Inferni personali

Sottoponendo all’esame psicoanalitico nevrotici che soffrono,
o che abbiano sofferto nell’infanzia,
di paura degli spiriti,
spesso e senza troppa difficoltà
si scopre che questi spiriti tanto temuti
non sono altro che i genitori.

(Sigmund Freud)

Nasciamo in microcosmi apparentemente perfetti, per lo più.

Per la maggior parte di noi, intendo, è così.

Almeno è quello che si vede da fuori.

Già, perché la famiglia è come la casa che la abita. Ha porte e finestre. E mura. E un tetto che ti protegge, certo, dalla pioggia;  ma è sempre quel tetto che non ti lascia guardare certo il cielo, se sei serrato dentro.

Parliamone.
Ho sentito di cose assurde che hanno dovuto sopportare degli aspiranti genitori per l’idoneità di adozione (sempre se non hai amicizie che ti fanno bypassare i controlli, come quando sei anche tu un addetto ai lavori).
Io ne sono rimasta nauseata, anche perché a volte gli esseri umani sono nelle mani di un solo altro essere umano che ha debolezze, stereotipi e pregiudizi e che non sempre ha la capacità di valutare completamente  obiettiva, proprio in quanto essere umano. E chi, veramente, può sapere quanto potrà essere “sufficiente buono” un caregiver? Non certo un test…
Ma quando penso ai microcosmi familiari mi dico che forse tanto torto questi dell’idoneità non hanno.
Perché nessuno dà la patente ai genitori.
Che per carità, per gran parte credono di fare il meglio.
“L’etica dell’intenzione” per usare le parole di Pietro Abelardo.
Perché “non si nasce genitori” si dice…
…anche se  personalmente non ne sono tanto certa, che non si nasca genitore…

…Ad ogni modo.
Quello che si vede dal di fuori, del microcosmo famiglia, è troppo spesso ben diverso da ciò che l’attraversa da dentro.
Si sprecano films e romanzi in merito, specie quando, tutti a tavola, emergono le falle del sistema.
Stasera, pensando all’ennesima donna che è tornata a casa col terrore di essere picchiata dal marito, ho pensato a tutte quelle persone, uomini e donne, che pagherebbero oro per non tornare in famiglia, nel loro personale inferno.
Invece si sentono come topolini in gabbia, pronti per essere affogati.
Ho pensato a tutti quei bambini e ragazzi che non hanno possibilità di sfuggire dalla mano o la bocca violenta (perché esistono violenze più terribili e perniciose di quelle fisiche, purtroppo, più difficili da identificare e sanare) e che sono peraltro costretti ad amare. Perché quella mano e/o quella bocca distruttivi sono quelli delle uniche persone al mondo da cui non ti aspetteresti la distruzione.
I tuoi genitori.

Ho pensato ai matrimoni finti e ai sado-masochismi di certe coppie, e  guardando mio figlio che sorride mi sono detta che sono una miracolata, che almeno da certe tenaglie sono riuscita a preservarlo.

E ho pensato che in fondo è troppo spesso impenetrabile quel muro che separa l’esterno e l’interno di una famiglia, che si sgretola solo quando succede qualcosa di irreparabile sorprendendo e sconvolgendo il mondo circostante, oppure più raramente quando uno dei membri, preso da un guizzo d’i stinto di vita, decide di darsela a gambe sottraendosi al delirio della dinamica familiare malsana.

Condivido con voi le parole di una mia carissima amica in merito, in una situazione apparentemente meno “infernale”.
“Certe sere mi mancava l’aria, al pensiero di tornare a casa. Tutto sembrava normale agli occhi di chi non ci viveva, ma io invece sapevo cosa mi aspettava. Quei due si scambiavano poche parole ed in apparente cortesia ma nemmeno si guardavano in faccia.  L’una pensava a pettinarsi allo specchio, l’altro ad essere in orario al lavoro.  C’era un freddo glaciale anche in Agosto.  Non mi ricordo di averli mai visti abbracciarsi, le feste mi mettevano una tristezza addosso inenarrabile perché loro sorridevano con quella espressione di plastica davanti ai parenti facendo finta che fossimo una famiglia perfetta.  Nemmeno a noi guardavano, sembravano essere solo in grado di darci da mangiare e vestirci, ché nessuno avesse potuto dire che eravamo maltrattati.
Non mi ricordo occasioni -tranne cerimonie- in cui abbiamo fatto qualcosa tutti insieme. Ogni scusa era buona per evitare. La famiglia, di fatto, non esisteva se non costretti a tavola  a mangiare la stessa cena, con la televisione a colmare il vuoto delle nostre parole.
Ed io appena ho potuto, invece di cercare fuori casa quello che non avevo, non sapendo bene cosa cercare, ho finito per legarmi con persone uguali a loro. O che mi ignoravano, o che mi picchiavano.”

Dovrebbe essere il proprio paradiso, la famiglia, da cui la vita ci scaccia scaraventandoci nel mondo.
Invece, troppo spesso, è un inferno a cui si è condannati senza aver compiuto peccato. O, almeno, non ancora compiuto…

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