Madre e figlio nel settimo autunno

La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro.
(Frank A. Clark)

…Questa mattina l’aria aveva un odore nuovo, di quelli che ti riportano a trent’anni indietro…quelli della terra di collina pesta di foglie colorate, umida e fresca, che ti resta dentro assieme ai mattini sempre meno luminosi, alle sgridate di mamma perché non ti alzi, alle corse al pulmino nel viale di ippocastani.
Ovviamente a mio figlio non poteva sfuggire l’odore della nuova stagione. Ne abbiamo parlato mentre andavamo a scuola, con un cielo stratificato, di azzurri e grigi, camminando mano nella mano.
Gli ho preso la cartella, me la sono messa sulle spalle con la mia borsa. Mi ha ringraziato, ma ha aggiunto che era preoccupato che tutto il peso fosse sulle mie spalle, mentre mi baciava la mano, ogni tanto: è il suo modo per farmi carezze.
Mi è venuto da pensare che è così, anche simbolicamente: tutto sulle mie spalle.
Gli ho detto sorridendo che non c’è problema, che ce la faccio, che quando sarò “vecchiarella” e non ce la farò sarà lui a portare le borse per me.
Lui mi ha dato un altro bacio sulla mano e mi ha detto che da grande si prenderà lui cura di me come io faccio con lui.

Nessun autunno è mai stato così mite.

Mentre camminiavamo, poi, mi  ha chiesto quanti anni avrà quando io sarò vecchia come il nonno.
Gli ho risposto che ne avrà quasi quanto me ora.
Mi ha poi chiesto come ho fatto io…senza la mamma.
Gli ho detto che avevo il papà…
Lui contrariato mi ha ribattuto che non è lo stesso. Che la mamma non è il papà. Che lui non saprebbe come fare…
Mi ha chiesto se mi sono sentita sola.
E’ difficile rispondere ad un bambino di sette anni riguardo una cosa del genere. Specie ad un bambino come mio figlio.

Ho baciato io la sua mano.
Gli ho detto che la mamma mi è mancata, ma non mi sono sentita sola perché sapevo che mi vuole bene ovunque ora lei sia,  e che avevo altre persone che mi volevano bene… poi è nato lui, la mamma sono diventata io, quindi sola non potevo proprio mai sentirmi.
Allora lui mi ha detto che non vuole che io muoia prima di diventare vecchia, come ha fatto mia madre.
Io gli ho risposto che ce la metterò tutta ma non dipende da noi, la vita come la morte…e che l’importante è che quando ami e sei amato non sei mai solo, anche se le persone non sono più vicino a te.
Il mio profondissimo bambino di sette anni a questo punto ha risposto che lo sa, che la vita e la morte non dipendono da noi…ma di preoccuparmi di me per fare in modo di non ammalarmi…che almeno questo lo potevo fare, per poter stare il più possibile con lui.
Tipo non farmi venire mal di schiena anche con la sua borsa.
A questo punto gli ho stretto la mano nel sole, e ho fatto una cosa che non faccio mai con lui: cambiare discorso.
“Visto che bello, il primo giorno di autunno?”
E lui mi guardava come un saggio, mentre io guardavo il cielo per non piangere.

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È in giorni così

Perché cercare di mettere tutto sul piano morale, cosa che è molto difficile per il bambino afferrare? Il bambino non si interessa al ‘buono’ o al ‘cattivo’. Gli interessa solo sapere se è amato o no; questi sentimenti egli può capire.
(Bruno Bettelheim)

…Ed è quando sei felice come oggi,
quando vedo la festa dei tuoi occhi alla sorpresa che mamma ti è venuta a prendere al primo giorno di scuola, quando non c’è giornata di sole ad eguagliare il tuo sorriso mentre si improvvisa una scalata sulle giostrine e da sotto mamma ti spinge perché vuoi fare il razzo, quando nessuna canzone risuona al cuore come il tuo riso alle battutacce di mamma mentre ti fa il solletico…
È in giorni così, amore, che ti chiedo scusa…per tutti quei pomeriggi che da pendolare non riesco a darti; scusa per quelle giornate stanche in cui la tua mamma, che ti fa anche da papa’, corre a destra e a sinistra quasi sdoppiandosi -e sfiancandosi- perché tu possa essere dove vuoi e sentire che nulla e nessuno ti manchi…ti chiedo scusa per quelle poche volte di calci al pallone, di bici a pedalare e di tiri al frisbee…perché la mamma tanti giorni proprio non ce la fa: ma si è messa part-time apposta. Per giocare di più con te…magari più a nascondino che a palla…così si riposa un po’ di più…
Ti chiedo scusa perché mamma vorrebbe darti tutti i pomeriggi come oggi…e le inventa tutte per essere certa che il tuo sorriso non sbiadisca mai ❤

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Robe inspiegabili

Talvolta un pensiero mi annebbia l’io: sono pazzi gli altri o sono pazzo io.(Albert Einstein)

Della serie: “Suo figlio è tante cose(ma la psicomotricità serve sempre)”.

Il settenne comincia la scuola il 19. Nel suo plesso stanno facendo i lavori.
Nel frattempo, durante i mesi estivi, aveva finito quasi tutto il famigerato “libro delle vacanze”: un libro giocoso, non impegnativo. Peraltro, il tipo di libro adatto a questo bimbo che vede indovinelli e misteri da svelare in ogni cosa, e solo così di motiva alla risoluzione.
Lo ha finito al doposcuola, dove va da inizio mese per giocare e fare un graduale reinserimento nei ritmi scolastici ma, poiché mancava ancora una settimana buona all’inizio effettivo della scuola, gli ho chiesto di leggere almeno sei paginette al giorno del libricino uscito in allegato, per poi raccontarmi cosa narra.
E’ una favoletta, di quelle che piacciono a lui, sui mostri, scritta a grandi caratteri e con poche righe a foglio, visto che ci sono le illustrazioni.
Una quarantina di pagine in tutto.
Primo giorno della richiesta: niente, tutta la giornata con giochi e disegni.
Secondo giorno: torna e gli chiedo se ha letto le sei paginette.
“L’ho letto tutto, mamma”.
“TUTTO? Ma non è possibile…”
“Oh si, mamma, così almeno l’ho finito…”
Prendo il libricino in mano, e vedo che ha finito anche gli esercizi di comprensione alla fine.
Mi dirà che quel giorno una nuova maestra lo ha ascolato tutto il tempo…cosa per lui necessaria alla performance.
Gli chiedo di cosa parla la storia…e mi fa un riassunto breve e conciso…senza saltare nulla.
Mentre guarda la TV.
Senza parole.
Qualunque cosa “sia” o “abbia”, di sicuro il “problema” più grande è che ha tempi tutti suoi per raggiungere gli obiettivi.
E questo, in una società in cui l’imperativo è l’ omologazione, è un bel problema…

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“Pietas” e “Caritas”

La pietà è una delle più preziose facoltà dell’anima umana.
L’uomo, impietosendosi delle sofferenze di un essere vivente, dimentica se stesso e si immedesima nella situazione degli sventurati.
Con questo sentimento si sottrae al suo isolamento ed acquista la possibilità di congiungere la sua esistenza a quella degli altri esseri.
(Lev Tolstoj)

…Devo essere nata con qualcosa che non funziona come dovrebbe.
Sarà stato il forcipe.
Ma nonostante quello che “qualcuno” mi ha fatto – e quello che mi farà ancora – io non riesco ad essere felice quando vedo che “le cose non vanno”.
Proprio non ci riesco.
Specie quando ci sono di mezzo i bambini.
Sono addolorata per l’adulto, per il bambino, e per la relazione che proprio non riesce a fiorire…che è un male.
Chi mi è più vicino sa di cosa sto parlando.
Per gli altri…e per chi mi dice che sono arrabbiata…nonostante la rabbia, legittima per tutto il male subìto, sappiano che la “pietas” e la “caritas” restano in me sempre più forte di ogni cosa.
Sembra veramente da stupidi.
Ma non me ne vergogno.
Non me ne vergogno più.
Nessuno riuscirà più a farmi vergognare di come sono.

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“Suo figlio è tante cose”

Mostratemi un eroe
e vi scriverò una tragedia.
(F.S. Fitzgerald)

“Suo figlio è tante cose”.
Non “ha” tante cose.
Lo è.
Me l’hanno detto in tanti, con diverse umanità e professionalità.
Dal “è un piccolo principe” al “è un asperger mancato”.
Passando dal “è un bambino plusdotato”.
E tutto perché ha una fantasia fuori dal comune. A causa della sua memoria prodigiosa, della sua incredibile, grandiosa capacità creativa, e del movimento che necessita per liberare questa spinta creatrice: ritmo, anche senza musica.
Inventa storie.
O rivive storie che ha visto: ne prende i personaggi ed inventa nuovi copioni, che interpreta e vive in prima persona.
Oggi mi è stato detto che questa grande fantasia e creatività vanno “contenute”.
Mi è venuto un tuffo al cuore, ho visualizzato una gabbia e ho pensato a questa canzone di De Crescenzo.

“…non si incatena la fantasia”

 

Evidentemente la mia espressione parlava da sé, perché lo specialista si è corretto subito “ehm…incanalate”
Incanalate.
Okkei.

Ma le storie…le storie hanno un potere fortemente curativo.
Il “ritiro” (per usare un termine caro alla psicologia) in un mondo immaginario corrisponde alla necessità che gli esseri umani manifestano di poter sognare ad occhi aperti e che tanti adulti mantengono vivo proprio con la lettura, diventando protagonisti di storie che leggono.
Nei bambini, questa cosa è ancora più vera perché insegna loro che ci sono ostacoli e ci sono soluzioni…che ce la possono fare.
Poco importa se la storia sia di fantasia…basta che sia verosimile.
E non importa il tipo di personaggi coinvolti…
…Non lo dico mica io, l’ultima laureanda in psicologia.
Lo dicono un bel pò di psicologi e psicopedagogisti.
Dice Levorato: “Le proprietà minime richieste perché si possa dire che un certo testo è una storia sono che un personaggio principale, che si trova di fronte ad una situazione nuova, inattesa, problematica o non desiderata, metta in atto delle azioni per fronteggiarla e pervenga a uno stato di cose che può essere considerato una risoluzione del problema iniziale “.
Ed ecco un bimbo che a 7 anni non si accontenta di ascoltare e riascoltare storie, di tentare di leggerle o di guardarle in tv: Deve anche crearle e ricrearne di nuove.
In questo bisogno di dominare la realtà e dirsi che sì, ce la può fare.
A trovare il tesoro, a catturare il fantasma, a sconfiggere il mostro…a trovare la chiave giusta che apre la porta magica.

Certo, mio figlio è tante cose.
Indubbiamente è un inventore di sogni.
E i sogni sono tanta roba…

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Benvenuto Settembre!

Settembre di spiagge più grandi
di solitudini e di nostalgie,
di terra bagnata e di aria di scuola
di mattini più freschi,
di giorni più corti…
…e la malinconia dell’autunno
che colora le foglie morenti.
Le rondini si attardano ancora,
ma più silenziose
guardano già oltre il tramonto:
oltre i grilli morenti,
nello stupore di un cielo
dai mille azzurri,
in un mese che è per tutti
un capodanno di cose da fare.
(Amy C.75)

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Note ( e memorie) di viaggio -part 6-

-28 Agosto-

…I commiati sono sempre dolorosi. Ma si deve trovare sempre il lato positivo: in questo caso, due persone conosciute per caso su un gruppo online di supporto che per caso hanno organizzato di fare alcuni giorni insieme con i propri bimbi, si sono “innamorate” e, come se si conoscessero da sempre, sono legate più che mai.

Ho trovato questo passo di Gibran, stamattina, che ha addolcito la mia tristezza:

“L’amico è il vostro bisogno corrisposto. E’ il campo che seminate con amore e mietete rendendo grazie. E’ la vostra mensa e il vostro focolare; perché a lui giungete affamati e in cerca di pace. Quando l’amico vi dice quel che pensa, non abbiate timore di dire il no, o il sì, che sono nella vostra mente. E quand’è silenzioso, il vostro cuore non cessi di ascoltare il suo cuore; giacché nell’amicizia, senza parlare, tutti i pensieri e desideri e aspettative nascono e vengono condivisi con gioia non acclamata. Quando lasciate l’amico non rattristatevi; perché ciò che di più amate il lui può sembrarvi più chiaro durante la sua assenza, come la montagna allo scalatore appare più nitida dal piano. E fate che nell’amicizia non vi sia altro fine, se non l’approfondimento dello spirito. E che il meglio di voi sia per l’amico vostro. S’egli deve conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca pure il flusso. Poiché che amico è mai il vostro che lo dobbiate cercare nelle ore d’ammazzare? Cercatelo sempre nelle ore da vivere. Giacché è il suo bisogno a colmare il vostro bisogno, ma non il vostro vuoto. E nella dolcezza dell’amicizia fate che vi siano risate e piaceri condivisi. Perché è nella rugiada delle piccole cose che il cuore trova il suo mattino e si ristora.”

Quando non hai nostalgia della tua terra pur essendo lontana, allora vuol dire che ti senti veramente a casa.
La mia casa è stata il cuore  e l’abbraccio di Samantha in questi giorni, dove ora io e il mio bimbo lasciamo un pezzettino di noi.

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Note (e memorie) di viaggio -part 5-

Viaggiate,
se avete quattrini,
in buona compagnia
e guarirete.
(Pellegrino Artusi)

-26 Agosto-
Non c’è nulla di più bello per dei bambini del contatto con gli animali.
Così, allo zoo safari di Ravenna abbiamo vissuto per un giorno l’emozione della savana e della fattoria.
Il tempo è scorso lento…e per un pomeriggio anche due mamme hanno giocato a Safarilandia sulle giostre coi bimbi.
Riesci così per un tempo piccolissimo a sospendere il fluire delle cose…e dei pensieri.

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-27 agosto-
L’avventura degli animali ha continuato ad Oltremare, a Riccione. Un’avventura diversa, particolarmente emozionante per la presenza dei delfini.

Oggi eravamo più stanchi…forse era la malinconia della partenza imminente.
Due amiche lontane che si sono amate da lontano e tornano ad essere lontane.
È curioso ma è come se fossimo da sempre vicine.
E l’unica cosa che rende meno amara la partenza è la promessa di rivedersi presto…per divertirci ancora.

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Note ( e memorie ) di viaggio -part 4-

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
(Fernando Pessoa)

Oggi ho viaggiato tra le mura della Serenissima Repubblica di San Marino con una guida d’eccezione: la mia amica sammarinese.
L ‘aria di San Marino è fresca, le strade gremite di turisti parlano di storia millenaria, il suggestivo saluto poco fuori le mura, “benvenuti nell’antica terra delle libertà” (loro che da sempre dicono”Nemini teneri”) dà al composto via vai di persone, come se fossero tutte in religiosa meditazione nel borgo, un qualcosa di magico.
E suggestivo e magico è il silenzio dei boschi del monte Titano. Al passo delle streghe, dove venivano gettate dal dirupo quelle donne accusate di stregoneria, lo stapiombo ricoperto di sottobosco ha un assordante mutismo della natura…come se l’urlo di tutte le anime che sono state sacrificate nell’era dell’oscurantismo della ragione riescano a zittire l’allegria dell’estate…o forse semplicemente perche’, come nella favola della bella addormentata, l’incantesimo di una fata ha fermato nel tempo tutta la rocca.

Pietre incantate, stratificate su altre più antiche.
L’energia positiva della terra si può quasi toccare tra radici di alberi millenari e cinta muraria.
Abbiamo percorso i sentieri fino  alla torre più alta, che domina austera la verde valle circostante.

E mi sono detta che ci tornerò ancora, per scarpinare sui vari percorsi possibili…
…Alla scoperta di nuovi incantesimi.

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Published in: on 26 agosto 2016 at 12:50 AM  Lascia un commento  
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Note (e memorie) di viaggio – part 3-

Una volta che sei stato dentro un terremoto, anche se sopravvivi senza un graffio, sai che esso, come un colpo al cuore, rimane in seno alla terra, nella sua orribile potenzialità, sempre pronto a tornare e colpire di nuovo, con una forza ancora più devastante.
(Salman Rushdie)

-24 agosto-
…Mi sveglio in Romagna nel cuore della notte. Un rumore, la TV dimenticata.
Vado in bagno.
Bevo un sorso d’acqua, mi rimetto a letto, gli altri dormono come sassi, incluso il mio bimbo a me di fianco.
Mentre tra veglia e sonno immagini si rincorrono, improvvisamente il letto in tutta la sua lunghezza comincia a tremare per un tempo che a me è sembrato eterno.
Le travi in legno scricchiolano.
Alzo la testa, ascolto rumori: praticamente sono l’unica che se ne è accorta. Nessuno ha sentito niente in casa. Dormono.
Lampadari non ce ne sono…non posso verificare l’eco di qualche oscillazione.
Per una come me che ha vissuto piccolissima il sisma del Friuli e -abbastanza grande dopo da non poter dimenticare – quello dell’Irpinia, il terremoto è come l’eterno nemico. E più lo conosci, più hai speranze di sopravvivergli.
Lo riconosci subito.
Lo pesi.
Valuti che fare.
Se qualcosa si può fare.
Ovvero fuggire…o ripararsi.
La mia parte razionale ha lavorato meglio di quella limbica, per una volta.
Mi sono detta che ero in Romagna da due giorni e che quel tremore poteva essere qualsiasi cosa; mi sono detta che se fosse stato un terremoto non era comunque così forte; mi sono detta che la casa era bassissima -solo un piano- e di recente costruzione, dalle solide travi in legno…e che difficilmente sarebbe crollata.
Tendo l’orecchio ancora un poco, il mio corpo ancora teso.
Niente.
Non succede più niente.
Mi risolvo a dormire…che al mattino altra giornata campale coi bimbi.
E col sole il ricordo del tremore notturno è quasi svanito.
Per caso leggo un post…solo per caso.
#Terremoto
Comincio a cercare l’ora. L’ epicentro.
Mi viene in mente l’ora sul telefono quando mi sono rimessa a letto: tre e venti.
Resto basita.
Tante cose mi passano per la mente.
Anche tanti ricordi. Come ogni volta sento di un terremoto.
Ricordi di eventi che a 5 anni erano difficili da elaborare.
Mi ricordo -la seconda volta in sei giorni, i giorni delle mie vacanze: l’ultima il 18 agosto, quando ho saputo si una ventitreenne morta dello stesso LNH di mia madre- che la vita può cambiare in ogni momento.
Che è un soffio.
E che non va sprecata, per quanto possibile.
Mio figlio non si è accorto di niente. Io alla sua eta’, dopo il terremoto dell’80, avevo gia’ dentro un senso di precarietà che derivava da chi si era già incontrato con l’Ineluttabile.
E ho lasciato non si accorgesse di niente.
C’è stata una giornata campale nel mondo delle fiabe.
Mentre bimbi la notte scorsa sono rimasti a dormire per sempre sotto le macerie per un terremoto…Mentre bimbi muoiono sotto le macerie ogni giorno in guerre senza senso, o in mare per non morire sotto le macerie.
Noi abbiamo fatto la nostra giornata campale nel mondo delle fiabe.
Perché la Vita è questo. Un continuo rincorrersi di dolore e speranza.
Cerchiamo di proteggere i nostri figli ma non dipende tutto da noi.
L’ Ineluttabile ci colpisce quando meno ce lo aspettiamo, e l’unica arma che abbiamo contro la disperazione, oltre alla fede, è la speranza, speranza che in certi casi veramente non si sa da dove prenderla.
A quel punto c’è la solidarietà, la carità intesa come amore del prossimo, che spesso ci aiuta a non soccombere.
Nutrire la speranza insegna anche l’importanza della solidarietà e della carità.
Ci saranno sempre altri terremoti ed altri crolli.
Quello che ci fa andare avanti sono questi sentimenti…la religione le chiama “virtù”…dare il meglio di sé…e non solo per sé, ma anche per gli altri.
Finché si è vivi.

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