Preferisco i folli ai malati di mente

Questo è il più sicuro sintomo di pazzia:
i matti sono sempre sicuri di stare benissimo.
Soltanto i sani sono disposti ad ammettere che sono pazzi.
Nora Ephron

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro.
E se tu riguarderai a lungo in un abisso,
anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.
Friedrich Wilhelm Nietzsche

…Parliamone.

Non parlerò in questa sede del fatto che io sia contro la chiusura degli OPG, ma di ben altro.

Mi tocca, in questa fase della mia vita più di altre, io che potrei aprire una clinica psichiatrica  per le ossa che mi sono fatta, nella mia vita,  tra ” folli, matti, e borderline “, per parlare terra-terra…

Escludo gli innumerevoli nevrotici, altrimenti mi ci devo includere…   🙂

… Ci ho fatto una tesi sopra. Quella in psicologia.
Dagli studi sulla malattia mentale all’ontologia della follia.
Appunto per questo, perché mi ci sono fatta le ossa dentro la non normo-nevroticità … ma se la scrivessi ora mi verrebbe molto meglio.

Dicevo, parliamone.

Come si fa a gestire una persona che NON è dichiarata pericolosa per se stesso e/o per gli altri, ma lo è?

Che nessuno vuole prendersi (ancora) la responsabilità di dichiarare pericolosa?

Ma perché gli addetti, i “patentati” a farlo, preferiscono non “etichettare”?
Ma come si sentono quando quel genitore che hanno considerato “idoneo”, un mattino fa fuori i figli ?
E senti i giornali -ma, soprattutto, le persone che circondavano questi malati -che dicono “da tempo soffriva di depressione”, ” nessuno pensava che….”

…ma come “nessuno pensava che…?”

Ma manco quello psicologo, quello psichiatra, quell’ospedale, quel perito… Quel medico, per esempio,  che deve valutare uno che è in una galera “normale” perché giudicato capace di intendere e di volere all’atto del crimine e che da  qualche hanno “ha buona condotta” in carcere, quel medico, dicevo, che firma per l’uscita del detenuto perché “non più pericoloso” e il detenuto appena fuori ripete esattamente lo stesso crimine dopo nemmeno due mesi?

Mi si obietterà che c’è un margine di errore alla scienza. Figuriamoci a quella medica, e psichiatrica. E/o psicologica.

Oh, certo.

Ma a me sembra, da filosofo e da “psicologo”, che da Foucault, Lacan e Basaglia ad oggi, complice anche una società “assurda”, folle, da “doppio legame” si è passati all’estremo opposto.
La depressione è normalità ( e tutto ormai viene chiamato “depressione”, che invece è una cosa seria);
il paranoico, che per difendersi ti denuncia e ti minaccia ad ogni tuo gesto ovviamente vissuto come pericoloso per lui,  è solo uno da comprendere ed assecondare;
l’ossessivo-compulsivo, che ti leva l’aria in ufficio e letteralmente “lo spazio vitale” perché se non lo fa si sente leso nei suoi diritti,  è solo uno altamente funzionale;
il bipolare, che preghi tutto il calendario che sprofondi al più presto nella fase depressiva perché  nemmeno ti fa dormire la notte e che invece viene curato come un depresso tutto l’anno (ma, soprattutto, lui dice che sta benissimo e che il malato sei tu che lo perseguiti) perché senno viene “marchiato”…

…Si dice che Van Gogh fosse bipolare…e la Virginia Woolf, e tanti altri geni creativi…ma, io mi chiedo… se questa gente invece di uccidersi avesse ucciso qualche parente o amico, oggi staremo parlando di  “geni folli” o di pazzi criminali?

Altro che malati di mente…

…Non è una questione di sfumature del linguaggio, o solo di punti di vista.
E’ una questione di sostanza.

La differenza sta tra essere folli ed essere malati.
Specie quando queste persone con disagio psichico di creativo hanno solo la pasta di sale, e fanno peraltro mestieri che, nella loro non-lucidità, possono danneggiare più gente di quanto si creda…

Bisogna ridurre il margine di errore. Bisogna lavorare in dieci se necessario, per confrontarsi. Bisogna verificare di anno in anno la competenza di chi lavora per identificare  o valutare i gravi disturbi psichici.

Vorrei semplificare il dibattito gnoseologico sui termini.
Diciamo banalizzare, e stravolgerlo.

Leggerlo a mio modo.

Allora diciamo che un  “folle” è uno che la società vede come a-normale. A-tipico.
Dis-adattato, a volte.
Un creativo, và.
Quasi sempre solo creativo.
Uno originale, ma “di buona forma”, come si dice nel Rorschach.
Uno che ha trasformato la sua crepatura in un vaso di fiori.

Un “malato mentale” è invece uno che valuti e dici che la sua follia non è contenuta.
Non è di buona forma.
Straborda se stesso. 
La  sua crepatura è quella bocca del baratro nella fossa delle Marianne, in cui si è perduto.

Se si taglia un orecchio, come Van Gogh, tu lo supponi che può anche provare ad ammazzarsi, o no?
Il problema è come capire che lo possa fare PRIMA che si tagli l’orecchio.
E se, oltre a farsi male, potrà pensare anche di far del male.

Il fatto è che spesso si vede.

I sintomi, come un’ iniziale adenomegalia in medicina, ci sono. 
Non è che ti metti e  liquidi il tutto come un’allergia.
Specie se si ripresenta ciclicamente.
Ti metti ed indaghi.
E può essere un’allergia.
O un’infezione,
o una leucemia.
Bisogna indagare, il sintomo sembrerebbe lo stesso, ma se guardi bene non è il solo.
E fa la differenza.

Anche nel grave disagio psichico.
Solo che la società malata fa finta di non vedere, perché in colpa o perché latrice della crepa.
Ed il malato diventa sano.
Non capirà mai che ha bisogno di consapevolezza e cura.

E non verrà aiutato in tempo.

Ed è così che abbiamo la cronaca piena di morti per lo più evitabili.

Shibboleth, Turbine Hall, Tate Modern, Unilever series, By Doris Salcedo 2007-08

Shibboleth, Turbine Hall, Tate Modern, Unilever series, By Doris Salcedo 2007-08

…Parlando di crepe, mi è venuta in mente una crepa che vedevo da bambina.
Abitavo in affitto in un palazzo al centro, vicino al mare.
Dall’esterno, signorile, perfetto.
Quel palazzo all’ingresso di ogni abitazione, accanto alle porte,  aveva una crepa dall’alto verso il basso sulla parete, che attraversava tutto l’edificio.
Si diceva che era storica, che era lì da quanto il palazzo, che era strutturale, ma che pareva ogni anno allargarsi un granellino di più.
Avevo cinque anni, e il mio dito ci entrava tutto.
Nella penombra del corridoio senza finestre, illuminato solo da quella del soggiorno lontano, ero terrorizzata a stare da sola all’ingresso.
Un giorno ho capito perché.
Era la crepa.
Perché  quel sibilo come un lamento, leggero, quasi impercettibile, pressoché costante, all’ingresso, non era un fantasma.
Una mattina, fattami coraggio, improvvisando un mantello ed uno scudo, naso e crepa, capii che l’odore di antico e di polvere, di salsedine, muffa e cemento armato mischiati assieme, non era il respiro della casa.
Era una crepa.
Solo una crepa nel muro.
Il palazzo aveva una crepa.
Mica era normale che un palazzo avesse una crepa…lo sapevo anche a cinque anni.
Allora la mia paura divenne il dubbio che il palazzo si sarebbe potuto “rompere”… mica mamma e papà l’avrebbero potuto mantenere in piedi…
Lo seppi nemmeno tanto dopo, se si poteva rompere, quando ci sfrattarono per il sisma dell’ 80, quando quel buon gran vecchio palazzo lì in mezzo fu uno dei pochi che non crollò…ma per un pelo.

Fu allora che imparai che fa più paura la realtà che la fantasia.

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