I giorni della nuova stagione

Sul paesino bianco bianco
scende la notte scura scura,
ma il cuor piccino non ha paura
anzi è preso da un dolce incanto.

Cosa c’è che lenta si leva
per il cielo vasto e solo?
C’è una luna di rosa e d’oro
che sembra un fior di primavera.

Cosa c’è nell’aria quieta,
come un pianto grave e soave?
C’è la campana che prega l’Ave
e accarezza ogni pena segreta.

Che cos’ha per compagnia
la piazzetta solitaria?
Ha la fontana che sempre varia
la sua canzone di fantasia.

E l’alberella che par morta
senza più un fremito di volo?
L’alberella ha l’usignolo
che col suo pianger la conforta.

E nella casa che s’empie già
d’uno stuolo vago e leggero
d’ombre, vestite di mistero,
il bambino felice, cos’ha?

Il bambino ha la sua mamma
che gli fa nido con le braccia
che se lo stringe guancia a guancia
e gli canta la ninna nanna.
(Diego Valeri)

 

 

… Non ho mai amato la pennichella pomeridiana.

Da piccola ero costretta a quello che vivevo come una tortura, perché dovevo svegliarmi a pomeriggio finito, con il giorno andato, e mi sentivo un pò più morta ed un pò meno viva, solo perché mia madre voleva stare un poco in pace.
Non c’era verso, o dormivi o le prendevi.
Col tempo, crescendo, è lo studio che mi ha graziato e  mia madre non ci ha più potuto niente, dovevo studiare…e potevo restare a leggere, ad ascoltare musica, tra i peschi, le rondini e il mare… a scrivere, o a suonare.

In gravidanza, invece, con tutto il buio che avevo fuori di me, mi crogiolavo nella luce che avevo dentro.
Così quando il mio corpo me lo chiedeva mi addormentavo volentieri, lasciando tutto fuori, e avevo sogni di canti e di odori, come quelli che filtravano nel sogno dalla natura della mia collina.

Anche oggi, dopo quasi cinque anni,  ho ascoltato il mio corpo e la mia mente. E sapevo che mio figlio, che in sotto pranzo aveva manifestato sonnolenza, non si sarebbe mai addormentato da solo.

Lui è come me, odia dormire il pomeriggio. Ed io non lo forzo. Mai.

Così mi sono stesa un pò.  Luce ovunque, nel sole dei primi giorni di primavera.
Ma ho solo tirato le tende, affinché il sole filtrasse, come pensoso, senza esser bandito dalla stanza.
Dalla finestra aperta, i giochi nel vento di passeri, pettirossi e merli,  a dondolarsi sui fili delle antenne o in bilico sui davanzali.

Sapevo che mio figlio mi avrebbe raggiunto.
Fa sempre così, quando mi metto a letto.
Mi  viene vicino, si stende e mi cinge forte.
Io mi sono girata, lui ha appoggiato la testa sul mio braccio e ha lasciato la mano sul mio viso.
E siamo rimasti così due ore.
Alle cinque e mezzo ho aperto gli occhi, e gli uccelli cantavano ancora. E il sole ancora indugiava riflettendo sulle finestre la nuova stagione.
Ho guardato il viso del mio bimbo a pochi centimetri dal mio,  illuminato dal giorno che si avviava al tramonto. Gli ho carezzato il viso e gli ho dato un bacio sul nasino. Allora lui ha spalancato il suo sguardo su di me e sorridente mi ha detto “mamma, è mattina?”
“No, amore, è ancora pomeriggio, tra poco arriva la sera”
” E perché, mamma?” (Ogni tanto parte con le considerazioni filosofiche…)
“E perché ci siamo addormentati di pomeriggio per un sonnellino, non è mattina…”
“E perché non è mattina, mamma?”
“E perché così va il giorno, amore…”
“E perché mamma?”
” Ma perché il mondo gira, amore, tutto gira, amore, nell’universo… tu non lo sai, ma l’armonia delle cose è il loro lento girare…senza fare rumore…”
“Ah, mamma, infatti,  io non sento rumore! Sento solo gli uccellini!” (?!?)

Tutto questo sempre abbracciato alla mamma.
In quel momento ho fatto pace con anni di infanzia di tramonti non visti e di solitudini amplificate dal buio delle sere improvvise.
E ho fatto pace con la pennichella pomeridiana.
Con la luce abbracciata a me, con la luce attorno, la luce dentro.
Nei primi giorni della nuova stagione.

E nella casa che s'empie già  d'uno stuolo vago e leggero  d'ombre, vestite di mistero,  il bambino felice, cos'ha?  Il bambino ha la sua mamma  che gli fa nido con le braccia  che se lo stringe guancia a guancia  e gli canta la ninna nanna.  (Diego Valeri)

E nella casa che s’empie già
d’uno stuolo vago e leggero
d’ombre, vestite di mistero,
il bambino felice, cos’ha?
Il bambino ha la sua mamma
che gli fa nido con le braccia
che se lo stringe guancia a guancia
e gli canta la ninna nanna.
(Diego Valeri)

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