Fenomenologia della serenità

Mentre cerchiamo di insegnare ai nostri figli tutto sulla vita, i nostri figli ci insegnano che la vita è tutto.
(Angela Schwindt)

…Oggi come al solito portavo mio figlio a scuola. Guidando, parlavo con lui, e nel frattempo mi chiedevo se un giorno si ricorderà della “normale felicità” che sta dietro il quotidiano risveglio con i bacini, il solletichino e l’aiutarlo a vestirsi in  braccio, a riscaldarlo.
Le partenze con l’auto simulando la partenza di un astronave…le canzoni in auto, quelle che lui ama, e l’abbraccio davanti all’ingresso della scuola…E poi i recuperi alla scuola pomeridiana nei giorni di palestra, e le discussioni sulle questioni di fisica più ardite per la curiosità di un bambino, mano nella mano…
Le sere che si addormenta in braccio durante una favola o un film, o il “ti voglio bene” scambiato prima di addormentarci, dopo aver ipotizzato dove una fatina porterà mai i dentini o se è possibile scovare un elfo nel bosco dopo che ha piovuto, sotto i funghi appena usciti…
…Chissà se saprà attingere da questo pozzo di calore per affrontare i giorni più bui.

Fateci caso, ricordiamo più le cose dolorose  che quelle felici.
Ci ricordiamo più quello schiaffo che quella carezza…sebbene talune persone hanno ben poche carezze da ricordare, purtroppo.
La “normale felicità”, come io chiamo la serenità, la dimentichiamo.
O meglio.
Scorre nel tempo e sulla pelle come una meravigliosa giornata di sole di fine novembre.
Come se fosse scontato, il dono di un giorno mite, alle porte dell’inverno.

Confermando le sue capacità empatiche, mio figlio stamattina fuori la scuola mi ha trattenuto per le mani, guardandomi dritto negli occhi.
Gli ho dato un bacino sorridendo e gli ho chiesto cosa non andasse.
E lui mi ha sussurrato all’orecchio”oggi mi mancherai, mamma…”
Io gli ho sorriso, e gli ho ricordato che mamma è con lui ogni attimo, e che mamma pensa a lui ogni momento.

Un sorriso, e si è avviato per le scale, fermandosi ogni rampa per vedere se ero sempre lì, ad attendere  che scomparisse.
Ero li’, nonostante forse tardissimo e lui lo sapesse, e dovessi correre a prendere il treno. Ero lì, a sorridergli e a fare ciao con la mano.

Esiste un tempo più importante ed è quello che costruiamo dentro, insieme allo spazio delle persone che amiamo e ci amano.
C’è un altro treno dopo quello perduto.
Ma non c’è un’altra carezza nel cuore di un bambino, se perdi quella importante in quel momento ed in quel luogo.

Questo noi genitori dovremmo ricordarlo più spesso.

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