate su sé. E non “in senso buono”. La relazione con te, ad ogni livello che sia, serve a confermare  la propria grandiosità. E vai con i fuochi d’artificio. Che durano cinque minuti. Il tempo che il confronto evidenzi sia il fatto che tu sei ferro e non oro, sia che non soddisfi adeguatamente la loro, continua e vana ricerca di grandiosità che ha lo scopo di obliare il loro intimo disagio e senso di piccolezza.
Intendiamoci: spesso non feriscono apposta. 
Almeno si spera.
Perché il fatto di scomparire, improvvisamente, loro che giorno prima avrebbero venduto la madre per te ed io giorno dopo(e tutti i giorni a venire) invece si sono oscurati, come se fossero solo conoscenze mai approfondite,  veicola un messaggio solo: tu non mi soddisfi, e decido io di chiudere ogni comunicazione (e nemmeno di risponderti, se timidamente, senza essere invasivo, stante il persistente silenzio cerchi di sincerarti delle loro condizioni fisiche e psichiche) senza spiegazioni perché IL POTERE E’ MIO.
Ovviamente.
Tutto loro.
Anche la “vigliaccaggine”. E l’incapacità di parlare di cose serie.
Come di quello che non sanno fare.
Tu hai imparato a compatirli. Loro che hanno bisogno di essere superficiali per non guardare oltre lo specchio e vedere cosa sono veramente.
I primi tempi cerchi di capire. Poi  però non ci stai nemmeno più tanto più male.
Semplicemente ti dici: ” ne ho trovato un altro, pazienza”.
Anche perché non sono aghi in pagliai, purtroppo…

Personalmente negli ultimi due anni ne ho beccati quattro.
Due maschi ed due femmine.
Con diverse sfumature e declinazioni di immaturità affettive.
Con uno dei casi femminili forse con un disturbo molto più grave.

Peccato.
Tempo ed affetto sprecato, diresti.
E invece no. Si impara sempre qualcosa.
Più su se stessi che su questa categoria…che è la cosa più importante.

narciso caravaggio

Di scioperi, di donne e grandi amori. Di Marzo

Va-come va, va-come va ,come va
Va bene anche se male
Va-come va, va-come va , come va
Il trucco è farla andare
Bevo il bicchiere mezzo pieno finché mi ubriaco
E poi svanisco in un sorriso… come fa il mago[…]

Ringrazio mia madre per le sue parole sante
Figlio mio, la vita è dura, lo confesso
Proverà a metterti in ginocchio troppo spesso
Tu sorridi lo stesso
Magari domani ci svegliamo
Tutti e due sotto a un cipresso

(Mudimbi)

Ci sono cose, che , lo sappiamo, non si possono comprare. Per esempio la salute.
O il tempo.
Per il bene di entrambe, oggi non sono andata a lavoro. Ho “scioperato”.
Avevo tante incombenze da poter fare solo di mattina…e, sinceramente, la morte dello sfortunato capitano trentunenne della Fiorentina, addormentatosi tranquillo, la sera, pensando alla sua bimba e pronto per una nuova grande partita, ignaro che non avrebbe più aperto gli occhi… Beh, come talvolta accade, mi fa fermare e pensare…cosa che nei vortici assorbenti della quotidianità facciamo veramente poco.
E c’era tanto sole…quel sole di Marzo, con quegli azzurri sul golfo accecanti di luce, così belli perché durano poco, rincorsi come sono dalle nuvole che regalano acquazzoni intermittenti…
Quando non vado a lavoro vado a prendere il bimbo a scuola. La gioia che ha, per il semplice fatto che all’uscita ritrova la sua mamma invece che il pulmino… anche quella non ha prezzo.
Mi sarebbe piaciuto poter prendere un caffè su uno chalet sul mare questa mattina. Preferibilmente in compagnia.
Ma…ahimè, essendo “una e trina”, ho dovuto fare altro. Mio figlio è stato il mio chalet pomeridiano in collina. Molto opportunamente, lui che vede forme di cuori ovunque, ha pensato bene, come spesso fa, di trovarmi due ciottoli e dire: “ecco i nostri cuori”.
Eh già.
Il mio grande amore.
Il pomeriggio, diventato nuvolo, ha scoraggiato passeggiate.
Così siamo rimasti ad oziare sul divano, fuori i merli a cantare, mentre scorreva via un altro giorno di fine inverno.
Mio figlio non vede l’ora sia primavera.
Per me oggi un poco lo è stato già.

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Come ogni anno, da dieci anni

Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte, la vita è puro rumore tra due insondabili silenzi.
(Isabel Allende)

Come ogni anno… un bacio leggero leggero come i fiocchi di neve a quel bimbo nato con le ali e volato via in silenzio dopo appena trentotto settimane … con la mamma che immaginava il suo sorriso ma che lo ha visto solo nei suoi sogni.
Oggi avresti dieci anni.
Il tempo di tornare al cielo e subito sei diventato l’angelo custode di mio figlio.
Ecco perché sei sempre qui, in un angolo del cuore.

San Valentino e dintorni

Ieri era carnevale. E mio zio ha fatto il più brutto scherzo che qualcuno possa fare: se ne è andato, all’improvviso.

Così il mio san Valentino è cominciato in ferie con una esequie. Ripensamdo a tutto il passato, a ciò che è irrimediabilmente andato. Ed è proseguito con una pioggia incessante…con me senza ombrello, dall’altra parte della città rispetto a dove era l’auto.

Traffico e pioggia, e sono corsa a prendere il mio grande amore a scuola. Ed eccolo là, con gli occhi umidi sotto la pioggia, perché non mi ha visto all’uscita. Non ero io in ritardo, sono quelli che normalmente vanno via col pulmino che erano usciti prima per evitare l’intasamento con le auto.

Ho dovuto abbracciare mio figlio sotto l’ombrello che si affrettava a dire “io lo sapevo che venivi: non mi deludi mai. Ma è stato brutto non vederti mentre scendevo le scale”. Lui che mi chiede di andarlo a prendere, come fanno gli altri genitori, appena non vado a lavoro. Ed io lo faccio sempre.

Ma oggi è andato tutto grigio.

Volevo portarlo al cinema, e poi sulle giostre: ma c’era pioggia, vento e freddo.

Così il nostro san Valentino è andato così. Sul divano con copertina a guardarci i cartoni, mentre il grido del vento ci ricordava che l’inverno ancora deve finire.

E poi, ecco, mi dice:”Devo farti un regalo…ma non ho soldini. Io ti amo, oggi è san Valentino, perciò ti faccio un disegno con tutto il mio amore”

Ed eccoci qua, in un disegno che è il contrario di oggi. Un grande sole ed io con gli occhi neri perché gli occhiali non possono mancare…

…È stato bello avere gli auguri di qualcuno che mi ha detto”San Valentino è la festa di chi si ama, quindi auguri”.

Dopotutto, e nonostante tutto, il cielo è blu sopra le nuvole. È importante ricordarselo spesso, considerato che non sappiamo quanto è il tempo a nostra disposizione.

…Quasi imperfetta

L’empatia, così importante perché un adulto possa comprendere un bambino, comporta che si consideri l’altro nostro pari; non per ciò che riguarda il sapere, l’intelligenza o l’esperienza e men che meno la maturità, bensì rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti, adulti e bambini.
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli Editore, Milano, 1987

Fai da madre e da padre.
Fai notti intere sveglie quando non sta bene, e quando lui si preoccupa che non dormi tu gli dici che non hai sonno.
Mantieni viva la magia in ogni cosa, anche in quelle cose che non credi più.
Ti inventi sorprese ogni giorno, per non fargli sentire il vuoto di chi non vuole esserci, e di chi non c’è mai stato.
Ti smazzi (come un mazzo di carte, in due) per essere in un luogo e poi in un altro il più velocemente possibile, fai le corse, il traffico, corri a piedi, speri di non perdere il treno, perché se lo perdi devi inventarti come fare.
Vorresti finire di studiare per un futuro migliore, ma la sera, dopo dodici ore fuori casa, crolli come un temporale in agosto: inquieta e veloce.
Se ti ammali pazienza, come fare non sai.
Se si ammala lui è lo stesso, con la differenza che vorresti essere malata tu per non vederlo così.
Non piangi, qualsiasi cosa succeda, perché se piangi tuo figlio, turbato, ti chiede di non farlo sennò gli viene da piangere anche a lui.
Rispondi a domande inrispondibili, e quasi sempre lo fai facendo rispondere a lui.
L’ultima, millenaria, sul perché il tempo a volte va lento e a volte no… E vai a spiegargli Agostino da Ippona e che l’uomo, come dice Gorgia, è misura di tutte le cose.

Ma c’è una domanda cui, anche se rispondi, non ti suona bene. Anzi, ti fa male rispondere.

“Mamma, perché non vieni a prendermi più spesso a scuola?”

E’ curioso, non me lo ha mai chiesto più piccolo. In psicologia si dice che in genere un bambino fa domande “emotive” quando è pronto a “sopportare” le risposte. 
Lui lo sa, che per andare a lavoro prendo il treno.
Sa che quando non ci vado a prenderlo io perché so quando lo rende felice, non andando così con il pulmino al doposcuola, dove mangia e lo in-trattengono finché non torno da lavoro.
Non sa che ho dovuto scegliere il part-time, con tutte le ripercussioni economiche, proprio per cercare di esserci di più.
Sempre io.
Solo io.
Non comprende che per i suoi disturbi di sonno ogni giorno ritardo di un’ora e sono tutti addebiti sullo stipendio.
Tutto questo, ovviamente, gli viene spiegato fino ad un certo punto.

E ti suona come un rimprovero, la sua richiesta, anche se sai che non lo è. E forse fa più male.
Gli ricordi che quando non va a lavoro corri sempre a prenderlo. Lui ti chiede di promettergli che andrai più spesso, perché sa che tu le promesse le mantieni.
Ma non puoi prometterglielo. Non gli prometti mai cose che non puoi mantenere.
Lui lo sa… ma non puoi evitare l’ombra nei suoi occhi.

Basta poco per sentirsi incapaci.

Allora gli ricordi che ogni volta che puoi, però, ci andrai. Gli proponi di giocare (drammatizzare il suo videogame preferito), così per spostare il suo sguardo su quello che insieme si può fare, sempre.

E ride.
E ti senti meno incapace, solamente imperfetta.

 

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