Filosofeggiare della morte a 5 anni

Non temiamo la morte,
ma il pensiero della morte.

(L. A. Seneca)

…Non mi sono sorpresa.

Avevo l’età di mio figlio ed ero anemica (quindi ero soggetta a prelievi di sangue frequenti) e forse fu questo, assieme  alla solitudine al sole nell’orto di mio nonno, all’ alternarsi lento dello sfiorire e fiorire della natura,  il terreno fertile per i miei primi “filosofeggiamenti” sulla vita e sulla morte.
E poiché mio padre già mi considerava una bambina “strana”, io che stavo sempre ad inventare storie e a leggerle (quando sono andata in prima elementare,  a sei anni e mezzo,  già avevo letto mezzo mondo di favole, miti e leggende, ed il retroterra cattolico mi parlava da tempo di angeli e regno dei cieli) ben mi guardavo a condividere dubbi e paure su un mondo sconosciuto ed impenetrabile come la morte.
Quindi lo tenevo per me e ci perdevo i pomeriggi assieme all’idea di universo infinito, visto che proprio mio padre mi parlava di costellazioni e di catasterismo.
Sapevo solo che non si torna, dalla morte, non almeno quaggiù, e mi chiedevo come potesse essere il mondo senza me che lo vivevo…solo dopo più di dieci anni da quei pensieri avrei scoperto che erano considerazioni legittime con cui più di un filosofo si era trovato a scendere a patti…

…Dicevo, non mi sono sorpresa quando, da un apparente insignificante fenomeno collinare di mezza estate (una foglia di platano morta che cadeva prematuramente da un albero verde sull’onda della brezza calda) mio figlio ha cominciando a chiedermi della morte.

E’ sicuramente difficile per tutti, pensare la morte. Figuriamoci per un bambino, figuriamoci per un genitore che ci deve argomentare su.
Io che ho visto passarmi accanto la morte sovente nei primi trent’anni della mia vita, che ho vissuto numerose esperienze di lutto reali e figurate, una tra le più  importanti con mio figlio in grembo, non è che ho più facilità di altri a gestire le domande di un bambino…anche se sono laureata con lode in filosofia…

Ma sicuramente mio figlio è più fortunato di me.

Perché con me ne può parlare. Può avere paura di quello che non capisce e che non conosce. Può fare domande pur percependo che per alcune una risposta non ce l’ho. Può trovare riparo ed un pò di contenimento ad angosce che svelano paure d’abbandono, per chi non c’è e per chi teme di perdere.

Più che pregare che io, mio padre e le poche persone che sono per mio figlio il punto di riferimento, possiamo star bene il più a lungo possibile, umanamente non posso fare.
Ma come madre, sono lì ad ogni sua domanda, ad ogni sua considerazione,  ad ogni sua supposizione, e più che dare risposte cerco di insegnargli a non aver timore di domandare. E cerco di fargli capire che ci sono certi pensieri che fanno paura, ma che se si passa tutto il tempo ad aver paura ci si dimentica di vivere. E per lui che ama tanto, come me, le favole, lo capisce, che la storia è importante… non solo il finale…

…ci torna spesso, in questi giorni, sull’argomento. Ed ogni volta cerco di confermargli certe nostre argomentazioni.
Subito dopo, quasi sempre, lui sente la necessità di raccontarmi una storia. Inventata lì, su due piedi.
Con un eroe, un antagonista, una trappola, un incidente, una soluzione, un lieto fine per uno ed una triste fine per l’altro.

Vi racconto l’ultima, fresca fresca:

“Ascolta, mamma: c’era una spada magica, che veniva inseguita da un leone. Per non essere catturata, la spada crea una trappola di rete con una lunga corda…quando sta per avvicinarsi il leone…ZAC! la taglia ed il leone rimane intrappolato!!E la spada ha vinto!”(K.I.M, 5 anni)

Mi piace pensare che questo esercizio gli serva per com-prendere la realtà e trasformare i pensieri in qualcosa di gestibile.
Era più facile ammazzarlo, il leone…no? 🙂

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  1. Quante cose c’è da imparare da e, soprattutto, dai bambini… Grandi mamma e figlio 🙂


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