Fenomenologia della resilienza

Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo ‘resalio’. Forse il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui.
(Pietro Trabucchi)

Le ultime quattro settimane sono state per me particolarmente esemplificative per quella misteriosa capacità che viene definita “resilienza”.

In ordine: preoccupazioni per la salute dell’unico genitore rimasto, che presumibilmente permarranno; l’incompetenza di quello che doveva essere un professionista che invece danneggia e ferisce in modo pressoché irreversibile; la consapevolezza di essere l’unico genitore, perche’ essere un genitore significa preoccuparsi in primis del bene dei propri figli, non del proprio portafoglio o dei propri interessi personali; l’incipit dei miei “disturbi”di salute, che necessitano di approfondimenti … ma che potro’ fare quando avro’ denaro e tempo; un cavillo che esce all’improvviso e che impedisce di trovare uno spiraglio di serenità di fronte alla tempesta imminente.

Ciliegina sulla torta, questo magnifico, assolato mattino di Novembre: uscita di casa 8e15, arrivo previsto alla scuola del bimbo 8e30 per 4 chilometri…invece arriviamo alle 9e15, dopo aver preferito un giro di 10 chilometri senza code. Senza preavviso, tutte le gallerie chiuse. Tutto il traffico Napoli-Sorrento riversato tra le già inflazionate strade cittadine stabiesi.

Cosa ho fatto io?

Ho pensato di distrarre i miei pensieri bui lasciandoli nella coda di chilometri, mentre io e mio figlio siamo corsi verso il mare, strade vuote e musica che lui ama.

Il suo sorriso per il percorso inusuale, l’insegnargli che c’è sempre il lato positivo in ogni cosa…anche se tu in questi giorni non è  che lo vedi…ma non glielo dici.

Dopo aver “circumnavigato” tutta la città e lasciato il bimbo a scuola, ora restava arrivare alla stazione…e tra me e la vesuviana ora due città (anche Gragnano) paralizzate.

Così, ancora una volta, ho pensato diversamente da troppi. E sono passata per quelle che una volta erano campagne e che ora sono stradine che aprono a quartieri e orti. Un bel po’ di altri chilometri…pieni di sole, vuoti di traffico e che paradossalmente mi hanno fatto raggiungere la destinazione in meta’ tempo.

Così, mi sono ricordata che in fondo c’è sempre un’altra strada.

O quasi.

O almeno un’altra interpretazione del percorso.

Ed ora che sono nel treno, nella speranza che non passi qualche accidente pure lui, con quel buio lasciato nel traffico nella mia fuga verso il mare, mi dico che sono un po’ meno angosciata per  quello che mi aspetterà nei prossimi giorni e che purtroppo non posso che affrontare.

Sperando che se la tempesta sia tanto forte da rovesciarmi in mare, io riesca in qualche modo a risalire.

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