Consapevolezza e supporto

Non esistono grandi scoperte né reale progresso finché sulla terra esiste un bambino infelice. (Albert Einstein)

…Da quando finalmente mi hanno dato retta sul neurofunzionamento di mio figlio, dopo anni di rimostranze a pediatri di sorta che mi davano dell’ansiosa o, se andava bene, mi accusavano di “aver studiato troppo” (e di fare la madre, non la psicologa), mi confronto -oltre che con genitori- anche con molti giovani adulti , Adhd ed Asperger, per lo più.
Molti, “inquadrati” più grandi, vengono da giorni di infanzia infelici e colmi di solitudine… specie quando i genitori non capivano, non accettavano… non vedevano. Io chiedo, chiedo come vivevano questa e quest’ altra cosa, per fare il possibile per capire le dinamiche del mondo di mio figlio e fare in modo che possa valorizzare il suo modo diverso di vedere l’universo e le cose.

Uno di questi giovani adulti, ora brillante scrittore fantasy, che mi ha dato molti consigli su come gestire il suo “magico mondo” di recente mi ha scritto:

“…sono lieto di offrire il supporto che posso, soprattutto perche’ se io avessi avuto consapevolezza della mia condizione quando ero piu’ piccolo, avrei voluto tantissimo ricevere eguale supporto da mia Madre. Quindi davvero i migliori auguri a voi! Con pazienza e perseveranza, tuo figlio potra’ raggiungere risultati grandiosi!”

La consapevolezza. Il supporto.

Ognuno di noi dovrebbe essere consapevole di come funziona, dei propri punti di forza e debolezza ma anche delle proprie potenzialità, e ricevere adeguato supporto…e a troppi di noi manca ed è mancato. Questo è ancora più vero ed importante per bambini con abilità diverse, come i neuroatipici.

Diffondere anche tra chi ci circonda la conoscenza e la consapevolezza contribuisce a livello sociale a generare supporto, quel supporto necessario a far crescere persone equilibrate e felici.

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Luglio in collina

Grandi falene smarrite tra raggi di sole,
accecate e morenti
cercano ombra.

Un cerambice che ha perso
la sua battaglia
con il gatto del cortile
è una statua nera sul cemento sbiadito.

E le rondini chiacchierone
imitano i galli nascosti
tra aie e terre
e fuori dalla finestra, dondolandosi
sul filo volante dell’antenna
ti svegliano in coro.

È mattino in collina, di un Luglio capriccioso
di azzurri all’alba
e grigi al tramonto.
E la mia mano
stringe forte la tua,
che ogni giorno
diventa un po’ più grande.

Anni fa

Non rimpiango le persone che ho perso col tempo, ma rimpiango il tempo che ho perso con certe persone, perché le persone non mi appartenevano, gli anni sì.

(C. G. Jung)

L’ ottimista è l’uomo che spera in futuro di avere un passato migliore.
(E. Tarlapan)
Anni fa.
Dieci ed un giorno. Un messaggio ricevuto, “Ho ancora il tuo odore addosso” avrebbe dovuto farmi capire che io da essere umano amavo un cucciolo di un essere non ben definito e compiuto. Non vorrei cambiare nulla neanche se potessi: gli occhi che illuminano la mia vita, che hanno dato senso e compimento, vengono da quel bacio in un bosco lontano.
Mi sentivo una principessa. Invece ero cenerentola. E come lei sono rimasta scalza e piena di fuliggine, con i topolini e la zucca.
La magia è un’illusione.
Ah si: una cosa la cambierei. Il tutto sarebbe durato il giusto. Cioè molto meno. Il tempo di un concepimento e del primo abbandono.
Tanto si vedeva dal primo “non ce la faccio” che il principe preferiva la matrigna cattiva e le sorellastre. Tutte Insieme. Più donne sono meglio è.
Anni fa.
Tredici esatti.
Ero “inciampata” in un fidanzato possessivo e nella morte di mia madre. Era difficile studiare.
Ma ero testarda. E la tristezza la conoscevo a metà: il lutto non era stato ancora elaborato.
Tredici anni fa esatti mi laureai per la prima volta.
110 e lode con la serenità di chi sentiva (da buona strega) che il lavoro mi avrebbe trovata. Lo fece appena 9 giorni dopo. Nemmeno sapevano mi fossi laureata.
Lavoro ancora lì.
Oggi ho meno sorrisi e meno speranza. Sono meno testarda e più arresa. Più disincantata, anche.
Ma studio ancora. Perché sul fondo di cassetti impolverati, qua e là come antiche monete di dubbio valore, sogni ce ne sono ancora. Appena apri i cassetti, ancora brillano.
Ho pure ripreso a suonare, nonostante cantare sia diventato veramente difficile…
…dopo anni, ho ripreso a pulire i cassetti.
Il passato insegna. Il futuro aspetta.
Il presente è un dono.
Perciò, oggi penso proprio che andrò a passeggiare con mio figlio in un pomeriggio di prima estate.

Scale

Scale continue

sotto un sole che non scalda, ma brucia
la fatica
mai premiata dalla cima di una salita
e sorridere, sorridere sempre
mentre il diluvio dentro
ti devasta
e il senso perduto
troppi giorni
quando non basta nemmeno il sorriso di un bambino
che si rotola nel suo mondo immaginario
lasciandoti fuori,
da sola,
a pensare a scale sempre più pesanti da salire.

Genetliaco

Vivere significa nascere a ogni istante.
La morte subentra quando il processo della nascita cessa.
(Erich Fromm)

 

Mi piace molto Mark Twain quando dice che i giorni più importanti di una persona sono due: quando nasci e quando capisci perché sei nato.
Io sono nata in tarda mattinata, con comodo, in un sabato mattina di fine aprile di ben quarantatré anni fa, in una città per un giorno piena di sole invece che di vento, con un cimitero di fronte a casa mia dove riposano alcuni tra i miei poeti e scrittori preferiti. Con l’odore del mare a circondare ogni respiro, e i gabbiani in alto.
E non sono nata a Napoli, ma sono Stabiese.
Ci ho messo parecchi anni per cominciare a capire perché sono nata, io: e forse, se mi sbrigo, riuscirò a capirlo meglio prima di diventare troppo vecchia per pensarci o morirci prima 🙂
Diciamo quindi che ho cominciato: ho preso coraggio, anche il coraggio di dire che non ce la faccio, quando tutto e tutti dicono che sei forte e ce la devi fare.
Ho preso coraggio per ritirarmi, se sento che non riesco a finire una competizione.
Ho preso coraggio per dire che ci sono cose più importanti, e che la cosa più importante, oltre a mio figlio, sono io.

Per il mio compleanno vorrei dire grazie. 
Grazie innanzitutto a chi mi ha fatto e a chi continua a farmi male: perché finalmente ho imparato a mandarli a quel paese e metterli al loro posto (che è più o meno un bagno pubblico). Se non lo avessero fatto, o se avessero smesso, forse non sarei mai evoluta in questo senso.
E poi grazie invece a chi, da vicino e da lontano, mi aiuta. Al preside e alle maestre di mio figlio, che mi aiutano a formare un piccolo grande uomo. A qualche psicologo e ad un neuropsichiatra speciale, che ci supportano. Al musicoterapeuta, e alla maestra Ausilia che è il nostro angelo custode. Al gruppo doposcuola, che è anche il campo estivo.
Vorrei dire grazie al sincero affetto di pochi. Ai loro sorrisi. A zia su, e al mio cugino famoso che è stato il primo a darmi gli auguri, stanotte 🙂
Alla parola cara di una collega e del capo. All’affetto di Tina. All’abbraccio di Emilia.
Alla mano tesa di Lucia, ogni giorno da otto anni, quella sponda che aiuta il  fiume a non esondare anche nei giorni di diluvio.
A Pietro che mi risponde sempre e mi aiuta con il suo grande cuore.
A Mariangela con i suoi cuori che non mi abbandonano mai.
Ai Maurizio che da lontano mi pensano sempre, come Tonia.
A Maria mia cugina e al cugino Antonino. E a Mary, dal cuore grande che trova sempre un attimo per me.
Grazie alla serata di ieri. Al tramonto sul porto, alle amiche e ad una mezza luna capovolta e luminosa. 
Vorrei dire grazie a molti di voi lontani e vicini grazie ad internet. Alle mamme della casa del sole. Ai gruppi di ADHD e Autismo che mi fanno vedere le cose molto più chiare.
Grazie a mio figlio che è il mio faro, quello che sei chiatta e brutta e ti dice, appena sveglia, “mamma, ma lo sai che sei bellissima?”
Il fatto è che ci crede veramente, lui, a quello che dice.
E grazie a Dio, che mi aiuta a non mollare…e a vedere sempre il mondo come quando ero piccola piccola.
Con gli stessi colori, anche se un po’ sbiadite dalle tristezze occorse nel tempo.
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Filosofia da quasi novenni

Guardate le stelle e non i vostri piedi. Provate a dare un senso a ciò che vedete, e chiedervi perché l’universo esiste. Siate curiosi.
(Stephen Hawking)

… Non so bene quante madri, di sera, prima di addormentarsi, devono sostenere con il proprio figlio di quasi nove anni una non semplice dissertazione che parte dalla differenza tra fiaba e favola (e la constatazione, da parte del bambino, che il titolo “favola di Adamo ed Eva”di Max Gazzè contiene un errore concettuale) continua con le ipotesi sulle prime fiabe e sui miti e finisce con la teogonia e le ipotesi di conciliazione creazione divina e Big Bang…e sulla concettualizzazione dell’ubiquita’, infinita’ ed eternità di Dio…
So solo che specie di sera, dopo una giornatina che ti raccomando, non è facile aiutare a porre domande, non a dare risposte, ad un bimbo che constata “chissà perché ce lo immaginiamo come noi, Dio, che cammina…”
Parlare di calcio no, eh?
Fortuna che ho studiato filosofia, va’…😬

Anche questa è neurodiversita’.

… Ma tutto questo Alice non lo sa

…Scavando tra cianfrusaglie del passato ieri sera ho trovato pupazzetti e portachiavi, che mio figlio prontamente ha sequestrato.
C’era anche un luminoso anello di plastica, riflettente come una biglia, giallo giallo.
Mio figlio mi ha chiesto se poteva prenderlo.
L’ho guardato…proprio maschile non era…
“Ti piace, amore? Lo vuoi?”
“Vorrei regalarlo, mamma…”
Si è fatto tutto rosso, e mi ha guardato dritto dritto negli occhi per un istante. “Tu sai a chi…” ha aggiunto tornando a guardare l’anello.
Lei non lo sa che per mio figlio è la sua fidanzata. Che si è emoziona quando le sta vicino. Che a lui piace perché gli sorride ed è gentile con lui. Che gli piace perché lei ride, se lui fa il pagliaccio…le piace perché riesce a farla ridere.
Tutto questo, Alice non lo sa.
Ed io lo guardo, e lo vedo un po’ più grande. E so che da certe delusioni, da quei dolori che strappano l’anima, io non potrò difenderlo.
Potrò solo abbracciarlo, e dire che ci sono.

…Quasi imperfetta

L’empatia, così importante perché un adulto possa comprendere un bambino, comporta che si consideri l’altro nostro pari; non per ciò che riguarda il sapere, l’intelligenza o l’esperienza e men che meno la maturità, bensì rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti, adulti e bambini.
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli Editore, Milano, 1987

Fai da madre e da padre.
Fai notti intere sveglie quando non sta bene, e quando lui si preoccupa che non dormi tu gli dici che non hai sonno.
Mantieni viva la magia in ogni cosa, anche in quelle cose che non credi più.
Ti inventi sorprese ogni giorno, per non fargli sentire il vuoto di chi non vuole esserci, e di chi non c’è mai stato.
Ti smazzi (come un mazzo di carte, in due) per essere in un luogo e poi in un altro il più velocemente possibile, fai le corse, il traffico, corri a piedi, speri di non perdere il treno, perché se lo perdi devi inventarti come fare.
Vorresti finire di studiare per un futuro migliore, ma la sera, dopo dodici ore fuori casa, crolli come un temporale in agosto: inquieta e veloce.
Se ti ammali pazienza, come fare non sai.
Se si ammala lui è lo stesso, con la differenza che vorresti essere malata tu per non vederlo così.
Non piangi, qualsiasi cosa succeda, perché se piangi tuo figlio, turbato, ti chiede di non farlo sennò gli viene da piangere anche a lui.
Rispondi a domande inrispondibili, e quasi sempre lo fai facendo rispondere a lui.
L’ultima, millenaria, sul perché il tempo a volte va lento e a volte no… E vai a spiegargli Agostino da Ippona e che l’uomo, come dice Gorgia, è misura di tutte le cose.

Ma c’è una domanda cui, anche se rispondi, non ti suona bene. Anzi, ti fa male rispondere.

“Mamma, perché non vieni a prendermi più spesso a scuola?”

E’ curioso, non me lo ha mai chiesto più piccolo. In psicologia si dice che in genere un bambino fa domande “emotive” quando è pronto a “sopportare” le risposte. 
Lui lo sa, che per andare a lavoro prendo il treno.
Sa che quando non ci vado a prenderlo io perché so quando lo rende felice, non andando così con il pulmino al doposcuola, dove mangia e lo in-trattengono finché non torno da lavoro.
Non sa che ho dovuto scegliere il part-time, con tutte le ripercussioni economiche, proprio per cercare di esserci di più.
Sempre io.
Solo io.
Non comprende che per i suoi disturbi di sonno ogni giorno ritardo di un’ora e sono tutti addebiti sullo stipendio.
Tutto questo, ovviamente, gli viene spiegato fino ad un certo punto.

E ti suona come un rimprovero, la sua richiesta, anche se sai che non lo è. E forse fa più male.
Gli ricordi che quando non va a lavoro corri sempre a prenderlo. Lui ti chiede di promettergli che andrai più spesso, perché sa che tu le promesse le mantieni.
Ma non puoi prometterglielo. Non gli prometti mai cose che non puoi mantenere.
Lui lo sa… ma non puoi evitare l’ombra nei suoi occhi.

Basta poco per sentirsi incapaci.

Allora gli ricordi che ogni volta che puoi, però, ci andrai. Gli proponi di giocare (drammatizzare il suo videogame preferito), così per spostare il suo sguardo su quello che insieme si può fare, sempre.

E ride.
E ti senti meno incapace, solamente imperfetta.

 

preview

 

Fortune doppie

La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto.

(A. Einstein)

Essere madre è già una fortuna. Alcune persone però lo sono un po’ di più.

Quelle che hanno un bambino speciale, per esempio.

L’ atipicita’ è sempre una sfida: genio o follia, il difficile è adattarsi ad una società che parla tanto di inclusione ma alla fine non sa gestire nemmeno il divergente. Quindi ti fa sentire sempre diverso, se va bene. Quasi sempre, sei anche “ai margini”.

Attualmente mio figlio è inquadrato con un po’ di etichette, per cercare di rendere la sua neuro-atipicita’ da filosofo in erba il più possibile adattabile.

La verità è che finché non ci si metterà a guardare le cose sottosopra, da tutta altra prospettiva scoprendo nuovi modi e nuovi mondi, con i pensieri sempre in movimento… ed i piedi che non possono fare a meno di seguirli; finche’ non ci si immedesimera’ in una iper-sensibilita’ che ti acceca gli occhi ad ogni cambio di luce o suono repentino, che ti innervosisce ad ogni variazione non prevista dalla routine… non si comprenderà che cosa significhi per un bambino con tutto questo -a cui si deve aggiungere le fatiche di un genitore solo e la consapevolezza di una famiglia atipica- essere sereno… felice… o, perlomeno -e soprattutto- sentirsi normale.

Per questo, a dire il vero, la conquista più grande degli ultimi due mesi non è tanto il complesso delle valutazioni scolastiche più che soddisfacenti che ho potuto verificare dalla tecnologica app del registro on line. Più che altro, e’ importante quello che significano.

Rappresentano un bambino che dice con una dolcezza fuori dal comune, indicando l’orario scolastico, “in queste ore qui la maestra Ausilia mi aiuta” e con pari fermezza “ma non voglio fare compiti diversi dagli altri”, con la chiara consapevolezza di essere un bimbo “speciale”.

Rappresentano un bimbo che ora non mi dice più “mamma, ma devo andare per forza a scuola?” come mi ha detto ormai con l’autostima sottoterra a fine prima elementare. Un bimbo che ora va sereno a scuola.

Un bimbo su cui ora è più facile lavorare sulle rigidità, sugli schemi. Questo grazie a due cose. Grazie all’amore e alla musica. Perché come dice Sebastiano, un altro che lo ama oltre ad essere il suo musicoterapeuta, “dove finiscono le parole, inizia la musica”. Che apre porte che nessuna altra “terapia” può aprire.

Tra i tanti schemi su cui è possibile lavorare, il voto più alto va alla sua prima costuzione lego senza istruzioni. È un appassionato di mattoncini fin da piccolo…e fin da piccolo non c’era verso di costruire nulla senza guida. Se non c’erano, ma erano indicate sulla scatola, andava a cercarle da solo su YouTube.

Pazzesco.

Ed ecco, dopo tanti tentativi di convincerlo ad applicare la sua straordinaria immaginazione che usa per inventare storie sui suoi personaggi preferiti ai Lego… eccolo in un primo tentativo.

Una cosa, ovviamente, stranissima, a cui ha dato un nome così strano che non lo ricordo, ma ha spiegato da dove è venuta l’idea: ha pensato alle varie costruzioni possibili con le guide e ha pensato di crearne una che le rappresentasse tutte.

Gli ho detto che era così bella che gli facevo una foto.

Immagino che la madre di Kandiskij abbia detto lo stesso dei quadri del figlio… Prossimo passo, una scatola di mattoncini classic, senza guida…per poter inventare e basta.

Per poter fare dell’atipicita’ il trionfo della divergenza…che forse non rende adattabili, ma più accettabili.

.

Novembre

…Arriverà la pioggia

tra l’odore dei camini

e la brina del mattino

Il giorno sarà breve,

e quando il cielo

sgombrera’ le nubi

la notte di città

brillera’ di luminarie

ma la mia collina

avrà un tetto trapuntato

di stelle d’inverno…

Noi, stretti nei colletti

dei primi freddi

mano nella mano

sorrideremo insieme

inventando nuove favole

per ogni colore

della stagione che viene.

(AmyC)