250 e più “grazie”

…250 e più ( in verità la mia stima è approssimativa in difetto, temo…mi baso sulla base di partenza di Facebook…e non sono riuscita a leggerli tutti, quelli lì) “Grazie”, a tutti coloro che hanno deciso di spendere un minuto del loro tempo per farmi gli auguri tra ieri ed oggi.
Non solo a chi li ha fatti grazie all’alert del Social, ma a chi si è speso in privato, a chi mi ha abbracciato, a chi si è dispiaciuto perché non è riuscito a venirmi ad abbracciare, a chi mi ha detto che sono il suo tesoro, a chi mi ha chiamato, a chi ha sentito di dovermi fare gli auguri anche se mi conosce poco o da lontano, a chi mi ha scritto sui vari canali a disposizione dalle due parole alle dieci righe d’affetto.
Ho ricevuto tanto calore, ed è importante averlo quando senti che è un Tempo nuovo.
Vorrei ringraziare in particolare una persona che ha deciso per il più toccante e sentito augurio tradizionale: quello scritto di suo pugno, che ad una grafologa sentimentale come me non poteva non commuovere: l’augurio della “vicina di banco” (non dico altro) che poteva limitarsi a dirlo a voce perché mi vede più di tanti altri di voi, fisicamente e affettivamente.
Invece no.
Mi ha scritto.
L’ho letto ieri sera, prima di andare a dormire.
E se avevo dubbi mi sono detta che si,
abbiamo io e mio figlio una vita non semplice, ma è indubbio che siamo tanto fortunati.
Grazie a tutti voi, di cuore…là, dove ci siete tutti ♡

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40+1

Negli ultimi 7-8 anni ho avuto compleanni pessimi.
Compleanni con l’unico faro… mio figlio.
Compleanni con persone finte o malate al fianco, che dicevano di amare senza essere capaci di farlo, mentre quelle vere erano sullo sfondo, un pò più lontano, a cercare di sostenermi da quella posizione.

Avrei voluto che specie il 40simo fosse un nuovo inizio…ma un omino narcisista e meschino lo ha impedito.
Allora quest’anno mi è venuto in mente l’ultimo anno bisestile.
L’anno del 365+1…chissenefrega! Come ha scritto Elena Orlandi.
Anche quest’anno è bisestile…ed è anche l’anno del mio 40+1.
Così mi sono detta: ripartiamo dal 40+1…chissenefrega!

Ripartiamo dalle persone vicine: per esempio, dopo 10 anni in Azienda, festeggiamo con i colleghi!
Ripartiamo dalle persone vere: quelle, per esempio, che non si sentono da tempo, che leggono sul Social di una visita, e grazie al potere della Rete scrivono, come se non avessero mai smesso, per sapere se va tutto bene; o quelle, ad esempio,  che scrivono veramente ogni giorno, da quasi un anno, convinte come sono che “nonostante tutto” riusciranno a rubare un sorriso…ed hanno ragione.
Ripartiamo dai punti luce: dalla stella polare (mio figlio), innanzitutto, seguita dal “cielo stellato sopra di me” (Kant insegna)
Ripartiamo dalla Filosofia, ora che si avvicina la specializzazione in Psicologia: e capire di essere sempre, orgogliosamente, un filosofo specializzato in psicologia, mai il contrario…un pò come Fromm.
Ripartiamo dai colori e non dal bianco e nero, dalla musica randomica della radio, da quelle canzoni che non fanno più male ad ascoltarle ma fanno sorridere… e da quelle che si sanno suonare per impararne di nuove.
Dal canto a squarciagola e dai respiri profondi nelle correnti ascensionali della collina sospesa tra il canto dei merli e quello ciclico delle rondini, tra il silenzio del vento ed il suo arpeggio tra le fronde del platano antico, tra il verde dei monti e il blu cobalto del golfo.

Ripartiamo da quel +1 …per ricordare che ogni punto d’arrivo è sempre un nuovo punto di partenza, mai viceversa, e che il viaggio è lo scopo, non la meta, con tutti i sogni che raccogli per strada come tappe, e che non lasci indietro senza doppiarli.
Quest’ ultimo anno mi ha insegnato che ogni giorno può essere un nuovo inizio…ed è con questo spirito che ho deciso di vivere da questo +1, auspicando innanzitutto la salute per me e chi amo. Poi tutto il resto “ci si fa”… Perché se si resta a piedi, si potrà sempre fare l’autostop per continuare il viaggio, no? E perché finché ci sono le gambe, si può sempre andare :)

Creatore di collage di foto_emGDDA

Filosofia da seienni #3

Ogni bambino ci porta il messaggio
che Dio non è ancora scoraggiato dell’uomo.
(Rabindranath Tagore)

– Mamma…tu che sai tante cose…perché studi ancora(?!)…mi sai dire perché mai il tramonto è così bello?
– Perché Dio sa fare le cose per bene…poi ci pensano gli uomini a rovinare il rovinabile.
-Chi è che sa fare le cose per bene ?
-Dio.
-E chi è Dio?
-Come chi è Dio? Ma quando preghi, chi preghi tu?
-Gesù.
-E allora…per i cristiani Gesù è il figlio di Dio…o meglio è Dio…il concetto è un po’ complicato…parliamo di “Trinità”…quando tu entri in chiesa e vuoi l’acqua benedetta in fronte e dici “dammi lo Spirito”…anche quello è Dio. Lo Spirito. “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito…”(mamma simula il gesto della croce)
-Ma è il Dio di tutto e tutti?
-Eh si…ma ognuno lo chiama e lo vede in un certo modo. Sempre il dio creatore dell’Universo è.
-Ho capito…Io, mamma, l’ho visto nel tramonto…
-Se tutti vedessero Dio nel tramonto, amore, nessuno ucciderebbe più…

*il bimbo sorride*

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Pensieri sparsi

Pensieri sparsi.

E’ notte di primavera.
Forte, lo scirocco urla alle finestre.
Cuffia a basso volume: un pianoforte
che nella mia testa
danza con il vento
e con il respiro regolare del mio bimbo.
Sorride, mentre dorme: saranno bei sogni.
Momenti in cui il mondo
comincia e finisce in una melodia
nella certezza
che Tutto dura il tempo di un accordo
in bemolle:
l’imperativo
è non perdersi una nota.

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Pensieri sparsi

Pensieri sparsi.

E’ notte di primavera.
Forte, lo scirocco urla alle finestre.
Cuffia a basso volume: un pianoforte
che nella mia testa
danza con il vento
e con il respiro regolare del mio bimbo.
Sorride, mentre dorme: saranno bei sogni.
Momenti in cui il mondo
comincia e finisce in una melodia
nella certezza
che Tutto dura il tempo di un accordo
in bemolle:
l’imperativo
è non perdersi una nota.

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Published in: on 22 marzo 2016 at 12:25 AM  Lascia un commento  

Gli auguri per papà

Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.
(Umberto Eco)

…Oggi è anche il compleanno del mio papà.

Nacque sessantanove anni fa che “schiariva san Giuseppe” ed è stato l’ultimo maschio…ma mia nonna, già quarantenne, voleva una femmina…
Ha il nome di un santo medico che giù, alla marina, proteggeva e dava speranza.

Non so, se fosse stato femmina, che tipo di madre oggi sarebbe.
Fatto sta che, visto che era un maschio, sicuramente gli è stato faticoso, affermare il suo spazio nel mondo.

Di mio padre ammiro la capacità di lasciare che la vita gli scivoli addosso e non lo ferisca più di tanto, anche se ricordo capodanni in cui ci insegnava miti e malinconie della storia del mondo.
Forse non lo sa, ma se ho preso filosofia all’inizio è per il suo essere tra lo stoico senecano e il pessimista schopenaueriano. Per cercare di trovare la radice del buio, scoprendo poi che la filosofia è la scienza della ricerca della luce della mente.

Per sua stessa ammissione, i maschi non nascono padri. Imparano a farlo. Mi raccontava come si abituava, giorno dopo giorno, a quel fagottino che teneva in braccio. Alla paura di sapere che dipendeva anche da lui. Al cammino senza manuale di istruzioni ma con il buonsenso ed il proprio modo d’essere e di fare.

Non mi ha mai dimostrato di essere fiero dei miei traguardi e delle mie scelte, ed io con il tempo ho imparato a capire perché. Questo è forse il motivo per cui mi sono specializzata in psicologia. Crescendo, ha perso quel grande amore che manifestava alla sua primogenita, c’è stato il tempo della rabbia da fidanzato tradito…ma, invecchiando, la dolcezza per un nipote inaspettato ha dato a tutto un sapore diverso.

Oggi, il meglio nella mia vita mio padre oggi lo fa con mio figlio, a cui fa anche da papà.
Come con me da bambina, poi, gli insegna nella biblioteca-babilonia che è la nostra casa  la curiosità per il mondo e per le stelle. A sei anni e mezzo mio figlio conosce tutti i pianeti e ha risposte a mille domande sulle cose dentro e fuori di noi perché mio padre è la sua migliore enciclopedia.

Auguri papà e grazie per il doppio lavoro di padre e di nonno. Ti auguro che la dolcezza del rapporto con il nipotino sia sempre più il caleidoscopio attraverso cui il mondo ti appaia più colorato e la vita più degna d’esser vissuta.

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…quelli veri.

Non faccio gli auguri a tutti i “papà”.
Faccio gli auguri a tutti gli uomini che si comportano da padre,
perché a fare un figlio non ci vuole niente,
a tirarlo su ci vuole tutta una vita.
Auguri a quegli uomini che non hanno avuto paura di un pancione, che ascoltano le turbe dei figli maschi e ispezionano ogni fidanzato delle figlie femmine, che non si sono tirati indietro a crescere i figli da soli, che hanno accettato o cercato la propria famiglia.
Auguri ai padri, quelli veri.
(Francesca Alleva)

*** Poiché faccio anche da padre a mio figlio, è evidente che il suo è il caso di un genitore biologico…gli auguri non vanno fati a tutti i papà.  ***

Published in: on 19 marzo 2016 at 11:48 AM  Lascia un commento  

La madre che lavora (e che vuole realizzarsi nel lavoro)

Questa continua dicotomia interiore,
questa duplice polarità,
questa alternante sensazione di dovere incompiuto,
oggi nei confronti della famiglia,
domani nei confronti del lavoro,
questo è il fardello della madre lavoratrice.
Golda Meir, 1963 

 

… E’ sorprendente come le persone siano così sciocche da fare dichiarazioni “boomerang” e che è ovvio sollevino l’indignazione generale.
Nello specifico, non mi è simpatica la Meloni ma ovviamente sentirsi dire “faccia la mamma” indigna per forza tutte le donne, e non solo.
Sono di quelle che al sentire il “consiglio” rivolto alla Meloni più che altro non si è indignata, ma ha sorriso, amaramente rassegnata allo stereotipo italiano.
Forse è per questo che  molti stati, incluso il nostro, non hanno ancora avuto un presidente della repubblica donna.
Ho visto in TV  l’intervista di un sindaco donna che ha dichiarato come sia “normale” poter conciliare tutte le attività che una donna può e sa fare…

…Resta però un fatto.
Che ci sono donne e donne. Con contesti lavorativi differenti, reti sociali e familiari diversi, risorse economiche e umane differenti.
E questo, a mio parere, fa la differenza nella carriera di una donna.

Prima di avere mio figlio, arrivavo a lavoro mezz’ora prima e uscivo mezz’ora dopo. Non mi sono mai ammalata, ovvero: se non mi sentivo bene il mio fisico reagiva con “e che sarà!” e mi mettevo nel treno e andavo.
Lavoravo, studiavo, mi divertivo: questa era la mia vita.
Questa cosa ha fatto in modo che da interinale fossi assunta a tempo indeterminato col minimo contrattuale per la mansione grazie al genio di un certo Biagi  nonostante la laurea con lode (poi diventata una e mezza e tra poco praticamente doppia) che non essendo in ingegneria o giurisprudenza per la mia azienda è come se non la avessi.

Lasciando stare le vicende emotive e psicologiche, a trent’anni ho fatto errori adolescenziali con quello che allora era il mio “supervisore” che nel suo ruolo tutto era tranne integerrimo e che è il genitore biologico di mio figlio…
Fatto sta che ho scelto di essere madre “nonostante tutto”.
Nonostante non abbia una “famiglia del padre” né il padre di supporto.
Nonostante non abbia una rete familiare che riesca a darmi fattivamente una mano se non a spot. Nonostante non abbia uno stipendio tale che mi permetta di prendere una baby sitter e/o una casa in affitto vicino il lavoro.
Nonostante ogni cosa…la Vita.

Probabilmente, al di là delle reti sociali, se fossi sindaco lavorerei lo stesso tempo dell’impiegata e avrei il denaro per poter aver casa vicino il lavoro e/o la babysitter e per poter fare bene almeno due cose: affermarmi lavorativamente e fare la madre.
O se magari fossi ingegnere. O manager. Lavorerei lo stesso dodici-tredici ore fuori casa e sarei più serena a tenere mio figlio a casa quando magari è malato, o al ritorno dal doposcuola/inglese. O a portare mio figlio in palestra, invece di chiedere il permesso a lavoro per farlo…Tanti permessi da decidere, alla fine, di chiedere il part-time per evitare di pregare Dio di avere il dono dell’ubiquità e di non ammalarti perché quando ti ammali proprio non ce la fai, a fare tutto tu.

O se, magari, in Italia le aziende fossero più come quelle che hanno massima flessibilità lavorativa (e magari quando tuo figlio è malato puoi fare smart working, mansione permettendo, o è previsto un servizio di baby-sittering, come altre aziende europee), e magari puoi chiedere un giorno intero di permesso-mamma (non solo ore, che per chi lavora ed è pendolare non è certo vantaggioso) da poter recuperare con un giorno in più o spalmato su più giorni…

Se, magari.
Intendiamoci, alla mia azienda debbo tutto. Anche il figlio:)
E sono anche molto fortunata, perché la mia azienda ha in essere un “welfare“molto attivo ed in tensione al miglioramento continuo, con permessi e strategie varie per assentarsi giustificatamente.
Il problema è che, “giustamente” non c’è una misura delle aziende che, al netto della tua presenza, valuti la qualità del tuo lavoro e ti permetta l’evoluzione lavorativa. Non è così perché, semplicemente, la tua evoluzione lavorativa, titoli di studio, skills, capacità, pensiero divergente e potenzialità a parte, dipende dalla parola magica “quantità”.
Quanto tempo “scaldi la sedia” in sede. O meglio, devi starci quanto gli altri, a prescindere da come lavorano e da come lo fai tu. Solo da questo punto di partenza si misura e si valuta tutto il resto.
Mi riferisco a troppe aziende. Ad una mia carissima amica in tutt’altro contesto lavorativo, in via assolutamente “scherzosa” ed informale fu calorosamente consigliato di “aspettare un altro pò” prima di fare un figlio se voleva continuare la sua evoluzione lavorativa…Poi per fortuna, arrivata “in cima”, il figlio lo ha potuto fare.

Ma non sempre puoi scegliere quando, come e dove fare i figli.
Io non l’ho scelta, la fortuna più grande della mia vita…e  meno male!
E’ stata la prova “principe” che le cose belle nella Vita arrivano anche dal peggio.
E soprattutto quanto meno te l’aspetti.
Anche io speravo di “evolvere” lavorativamente … me l’avevano anche detto, le colleghe, “se fai un figlio è finita”…
…Beh, più o meno è vero.
E’ vero perché, effettivamente, non penso di avere più speranze di eventuali “passaggi” ad altre mansioni, orizzontali o verticali. Specie ora che ho scelto il part-time.
Ma sarebbe un problema se non avessi passioni e sogni.
Poiché ce li ho, penso che in Italia solo un “libero professionista” (come in modo spregiativo qualche collega mi ha apostrofato per i mortificanti ritardi e permessi che sono costretta a prendere per gestire il precario equilibrio vita-lavoro) possa permettersi di realizzarsi appieno lavorativamente e fare “tutto il resto”, (soprattutto la madre) al massimo.
Solo un libero professionista, quando il figlio di sei anni che ha  solo un genitore come riferimento, torna a casa con febbre a 39 e vomito e ti prega di restare con lui il giorno seguente, ti prega di non lavorare, può decidere di spostare tutto e non perdere soldi e professionalità, e fare la madre.

E’ per questo che non ho smesso mai di studiare, e non mi arrendo, nonostante l’età.
Per fare di mio figlio un bambino felice e della madre una donna realizzata.

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#work #women #worklifebalance  #donne #lavoro

 

 

 

 

 

 

otto marzo #3 (the day after)

Le donne forti sono forti e glielo puoi leggere addosso.
Le donne forti hanno sofferto.
Le donne forti non cedono per seguire altri esempi.
Le donne forti si creano, ma riescono a distruggersi
cercando di capire perché si sono create così.
Le donne forti amano le soluzioni difficili,
purtroppo capiscono che sono le uniche.
Le donne forti amano in modo diverso,
amano forte.
Le donne più forti
il più non lo conoscono,
perché il più sono loro.
E. Moon

…Lasciate per una volta che la guerriera si possa togliere la corazza.

Lasciate che anche solo per una sera possa riporla, dopo l’ennesimo giorno a perdifiato, a guidare sotto il diluvio, e poi a camminarci sotto -ha preso il treno col sole ma arriva a destinazione con le scarpe inzuppate – dopo messaggi che ancora una volta feriscono ed umiliano, dopo i conti che non tornano e non ci sono nonni che tengano -e ti facciano sentire un poco al riparo dalla Bufera.

Lasciate che per una volta la guerriera possa respirare la terra bagnata senza il peso della corazza sul cuore… e possa sognare al crepuscolo.
Che sogni che il problema più importante sia dove andare in vacanza,
trovare il tempo di parrucchiere ed estetista,
che al minino intoppo possa chiamare la mamma per la cena e che addormenti il bambino,
Che qualcuno in fondo alle scale la aspetti con un ombrello ed un fiore rubato ad una siepe e che possa sedersi al lato passeggero, stringendo la mano del cavaliere,
Che alla sera possa posare il plaid sul suo uomo addormentato in poltrona e al mattino trovi un caffè ed un biglietto di buona giornata,
Che le sue carezze non vadano più al vento,
Che i suoi figli possano correre in un giardino,
Che il sole della Vita scaldi e non scotti…

…Lasciate che la guerriera, per un giorno solo, possa tornare #donna.

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otto marzo #2

Sono alla stazione. Marzo, dopo aver vomitato pioggia per ore, regala azzurro e un coro di uccelli a contendersi il mattino.
Un’altra pendolare, sordomuta, mi chiede di avvertirla quando sento l’annuncio dell’arrivo del treno.
Lei che non sente il sussurro di questa brezza e il canto della primavera che viene.
Una delle cose che devo fare ed imparare la Lis…ma ora non la conosco.
Eppure, stranamente, ci siamo capite benissimo lo stesso. Un gesto, un sorriso.
Potere delle #donne

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