#neurodiversity & #school


Come si può mettere la Nona di Beethoven in un diagramma cartesiano? Ci sono delle realtà
che non sono quantificabili. L’universo non è i miei numeri: è pervaso tutto dal mistero.
Chi non ha il senso del mistero è un uomo mezzo morto.
(A. Einstein)
Mio figlio, neuroatipico da più punti di vista e con un q.i un po’ più alto in alcune aree, ha cominciato da qualche giorno la quarta elementare. Stiamo combattendo affinché abbia più ore di sostegno. E oggi, per la prima volta dopo 4 anni, è uscito da scuola felice. Mi ha telefonato appena uscito per dirmi che ha preso “super campione” in matematica. “Ho fatto tutto bene, mamma! Non ho sbagliato niente!” gridava festoso dall’altra parte.
Ed io gli ho gridato quanto fossi felice per lui.
Per lui che in prima elementare contava guardando in aria…era come se li vedesse, i numeri. Poi, lui che si è sentito per troppo tempo stupido, vedeva gli altri che contavano sulle dita e ha cominciato a farlo pure lui.
Quest’estate, che era senza compiti per le vacanze, abbiamo fatto tante cose per gioco.
Matematica. Logica. Geometria. Italiano. Inglese. Visto dal vivo piante e animali da ogni luogo, e civiltà lontane in mostre ad hoc.
Senza ansia di finire. Senza stress. Il che, per un bambino che un quarto del tempo è disattento, un quarto è iperattivo, un quarto non è nel nostro mondo ma nel suo fatto di interessi e agiti stereotipati e ristretti coltivati in solitudine, è molto importante.
Ha trovato lo spazio e il tempo di vedere che enigmi e “compiti” possono essere come un gioco. Come una caccia al tesoro.
Qualcosa e’ bello.
Qualcosa e’ anche interessante. Qualcosa divertente.
Qualcosa dà noia, ma bisogna pure superare gli ostacoli… anche se l’ostacolo è nella tua mente, che ti fa pensare una cosa e scriverne un’altra.
Ora forse ha capito che stupido non è. Che funziona in un modo unico, che deve imparare a gestire. E che la sua mente meravigliosa può fare cose uniche come lui, se impara a darsi tempo (che non è quello degli altri). Che non deve fare a gara con i compagni. Che il voto non viene dato a te e non è vitale…lo dimostrano i voti di mamma.
Forse sta cominciando a capire che il suo “mondo immaginario”, come lo chiama lui, non cozza per forza con questo e che può anche usare il primo per fare nuove cose nel secondo.
Si scoraggera’ tante volte ancora. Ma adesso avrà un successo tutto suo da ricordare per potersi dire “ce la posso fare”…
#neurodivesity

& #school

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Ricominciare a fluire

Settembre. L’ aria frizzante al mattino in collina. Rondini irriducibili tra i platani ingialliti. Zainetti colorati che ripopolano i vicoli.

E il cielo ancora più azzurro. Tra il vento passa la carezza dell’autunno…ma l’estate gli resiste. “Ancora un poco”, pare gli dica…”lasciami correre ancora fino al mare…”

Anch’io sto un po’ così, con una parte di me che indugia nell’estate. Forse è la prima volta. Forse perché in un anno ho imparato che l’estate è uno stato d’animo, non una stagione. Forse perché sono un po’ stanca, e mi sto riposando un attimo. Forse perché sto aspettando che cose che non dipendono da me si chiudano per darmi più stabilità. In questo momento di pausa, mi sono data più tempo da passare con mio figlio. Perché la vita vola via come volano le stagioni.

Arriverà l’autunno…e sarà tempo di ricominciare a fluire. Ora, però, come l’estate, sfuggo la carezza dell’autunno e corro ancora fino al mare, o mi siedo con un’amica fino al tramonto a ragionare su quante sfumature di azzurro ha Settembre.

Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere, dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare e avere la pazienza delle onde di andare e venire, ricominciare a fluire.
Un aereo passa veloce e io mi fermo a pensare a tutti quelli che partono, scappano o sono sospesi per giorni, mesi, anni in cui ti senti come uno che si è perso tra obbiettivi ogni volta più grandi.
Succede perché in un instante tutto il resto diventa invisibile, privo di senso e irraggiungibile per me, succede perché fingo che va sempre tutto bene ma non lo penso in fondo.
Torneremo ad avere più tempo, e a camminare per le strade che abbiamo scelto, che a volte fanno male, per avere la pazienza delle onde di andare e venire, e non riesci a capire .
Succede perché in un instante tutto il resto diventa invisibile, privo di senso e irraggiungibile per me, succede anche se il vento porta tutto via con se, vivendo e… ricominciare a fluire.”
(Tiromancino)

Vacanze Ischitane

“La luce è bella solo se trova un luogo in cui incarnarsi”
(F. Cheng)

Prima che nascesse mio figlio appena potevo, correvo ad Ischia.
La prima volta che ci andai era inverno: la settimana di san Silvestro. Ero stata diverse volte a Capri, ma non ad Ischia.
Fu amore a prima vista. Nel cuore dell’inverno, Ischia era tutta in fiore. La vegetazione, così composita e ricca anche di piante carnose (specie Aloe), fioriva sotto il caldo sole di dicembre. Una terra senza stagioni: e le acque calde delle fonti termali ti permettevano anche di fare il bagno.
Mi dicevano che Ischia è un’isola “per vecchi”: mai cosa detta fu più assurda.
Ischia per me è sempre stata la cosa più vicina al paradiso: e quando, un maggio di una quindicina di anni fa, visitai per la prima volta anche la Mortella, mi sono detta che non mi sbagliavo.
Ora che mio figlio si è fatto un po’ più grande e può cercare di combattere le fobie dell’andar per mare, sono potuta finalmente tornare.
Il paradiso era sempre là: con qualche ferita in più dovuta all’incuria dell’uomo e all’intervento sismico di madre Natura.
Forse, però, per la prima volta, ho potuto vivere maggiormente a contatto con gli ischitani.
Penso che vivere in un posto come Ischia predisponga ad una certa visione del mondo. Sarà per il turismo, sarà che forse sono tutti così, gli abitanti delle isole: ma qualcosa mi dice che ad Ischia è un po’ più particolare.
Gli ischitani stanno sempre a dire, per usare un’espressione inglese, “keep calm“: per loro non c’è problema, tranquilla, tutto si aggiusta, tutto passa… che ti inquieti a fare. Stanno anche nel traffico con una certa calma. Non bussano, non si incaxxano, prendono tutto con pazienza.
Mi sono detta che è l’aria.
Con tutti questi colori (il verde, i fiori, gli azzurri in mille tonalità di cielo e mare) il cervello si rilassa. Perfino i cani abbaiano poco e niente. L’aria sembra come incantata, e d’estate domina la voce del vento, le cicale, il mare. Gli uccelli che si rincorrono. Il rumore del calpestio sugli aghi di pino. I passi lungo le salite e le discese.  E i gatti. Tanti gatti. Sonnecchiosi, fuori le case o sui moli, tra i cespugli, sulle mura. Anche sponsor delle bancarelle ischitane, seduti in trono come re tra i libri in vendita.
Mio figlio, al primo giorno di permanenza, ha detto: “è un piccolo pezzo del Paradiso”, ed io non gli avevo detto del mio amore a prima vista di tanti anni prima…
Per la prima volta, a fine vacanza(che ha sempre voglia di tornare) ha detto : “come farò senza Ischia?”
Perfino il letto gli è sembrato più comodo di quello di casa… incredibile.
Fortuna che siamo campani. Ischia è là, oltre lo sguardo dell’orizzonte. Nei giorni tersi, dalla collina riesci perfino a vederla.
La nostalgia quindi si trasforma in promessa di ritorno. Più spesso, come fuga dallo stressante ritmo di appuntamenti che ogni giorno ci aspettano.
Con la speranza di rivedere chi hai conosciuto…e che viene da un po’ più lontano, che la magia di Ischia ha fatto incontrare sotto i cieli di Agosto.

La luce è bella solo se trova un luogo in cui incarnarsi. E la sua casa è l’Isola Verde, senza alcun dubbio.
ischia mortella

Nove anni

Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre.
Lei non è mai esistita prima.
Esisteva la donna, ma la madre mai.
Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.
(Osho)

 

…Nove anni fa (nove…numero sacro) questa fu la notte più lunga della mia vita.
Da sola. In ospedale. Pressione altissima. Infermieri allarmati. Mio figlio che sentiva tutta l’agitazione, e saltava come un canguro nella mia pancia.
Curioso, perché la dottoressa era preoccupata dai tracciati. A loro dire, si muoveva poco. In realtà lui appena sentiva qualcosa sulla pancia, si calmava. 
Era abituata alle mie mani sul grembo. Si calmava all’istante.
E in tutta quell’agitazione, nella notte più lunga, un lungo, intimo dialogo con mio figlio.
Perché sai che domani tutto cambierà. Domani non potrai proteggerlo più con il tuo corpo… lui sarà nel mondo. Potrai fare del tuo meglio, ma non potrai fare tutto.

Il senso di onnipotenza, di invincibilità, di perfezione della donna in attesa si scioglie in pianto quando tiene per la prima volta in braccio suo figlio.
Nel mio caso era ancora più vero.
Mia madre non c’era, e non c’era l’uomo che avevo amato tanto da voler accogliere il miracolo della vita.
La mia gravidanza era per lo più trascorsa con mani e lacrime sul grembo. Poi l’inizio di gestosi.
E ora eravamo lì, io e lui. Da soli. Come sempre, più di sempre. Nel caldo silenzio della clinica.
In quell’intimo e lungo dialogo, ho raccontato a mio figlio tutto il mio amore per lui. Gli ho raccontato che era nei miei pensieri ancora prima di essere un seme piantato da Dio.
Che sapevo che sarebbe stato perfetto. E che avrei cercato ogni giorno della mia vita di trasformare ogni sua fragilità in un punto di forza, che gli avrei insegnato che siamo tutti diversi e siamo tutti perfettamente imperfetti.

Non sapevo, allora, quanto questo sarebbe stato vero.

Quando è nato, raccolto come un fiore all’improvviso dalla sua culla di acqua e carne, senza guadagnarsi spazio per uscire fuori, non ha nemmeno pianto. I rumori, la luce, lo hanno sorpreso tanto che quello che emise assomigliava ad un qualcosa tra la sorpresa ed il disappunto.
“E’ bellissimo!” Disse la mia meravigliosa dottoressa.
Io lo sapevo già. Me l’aveva detto anche il mio meraviglioso medico specialista in radiodiagnostica che un giorno mi disse “ha il profilo degli angeli, tuo figlio”…
…Ma sapevo che era bello perché si sa, per ogni madre il proprio figlio è bellissimo.
E quando i suoi occhi hanno incontrato i miei, io ho avuto paura di morire e di non morire mai più.
Morire dipendendo dalla vita della carne della tua carne. Non morire più perché per un attimo, come essere umano, era come se fossi diventata eterna nel respiro di mio figlio.

Nove anni dopo, come una profezia, quel lungo, intimo dialogo è il mio mantra quotidiano.
Lavoro sulle fragilità di mio figlio cercando di farne punti di forza. Lui che vive troppo nel suo magico mondo,ed io che cerco di trascinarlo in questo creando magie anche qui.
Per fare in modo che la sua infinita creatività diventi una risorsa e non una mania alienante. Non arrendendomi al fatto che lui preferisca sostanzialmente la solitudine a condividere qualcosina con gli altri. Pazientemente, cercando di fargli capire che ogni schema per lui irrinunciabile può essere non tanto distrutto, ma almeno ricomposto sotto altra prospettiva. Come se fosse plastilina. E insistendo che può muoversi quanto vuole, ma che magari il movimento può essere incanalato in qualcosa di un po’ più costruttivo…cercando di non farsi ammazzare, visto che si dimentica che nel mondo ci sono infiniti pericoli oltre a braccia che ti stringono.
E… quando non mi sente… non stancarmi di ripetere mai.
Finché non mi dà quel po’ di attenzione che ha.

Ogni giorno di questi nove anni di famiglia monoparentale, restano i suoi occhi il faro che mi fa vivere: soprattutto quando torna in questo, di pianeta, e non è nel mondo delle idee…e mi guarda e sorride, dicendo che mi ama.
E nove anni sono trascorsi veloci come il suo battito di ciglia.

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Luglio in collina

Grandi falene smarrite tra raggi di sole,
accecate e morenti
cercano ombra.

Un cerambice che ha perso
la sua battaglia
con il gatto del cortile
è una statua nera sul cemento sbiadito.

E le rondini chiacchierone
imitano i galli nascosti
tra aie e terre
e fuori dalla finestra, dondolandosi
sul filo volante dell’antenna
ti svegliano in coro.

È mattino in collina, di un Luglio capriccioso
di azzurri all’alba
e grigi al tramonto.
E la mia mano
stringe forte la tua,
che ogni giorno
diventa un po’ più grande.

Scale

Scale continue

sotto un sole che non scalda, ma brucia
la fatica
mai premiata dalla cima di una salita
e sorridere, sorridere sempre
mentre il diluvio dentro
ti devasta
e il senso perduto
troppi giorni
quando non basta nemmeno il sorriso di un bambino
che si rotola nel suo mondo immaginario
lasciandoti fuori,
da sola,
a pensare a scale sempre più pesanti da salire.

Genetliaco

Vivere significa nascere a ogni istante.
La morte subentra quando il processo della nascita cessa.
(Erich Fromm)

 

Mi piace molto Mark Twain quando dice che i giorni più importanti di una persona sono due: quando nasci e quando capisci perché sei nato.
Io sono nata in tarda mattinata, con comodo, in un sabato mattina di fine aprile di ben quarantatré anni fa, in una città per un giorno piena di sole invece che di vento, con un cimitero di fronte a casa mia dove riposano alcuni tra i miei poeti e scrittori preferiti. Con l’odore del mare a circondare ogni respiro, e i gabbiani in alto.
E non sono nata a Napoli, ma sono Stabiese.
Ci ho messo parecchi anni per cominciare a capire perché sono nata, io: e forse, se mi sbrigo, riuscirò a capirlo meglio prima di diventare troppo vecchia per pensarci o morirci prima 🙂
Diciamo quindi che ho cominciato: ho preso coraggio, anche il coraggio di dire che non ce la faccio, quando tutto e tutti dicono che sei forte e ce la devi fare.
Ho preso coraggio per ritirarmi, se sento che non riesco a finire una competizione.
Ho preso coraggio per dire che ci sono cose più importanti, e che la cosa più importante, oltre a mio figlio, sono io.

Per il mio compleanno vorrei dire grazie. 
Grazie innanzitutto a chi mi ha fatto e a chi continua a farmi male: perché finalmente ho imparato a mandarli a quel paese e metterli al loro posto (che è più o meno un bagno pubblico). Se non lo avessero fatto, o se avessero smesso, forse non sarei mai evoluta in questo senso.
E poi grazie invece a chi, da vicino e da lontano, mi aiuta. Al preside e alle maestre di mio figlio, che mi aiutano a formare un piccolo grande uomo. A qualche psicologo e ad un neuropsichiatra speciale, che ci supportano. Al musicoterapeuta, e alla maestra Ausilia che è il nostro angelo custode. Al gruppo doposcuola, che è anche il campo estivo.
Vorrei dire grazie al sincero affetto di pochi. Ai loro sorrisi. A zia su, e al mio cugino famoso che è stato il primo a darmi gli auguri, stanotte 🙂
Alla parola cara di una collega e del capo. All’affetto di Tina. All’abbraccio di Emilia.
Alla mano tesa di Lucia, ogni giorno da otto anni, quella sponda che aiuta il  fiume a non esondare anche nei giorni di diluvio.
A Pietro che mi risponde sempre e mi aiuta con il suo grande cuore.
A Mariangela con i suoi cuori che non mi abbandonano mai.
Ai Maurizio che da lontano mi pensano sempre, come Tonia.
A Maria mia cugina e al cugino Antonino. E a Mary, dal cuore grande che trova sempre un attimo per me.
Grazie alla serata di ieri. Al tramonto sul porto, alle amiche e ad una mezza luna capovolta e luminosa. 
Vorrei dire grazie a molti di voi lontani e vicini grazie ad internet. Alle mamme della casa del sole. Ai gruppi di ADHD e Autismo che mi fanno vedere le cose molto più chiare.
Grazie a mio figlio che è il mio faro, quello che sei chiatta e brutta e ti dice, appena sveglia, “mamma, ma lo sai che sei bellissima?”
Il fatto è che ci crede veramente, lui, a quello che dice.
E grazie a Dio, che mi aiuta a non mollare…e a vedere sempre il mondo come quando ero piccola piccola.
Con gli stessi colori, anche se un po’ sbiadite dalle tristezze occorse nel tempo.
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Filosofia da quasi novenni

Guardate le stelle e non i vostri piedi. Provate a dare un senso a ciò che vedete, e chiedervi perché l’universo esiste. Siate curiosi.
(Stephen Hawking)

… Non so bene quante madri, di sera, prima di addormentarsi, devono sostenere con il proprio figlio di quasi nove anni una non semplice dissertazione che parte dalla differenza tra fiaba e favola (e la constatazione, da parte del bambino, che il titolo “favola di Adamo ed Eva”di Max Gazzè contiene un errore concettuale) continua con le ipotesi sulle prime fiabe e sui miti e finisce con la teogonia e le ipotesi di conciliazione creazione divina e Big Bang…e sulla concettualizzazione dell’ubiquita’, infinita’ ed eternità di Dio…
So solo che specie di sera, dopo una giornatina che ti raccomando, non è facile aiutare a porre domande, non a dare risposte, ad un bimbo che constata “chissà perché ce lo immaginiamo come noi, Dio, che cammina…”
Parlare di calcio no, eh?
Fortuna che ho studiato filosofia, va’…😬

Anche questa è neurodiversita’.

Di scioperi, di donne e grandi amori. Di Marzo

Va-come va, va-come va ,come va
Va bene anche se male
Va-come va, va-come va , come va
Il trucco è farla andare
Bevo il bicchiere mezzo pieno finché mi ubriaco
E poi svanisco in un sorriso… come fa il mago[…]

Ringrazio mia madre per le sue parole sante
Figlio mio, la vita è dura, lo confesso
Proverà a metterti in ginocchio troppo spesso
Tu sorridi lo stesso
Magari domani ci svegliamo
Tutti e due sotto a un cipresso

(Mudimbi)

Ci sono cose, che , lo sappiamo, non si possono comprare. Per esempio la salute.
O il tempo.
Per il bene di entrambe, oggi non sono andata a lavoro. Ho “scioperato”.
Avevo tante incombenze da poter fare solo di mattina…e, sinceramente, la morte dello sfortunato capitano trentunenne della Fiorentina, addormentatosi tranquillo, la sera, pensando alla sua bimba e pronto per una nuova grande partita, ignaro che non avrebbe più aperto gli occhi… Beh, come talvolta accade, mi fa fermare e pensare…cosa che nei vortici assorbenti della quotidianità facciamo veramente poco.
E c’era tanto sole…quel sole di Marzo, con quegli azzurri sul golfo accecanti di luce, così belli perché durano poco, rincorsi come sono dalle nuvole che regalano acquazzoni intermittenti…
Quando non vado a lavoro vado a prendere il bimbo a scuola. La gioia che ha, per il semplice fatto che all’uscita ritrova la sua mamma invece che il pulmino… anche quella non ha prezzo.
Mi sarebbe piaciuto poter prendere un caffè su uno chalet sul mare questa mattina. Preferibilmente in compagnia.
Ma…ahimè, essendo “una e trina”, ho dovuto fare altro. Mio figlio è stato il mio chalet pomeridiano in collina. Molto opportunamente, lui che vede forme di cuori ovunque, ha pensato bene, come spesso fa, di trovarmi due ciottoli e dire: “ecco i nostri cuori”.
Eh già.
Il mio grande amore.
Il pomeriggio, diventato nuvolo, ha scoraggiato passeggiate.
Così siamo rimasti ad oziare sul divano, fuori i merli a cantare, mentre scorreva via un altro giorno di fine inverno.
Mio figlio non vede l’ora sia primavera.
Per me oggi un poco lo è stato già.

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Come ogni anno, da dieci anni

Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte, la vita è puro rumore tra due insondabili silenzi.
(Isabel Allende)

Come ogni anno… un bacio leggero leggero come i fiocchi di neve a quel bimbo nato con le ali e volato via in silenzio dopo appena trentotto settimane … con la mamma che immaginava il suo sorriso ma che lo ha visto solo nei suoi sogni.
Oggi avresti dieci anni.
Il tempo di tornare al cielo e subito sei diventato l’angelo custode di mio figlio.
Ecco perché sei sempre qui, in un angolo del cuore.