Fortune doppie

La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto.

(A. Einstein)

Essere madre è già una fortuna. Alcune persone però lo sono un po’ di più.

Quelle che hanno un bambino speciale, per esempio.

L’ atipicita’ è sempre una sfida: genio o follia, il difficile è adattarsi ad una società che parla tanto di inclusione ma alla fine non sa gestire nemmeno il divergente. Quindi ti fa sentire sempre diverso, se va bene. Quasi sempre, sei anche “ai margini”.

Attualmente mio figlio è inquadrato con un po’ di etichette, per cercare di rendere la sua neuro-atipicita’ da filosofo in erba il più possibile adattabile.

La verità è che finché non ci si metterà a guardare le cose sottosopra, da tutta altra prospettiva scoprendo nuovi modi e nuovi mondi, con i pensieri sempre in movimento… ed i piedi che non possono fare a meno di seguirli; finche’ non ci si immedesimera’ in una iper-sensibilita’ che ti acceca gli occhi ad ogni cambio di luce o suono repentino, che ti innervosisce ad ogni variazione non prevista dalla routine… non si comprenderà che cosa significhi per un bambino con tutto questo -a cui si deve aggiungere le fatiche di un genitore solo e la consapevolezza di una famiglia atipica- essere sereno… felice… o, perlomeno -e soprattutto- sentirsi normale.

Per questo, a dire il vero, la conquista più grande degli ultimi due mesi non è tanto il complesso delle valutazioni scolastiche più che soddisfacenti che ho potuto verificare dalla tecnologica app del registro on line. Più che altro, e’ importante quello che significano.

Rappresentano un bambino che dice con una dolcezza fuori dal comune, indicando l’orario scolastico, “in queste ore qui la maestra Ausilia mi aiuta” e con pari fermezza “ma non voglio fare compiti diversi dagli altri”, con la chiara consapevolezza di essere un bimbo “speciale”.

Rappresentano un bimbo che ora non mi dice più “mamma, ma devo andare per forza a scuola?” come mi ha detto ormai con l’autostima sottoterra a fine prima elementare. Un bimbo che ora va sereno a scuola.

Un bimbo su cui ora è più facile lavorare sulle rigidità, sugli schemi. Questo grazie a due cose. Grazie all’amore e alla musica. Perché come dice Sebastiano, un altro che lo ama oltre ad essere il suo musicoterapeuta, “dove finiscono le parole, inizia la musica”. Che apre porte che nessuna altra “terapia” può aprire.

Tra i tanti schemi su cui è possibile lavorare, il voto più alto va alla sua prima costuzione lego senza istruzioni. È un appassionato di mattoncini fin da piccolo…e fin da piccolo non c’era verso di costruire nulla senza guida. Se non c’erano, ma erano indicate sulla scatola, andava a cercarle da solo su YouTube.

Pazzesco.

Ed ecco, dopo tanti tentativi di convincerlo ad applicare la sua straordinaria immaginazione che usa per inventare storie sui suoi personaggi preferiti ai Lego… eccolo in un primo tentativo.

Una cosa, ovviamente, stranissima, a cui ha dato un nome così strano che non lo ricordo, ma ha spiegato da dove è venuta l’idea: ha pensato alle varie costruzioni possibili con le guide e ha pensato di crearne una che le rappresentasse tutte.

Gli ho detto che era così bella che gli facevo una foto.

Immagino che la madre di Kandiskij abbia detto lo stesso dei quadri del figlio… Prossimo passo, una scatola di mattoncini classic, senza guida…per poter inventare e basta.

Per poter fare dell’atipicita’ il trionfo della divergenza…che forse non rende adattabili, ma più accettabili.

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Novembre

…Arriverà la pioggia

tra l’odore dei camini

e la brina del mattino

Il giorno sarà breve,

e quando il cielo

sgombrera’ le nubi

la notte di città

brillera’ di luminarie

ma la mia collina

avrà un tetto trapuntato

di stelle d’inverno…

Noi, stretti nei colletti

dei primi freddi

mano nella mano

sorrideremo insieme

inventando nuove favole

per ogni colore

della stagione che viene.

(AmyC)

Le nostre riunioni di gabinetto

I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto.

(Giacomo Leopardi)

Ogni tanto il mio filosofo di otto anni sente l’esigenza, stante l’habitat meditativo della tazza del water, di chiedere compagnia…per discutere dei massimi sistemi del mondo. Lui sulla tazza, io seduta di fronte a lui sul bordo della vasca da bagno.

Diviene sempre più difficile, pure per una laureata in filosofia cum laude come me – con la tendenza peraltro alla pratica filosofica – gestire questo “talento naturale”. Non ho mai dovuto educarlo alla filosofia: è lui ad educare me a ricordare che l’importante è non smettere mai di domandare.

Ieri sera l’argomento era: percezione fenomenica ed escatologia.

Si mette e chiede: ” Ma come facciamo a capire se quello che viviamo è reale? Come faccio a sapere che vivo e non sto solo sognando di farlo?”

Mia espressione: 😨

Non contento insiste: “Anche perché, poi…quale sarebbe il motivo per cui viviamo?Io non ho capito ancora perché sono qui!”

Lui non lo ha capito. Solo lui 😐

Ovviamente gli devo rispondere. E gli ho detto: “Vedi, KIM, le tue sono domande che i filosofi si pongono da migliaia di anni…non è che abbiamo già una risposta. Qualcuno, un pò di tempo fa, diceva che la prova che abbiamo di esistere è il fatto stesso che noi pensiamo..”

“Io ho qualche dubbio…” mi risponde sorprendentemente. 😱

“Abbi pure i tuoi dubbi, KIM…servono pure quelli ai filosofi”

“Ma chi sono i filosofi?” alla fine chiede. “Ma sono i tuoi colleghi, amore mio! Quelli che pensano come te! ”

A questo punto forse aveva trovato l’ispirazione, e guardando ancora per aria come se vedesse i pensieri passare, mi ha invitato gentilmente ad uscire dal bagno.

Fine della riunione di gabinetto 😑

“Sei sempre bellissima”

Solo i figli piccoli sanno difendere le madri. Con una goffaggine che li rende potentissimi. E invincibili. (P. Sorrentino)

Il lunedì mattina è una tragedia. Specie per mio figlio. Ma anche io non scherzo.

È uno di quei pochi giorni che trovo il tempo di guardarmi allo specchio, di trovarmi gonfia, inguardabile e arrivo persino a mettermi un filo di trucco.

Nella zombaggine (nel senso di zombie)di questa mattina, mentre finisco di corsa di bere il latte trovo che mio figlio mi fissa muovendo la testa a destra e sinistra. Sembrava un gufetto.

“Kim…ho qualcosa che non va?” “Mamma…ti sei dipinta gli occhi…”

Il modo in cui lo dice sembra un rimprovero. Mi ricorda il tono del rossetto, che mi è assolutamente interdetto da lui. Altrimenti non si fa più baciare.

Mi azzardo a chiedere.

“Si amore…ogni tanto mamma si ricorda di truccarsi un po’…ma…non sto bene?”

“Ma no mamma…sei bellissima.”

Riprendo fiducia. Meno male 😅

“Sto meglio truccata, non credi?”

E lui, con i suoi occhi immensi come la Grazia di Dio, serio serio risponde: “Ma che dici mamma…tu sei sempre bellissima.”

Ed ecco che il lunedì mattina è diventato magnifico ☺

Tutte le donne dovrebbero avere il privilegio di potersi, per un attimo, sentire perfette. A me riesce grazie all’amore di mio figlio.

Il tempo che abbiamo

Alice: “Per quanto tempo è per sempre?” Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

(Lewis Carrol)

L’altro giorno sono andata a fare dei controlli in ottica di prevenzione. Mentre attendevo il mio turno, ho notato alcuni volti bui. Attese per referti che ti cambiano la vita. Una persona aveva gli occhi lucidi, e la giovane figlia le teneva la mano in silenzio, sui divanetti di fronte ai miei.

Mi è venuta in mente mia madre, che ha pensato bene di fare una vita di guerra con me e poi, l’ultima settimana della sua vita, rendersene conto e scusarsi e stringersi a me…tanto da morirmi in braccio.

Dovevo fare altre cose quel giorno e tornare che sarebbe già stato buio a casa, mentre mio figlio doveva tornare dal doposcuola col pulmino. Ricordavo ancora il suo visino al mattino: mogio mogio, lui che ha problemi di risveglio, e con una faccia delusa quando gli ho detto che ci saremmo visti direttamente di sera. Mi aveva accompagnato tutto il giorno, quello sguardo. Così, mentre i miei occhi non si staccavano da quelle mani strette sul divanetto, ho realizzato quanto spesso ci dimentichiamo che questo tempo è un dono. Che per vivere senza angoscia pensiamo come se non dovessimo mai morire, ma così rischiamo di trovarcela addosso, la Morte, portando un carico di “se avessi saputo”…rimpianti vari più annichilenti del trapasso stesso, che rendono il tempo e la vita “passati”, non vissuti.

Quando ho finito sono andata in un negozio di giocattoli, ho preso due di quei cosi che a mio figlio piacevano, uno per me ed uno per lui, e mi sono presentata a doposcuola. La luce del suo sorriso, a vedermi a sorpresa lì, avrebbe potuto illuminare interamente la notte artica. Siamo andati a casa, e siamo andati a giocare con quei due aggeggi… a farci la guerra per gioco, nascosti dietro a fortini di sedie, mentre mi raccontava che era felice perché ora riusciva a finire i compiti in tempo. Il Sostegno, con persone competenti, fa veramente la differenza.

E così ecco, mi dico che non voglio aspettare che qualcuno mi dica che sto morendo per poter vivere il mio tempo il più possibile con chi amo.Bisognerebbe, almeno una volta al giorno, ricordarsi che dobbiamo morire e che non sappiamo quando. Forse riusciremmo a fare cose che ci danno un po’ più di gioia.

Matteo

…Il nome “Matteo” gli è stato dato per caso. O forse per destino.

La mia idea finiva a due nomi, l’acronimo l’avrei azzardato lo stesso, anche se non “tecnicamente” preciso. “Nomen omen” dicevano gli antichi. Ed è per questo che il nome di mio figlio è stato pensato per mesi.

Poi, ad un tratto, un “padre per caso”, che “mi amava, ma non sapeva/voleva stare con me” mi disse che per un figlio maschio, anni prima, aveva pensato il nome “Matteo”. Ovviamente lui non ne conosceva il significato. Per me invece fu come una cometa che illuminava una notte primaverile senza luna. Completava perfettamente l’acronimo e ricordava a mio figlio che era un dono di Dio, anche quando qualcosa – o tutto – gli avrebbe fatto pensare il contrario.

Così, ecco, mio figlio si chiama anche Matteo. Il primo e l’ultimo nome li festeggiamo secondo l’onomastica legata al calendario liturgico cattolico. Il mezzano, in fondo il più importante, si festeggia nel periodo Natalizio…e passa per lui più in sordina. Ma un giorno incontrerà sui libri di scuola il grande Kant e capirà che la mamma aveva un motivo in più per scegliere un nome per lui tanto bello quanto complesso 🙂

Riflessioni di mezza estate di un ottenne neuro-a-tipico

Chiedo ad un bambino “normale”: “Come sai che questo è un uccello?” Il bambino mi guarda con un’aria come per dire che si tratta di una domanda veramente stupida e risponde: “Perché vola, ovviamente”.
Faccio a Thomas la stessa domanda:”Come sai che questo è un uccello?” Thomas -con la massima serietà: sottolineo questo aspetto, perché molte persone che non hanno familiarità con l’autismo pensano che gli piaccia scherzare – mi risponde: “Prima di tutto guardo se è un essere umano o un animale. Quando so che è un animale, guardo se ha quattro o due zampe. Se ne ha due, allora è un uccello”
(H. De Clercq)

Io leggo libri sulla neurodiversita’, mio figlio mi insegna.

Il bimbo considerato “ingestibile” a scuola, nonostante la mia allergia ai compiti, per due estati ha finito i libri delle vacanze a metà agosto. Questione di giochi e di musica di sottofondo, con una cantata ed una ballata tra una pagina e l’altra. Ora andrà in terza, con i prodromi -tanto per non farci mancare nulla- di un disturbo dell’apprendimento. E tuttavia la sua capacità percettiva e organizzativa compensatoria -unita alla creativita – è impressionante.

Ho pulito il frigorifero. Viene in cucina, e mentre beve butta un occhio alle calamite sul frigo (circa una settantina) e esclama, serafico”non erano così”. Ed io:”cosa?” E lui:”Le calamite”. E le risistema. Come cavolo faccia a ricordare l’ordine, io non lo so. D’altronde se lo aiuti leggendo i versi due a due, impara le poesie in due giri. Ma non riesce ad imparare le tabelline. Nonostante sia bravo con i numeri. Sarà che inverte le cose. O meglio, penso le codifichi male. Con le lettere riesce a compensare “immaginando” le parole, visto il suo vocabolario forbito. Ma con i numeri è dura. E va in panico.

L’altra sera ad un certo punto, mentre guardiamo la TV, mi dice: “Non pensi sia strano, mamma? Abbiamo un’apertura del nostro corpo, un’apertura che dà all’interno, che introduce nutrimento all’interno e che fa uscire i nostri pensieri e i nostri sentimenti”. Stavo per rispondere che non abbiamo una apertura sola, ma vista la peculiarità della sua analisi ho preferito approfondire. “Perché è strano amore?” “Perché mette in contatto dentro e fuori, come due mondi”.

E che gli rispondi? Lui che sa che il mare è immenso ma non infinito, perché infinito è ” l’Universo, i numeri e l’Amore” , dice lui, e che chissà quanti mondi ci sono…

…Avere a che fare con un bambino è un’immensa ricchezza. Avere a che fare con un bambino che vede il mondo da una prospettiva un po’ diversa dagli altri, un’immensa fortuna. Ti insegna a guardare con i suoi occhi e a pensare a più dimensioni.

Anche alle dimensioni che non vedi.

Se solo non fosse per lui così difficile farsi degli amici… il difficile di pensare diverso è che per gli altri lo sei, diverso.

Cosa farò “da grande”

Il senso della vita è quello di trovare il vostro dono. Lo scopo della vita è quello di regalarlo.

(Pablo Picasso)

Oggi una psicoterapeuta con decenni di esperienza e che ha un “problema” col telefono, che sto richiamando quotidinamente per informarla dell’avanzamento, ha detto che sarò un’ottima psicologa.

Fa piacere sentirselo dire mentre fai tutt’altro mestiere, e che ha in comune con la psicologia solo l’ascolto e l’empatia… oltre alla capacità di identificare il problema e proporre la strada migliore per la risoluzione.

La prima volta me lo ha detto una neuropsichiatra infantile dell’ASL, quattordici anni fa.

Accompagnai una bimba (che avevo a scuola pomeridiana) e la sua mamma. Proposi la visita perché la bimba per un anno intero, in prima elementare, non aveva imparato niente…ma era intelligentissima. Nemmeno leggere e scrivere sapeva. La mamma me l’aveva portata a Giugno, preoccupata per la seconda elementare, sperando potesse recuperare.

Con i bambini lego subito. Avevo notato che non voleva disegnare. Cominciai a negoziare disegni e compiti. Contavamo i fagioli per terra, usai lettere e sillabe grandi come fogli e parole associative ed evocative… così a settembre divenne perfettamente alfabetizzata e capace di addizionare e sottrarre. E disegnava, anche. Ma solo su preghiera. Familiari ai lati opposti dei tavoli, persone distanti, cieli nuvolosi e mari in tempesta. Alte montagne. Nessuno che si teneva mai per mano. Nemmeno lei e la sorellina piccola. E non amava parlare di casa sia per il clima che per la sorellina che aveva invaso tutti i suoi spazi. Nei disegni spesso nemmeno la metteva, la sorellina…

Quando andammo dalla neuropsichiatra, le esposi ogni cosa. Lei mi guardo’ e mi chiese cosa avessi studiato. Io le feci presente che mi stavo laureando in filosofia, con un po’ di ritardo per vicende familiari, ma che la mia laurea in filosofia includeva più esami della norma e soprattutto di svariate discipline… considerato che per diniego paterno della trasferta a Roma avevo rinunciato a psicologia, finito il diploma.

Lei vide la bimba, la madre, poi mi richiamo’. E mi disse: “Tu dovresti fare psicologia: la diagnosi l’avevi già fatta tu. Non rinunciare. C’è sempre tempo per dire <<da grande farò…>>”.

Così, finita la laurea, ho ripreso a studiare per i test di psicologia. Ma appena 9 giorni dopo la conclusione di filosofia feci un colloquio, il mio primo vero colloquio per un lavoro aziendale (seppur “da diplomata”)… e da allora lavoro qui. Ho pendolato, studiato e lavorato fino a quando, con un bimbo da crescere da sola, ho dovuto studiare di notte, tra le lacrime per le prove parecchio dure della vita, la pressione alta per lo stress e i soldi sempre più radi per il difficile bilanciamento vita-lavoro e le spese sempre maggiori.

Ma manca poco. Due capitoli ed una conclusione.

E forse, “da grande”, farò anche la psicologa.

29 luglio 2017

Alcuni dicono che la felicità bisogna cercarla lontano; altri dicono che dimora vicino, nella casa; ma la felicità perfetta è nella culla di un bimbo.
(Proverbio cinese)

​…Nessuno può prepararti veramente alla rivoluzione che porta un bambino nella tua vita. È come la creazione: prima il nulla, poi il Big Bang.

Fiat lux. 

E luce fu. 

Negli occhi di un bambino. 

Dopo, nulla è come prima.

E non c’è un settimo giorno, dove ci si può riposare…eppure ogni giorno è domenica. Perché il filtro è quello sguardo curioso e arcobaleno sul mondo. 

Dove tutto è possibile.

Dove anche una casa vecchia e in disordine è una grande avventura, quel labirinto o quella “villa villana” infestata di spettri curiosi.

E anche quando ti senti Noè sull’arca, dove non sai proprio se stai facendo giusto…quello sguardo è come la colomba con l’ulivo tra il becco: fai pace con Dio e con il mondo. 

E ti senti benedetto.

Rinasco ad ogni tuo compleanno, e grazie a te non mi pento degli errori.

Perché l’Amore porta sempre frutto. Perché il tuo amore è la mia casa.

Ricordi d’estate

Passi echeggiano nella memoria, lungo il corridoio che mai prendemmo, verso la porta che mai aprimmo. (T.S. Eliot)

Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.(J. Irons)

…In questa sera un po’ “down”, dove l’eco della valle rimanda un piano bar estivo, dove ci sarebbe bisogno di un’ uscita di sicurezza da questa vita troppo “storta” – così, giusto per una boccata d’aria di un minuto- mi viene in mente che domani è luglio. Prima del 2008, era per me un mese di dolci malinconie…

Luglio/col bene che ti voglio/vedrai non finirà…

…Poi ha significato tante cose insieme. La rabbia per chi se ne va volontariamente da te dicendo di amarti…più in avanti, invece la nascita di quel figlio che doveva nascere in Agosto…ma evidentemente con me ne ha condiviso l’odio, ed è nato prima.

Un Agosto cercai di addolcire la rabbia di un Luglio doloroso e partii per la Spagna in un tour meraviglioso. Partii con una persona speciale, probabilmente una delle poche persone al mondo che mi abbia amato veramente, seppur a suo modo, come a mio modo l’ho amato io. Il mio migliore amico, anche. Una persona con cui, forse, se non avessi ascoltato la “voce di sirena” di un falso bugiardo (difficile perché ci lavoravo insieme….non avevo le chances di Ulisse di tapparmi le orecchie) sarei riuscita a recuperare un rapporto difficile. Ma come dice saggiamente lui, “Se la ma nonna avea le rote, era un carretto”…

Stasera mi viene in mente come abbia vissuto quel viaggio tra sogno e realtà, come non fossi molto realmente lì. Dormendo in castelli, vedendo posti fuori dal tempo…incantati. Vedendo in volo quella cicogna che uno spagnolo mi disse presagio di un figlio.

E ricordo come non fossi felice.

Come fossi stupidamente infelice. Pensando ad un falso bugiardo. E invece avevo quasi tutto. L’unica mancanza allora è l’unica mia gioia oggi.

Ecco perché mi piacerebbe avere “quei soldi da buttare”, come allora, per andare a fare lo stesso tour. Con l’unica mia gioia oggi. Che sarebbe felice: adora viaggiare. Sarebbe una grande avventura per lui.

Per ora, però, mi tocca solo sognarlo. Allora sorridevo in braccio a Don Quichote, ad Alcala’, fuori la casa di Cervantes.

Non immaginavo che per i successivi nove anni avrei dovuto lottare contro i mulini a vento…

…Questione di contrappasso… eh già.

Magari tra poco vado con Astolfo sulla Luna…chi può dirlo…