26 gen: 2003-2019

C’è qualcosa nella perdita di una madre che è permanente e inesprimibile – una ferita che non guarirà mai del tutto.
(Susan Wiggs)


Sai, mamma, stanotte ho sognato che ho cercato ovunque delle fresie per te. Non sapevo bene dove te le avrei portate ma avevo necessità di trovarle. Ne ho trovato un unico mazzo, coloratissimo…Ma era veramente costoso. L’ ho comprato comunque, ben ricordando i tuoi rimproveri ad ogni regalo di compleanno…
…ed oggi non lo è. I cristiani dicono che lo sia, l’anniversario della nascita in Cielo, cosi’ lo chiamano. Il tuo compleanno era il 31 scorso.
Ma quel sogno l’ho fatto stanotte.
E i fiori dove li ho portati?
A casa. In un vaso a centro tavola.
Era curioso, ma così li avevo portati a te. Anche se non c’eri.
Perché in verità ci sei. Sei nella letterina di Natale di mio figlio, tu che per lui sei l’unica nonna, e che spera tu sia felice in Paradiso. Sei nei racconti, nelle foto che sfoglio col mio bimbo…e sei nel mio carattere, nei miei limiti e nella mia forza, io che spesso sono stata tua madre più che tua figlia…e proprio per questo sono quel che sono.
Ecco, mamma, tu che spesso vieni a parlarmi nei sogni, queste fresie sono per te.

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La via dei cuori

L’infanzia è come un cuore: i suoi battiti troppo veloci ci spaventano. Facciamo di tutto perché il cuore s’infranga. Il miracolo è che sopravvive a tutto.
(Christian Bobin)

…Ho le tasche piene di pietre.

Da almeno sei anni e mezzo circa, da quando mio figlio ha cominciato a parlare.
Anche le borse, la casa…
…Sono tutte a forma di cuore.
Mio figlio trova cuori ovunque: nella forma delle nuvole, in un morso dato al gelato, nei pezzi di un puzzle gettati a caso sul tavolo, nelle molliche cadute al pane, in una pozzanghera d’acqua o in una buca di strada, nel riflesso del tramonto sul mare…e nelle pietre.
Le pietre, soprattutto.
Lo vedi che all’improvviso, mentre cammina, si impunta guardando un punto imprecisato per terra: tu gli chiedi che abbia e lui nemmeno ti sente. Comincia a girare attorno a qualcosa -e non c’è verso di riprendere la strada- poi si cala e te lo prende. “Guarda mamma, un cuore per te”.
A volte sono cuori perfetti. Ma a volte no. Lui però ti gira la pietra tra le mani finché non lo vedi anche tu, il cuore.
Ed in effetti, se pensi sia un cuore…te ne ricorda la forma.
Una volta mi ha chiesto perché trova sempre dei cuori.
Poiché da qualche parte lessi che secondo alcuni sono i nostri angeli custodi che ci lasciano dei segni, gli ho raccontato questo piccolo mito.
Lui, che è molto spirituale, lo ha ritenuto una spiegazione ovvia, che quasi si rammaricava non ci fosse arrivato da solo.
Perché li dà tutti a me e non se li mette in tasca lui?
Perché dice che la via dei cuori è per me.
Lui ha solo il compito di illuminare il percorso…come la luna di notte con i sassolini di Hansel e Gretel.
Ed ecco che, quando ci penso su, mi dico che la neurodiversità, in questo mondo troppo spesso freddo e vuoto, in certi casi è una benedizione.
Nel mio caso, per esempio, mi regala una via piena di cuori.
Sono molto fortunata 🙂

Quella madre

“Il valore di un sentimento è la somma dei sacrifici che si è disposti a fare per esso.”

(JOhn GALSWORTHY)

 

 

… Solo chi lo vive può capire quella madre che di giorno fa la mamma, l’autista, la pendolare, la lavoratice part time perché full time fa tardi a prendere il figlio, la centometrista, la terapista, l’artista, la sportiva, la psicologa, il clown, l’enciclopedia, la poliglotta, il calciatore, perfino l’inventore…e la notte perde il sonno tra il far quadrare i conti, annotare i progressi, studiare e…sognare.
Si, perché sogna ancora, quella madre.
E spera, sperando che il tutto, sogni e speranze, non siano solo un’illusione.
Quella madre che ha una casa peggio di uno studio a metà tra quello di un artista, filosofo, psicomotricista, psicologo, ludoteca, libreria, perché avendo visto prima di tutti la neurodiversita, prima di tutti ha creato momenti di stimolazione del mondo interno ed esterno a noi.
Quella madre che si è fatta i debiti per poter assicurare le terapie più disparate al figlio, che muovessero, ognuna in modo diverso, una corda diversa del suo cuore ed una diversa connessione della sua mente.
Quella madre che, da sola, deve scegliere e deve prendersi responsabilità…anche di litigare col mondo.
Quella madre che ogni tanto vorrebbe essere autorizzata a mandare a fanculo un po’ di gente…ma non si può.
E ha dovuto imparare anche a non vergognarsi più di arrivare tardi a lavoro, o di chiedere… di mendicare, quasi.
Quella madre che vede sempre tanta salita che la discesa pare non esistere. Poi incontra gli occhi del figlio, ridenti e paghi… E allora si ricorda che solo la notte svela la magia delle stelle.

Il buio

Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.
(Friedrich Nietzsche)

Spesso sento che sui social si postano solo sorrisi e maschere.
In verità c’è un motivo.
È che il buio è muto. Non ha parole, o sorrisi.
Quando ci sei tutto è silenzio, e nemmeno gridare serve.
E sei solo.
Ecco perché quello che si vede on line è solo la parte luminosa della luna.
E quando qualcuno, sull’uscio del buio, si affaccia, e sorride, e saluta, spesso lo fa per dire addio.
Ma la gente è distratta, e non coglie i segni. E grida poi alla tragedia improvvisa…Quando non era così.
Bastava tendere la mano lì, sull’uscio del buio.

Ecco a cosa sto pensando, in un freddo pomeriggio di fine autunno.
Penso a tutti loro…che possiamo essere ognuno di noi.

Teodicea e novenni divergenti

Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei”.

“Non saprei”, – risposi, stringendomi ne le spalle.

“Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo”.

“E perché?”

“Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi si penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta”.

(L. PIRANDELLO)

Mio figlio pone domande terrificanti nei momenti meno opportuni….e soprattutto all’improvviso. Prima di addormentarci, ieri sera, mi ha tempestato di domande sulla teodicea(nel senso Leibnitziano del termine).
“Ma perché Dio permette il male? E perché vuole che moriamo?”
Cioè: vuole risolvere in dieci minuti un
problema vecchio di millenni.
Io in genere incoraggio le sue domande. Raramente gli do risposte.
Ricordo Wiesel che sottolineava quanto la domanda abbia una potenza che la risposta non contiene più. O Einstein, che raccomandava di non smettere mai di domandare.
Così, invece di rispondere da cristiana, ho risposto da filosofo.
Ma avevo anche sonno. Tanto sonno.
Ho messo in sospensione di giudizio il problema del dolore e del male e gli ho posto quello della morte.
Si parte dal presupposto che attualmente lui crede fermamente ad una divinità creatrice.
“Da dove veniamo, secondo te?”
Mi risponde”Da Dio”.
“Possiamo vedere la morte come un viaggio di ritorno?”
Resta pensieroso. “Mhm…”
“Ecco: dormiamoci su e poi ne riparliamo!”
E come al solito, guardava in alto…come se aspettasse che il cielo si squarciasse per dargli risposte…

#neurodiversity & #school


Come si può mettere la Nona di Beethoven in un diagramma cartesiano? Ci sono delle realtà
che non sono quantificabili. L’universo non è i miei numeri: è pervaso tutto dal mistero.
Chi non ha il senso del mistero è un uomo mezzo morto.
(A. Einstein)
Mio figlio, neuroatipico da più punti di vista e con un q.i un po’ più alto in alcune aree, ha cominciato da qualche giorno la quarta elementare. Stiamo combattendo affinché abbia più ore di sostegno. E oggi, per la prima volta dopo 4 anni, è uscito da scuola felice. Mi ha telefonato appena uscito per dirmi che ha preso “super campione” in matematica. “Ho fatto tutto bene, mamma! Non ho sbagliato niente!” gridava festoso dall’altra parte.
Ed io gli ho gridato quanto fossi felice per lui.
Per lui che in prima elementare contava guardando in aria…era come se li vedesse, i numeri. Poi, lui che si è sentito per troppo tempo stupido, vedeva gli altri che contavano sulle dita e ha cominciato a farlo pure lui.
Quest’estate, che era senza compiti per le vacanze, abbiamo fatto tante cose per gioco.
Matematica. Logica. Geometria. Italiano. Inglese. Visto dal vivo piante e animali da ogni luogo, e civiltà lontane in mostre ad hoc.
Senza ansia di finire. Senza stress. Il che, per un bambino che un quarto del tempo è disattento, un quarto è iperattivo, un quarto non è nel nostro mondo ma nel suo fatto di interessi e agiti stereotipati e ristretti coltivati in solitudine, è molto importante.
Ha trovato lo spazio e il tempo di vedere che enigmi e “compiti” possono essere come un gioco. Come una caccia al tesoro.
Qualcosa e’ bello.
Qualcosa e’ anche interessante. Qualcosa divertente.
Qualcosa dà noia, ma bisogna pure superare gli ostacoli… anche se l’ostacolo è nella tua mente, che ti fa pensare una cosa e scriverne un’altra.
Ora forse ha capito che stupido non è. Che funziona in un modo unico, che deve imparare a gestire. E che la sua mente meravigliosa può fare cose uniche come lui, se impara a darsi tempo (che non è quello degli altri). Che non deve fare a gara con i compagni. Che il voto non viene dato a te e non è vitale…lo dimostrano i voti di mamma.
Forse sta cominciando a capire che il suo “mondo immaginario”, come lo chiama lui, non cozza per forza con questo e che può anche usare il primo per fare nuove cose nel secondo.
Si scoraggera’ tante volte ancora. Ma adesso avrà un successo tutto suo da ricordare per potersi dire “ce la posso fare”…
#neurodivesity & #school

Ricominciare a fluire

Settembre. L’ aria frizzante al mattino in collina. Rondini irriducibili tra i platani ingialliti. Zainetti colorati che ripopolano i vicoli.

E il cielo ancora più azzurro. Tra il vento passa la carezza dell’autunno…ma l’estate gli resiste. “Ancora un poco”, pare gli dica…”lasciami correre ancora fino al mare…”

Anch’io sto un po’ così, con una parte di me che indugia nell’estate. Forse è la prima volta. Forse perché in un anno ho imparato che l’estate è uno stato d’animo, non una stagione. Forse perché sono un po’ stanca, e mi sto riposando un attimo. Forse perché sto aspettando che cose che non dipendono da me si chiudano per darmi più stabilità. In questo momento di pausa, mi sono data più tempo da passare con mio figlio. Perché la vita vola via come volano le stagioni.

Arriverà l’autunno…e sarà tempo di ricominciare a fluire. Ora, però, come l’estate, sfuggo la carezza dell’autunno e corro ancora fino al mare, o mi siedo con un’amica fino al tramonto a ragionare su quante sfumature di azzurro ha Settembre.

Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere, dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare e avere la pazienza delle onde di andare e venire, ricominciare a fluire.
Un aereo passa veloce e io mi fermo a pensare a tutti quelli che partono, scappano o sono sospesi per giorni, mesi, anni in cui ti senti come uno che si è perso tra obbiettivi ogni volta più grandi.
Succede perché in un instante tutto il resto diventa invisibile, privo di senso e irraggiungibile per me, succede perché fingo che va sempre tutto bene ma non lo penso in fondo.
Torneremo ad avere più tempo, e a camminare per le strade che abbiamo scelto, che a volte fanno male, per avere la pazienza delle onde di andare e venire, e non riesci a capire .
Succede perché in un instante tutto il resto diventa invisibile, privo di senso e irraggiungibile per me, succede anche se il vento porta tutto via con se, vivendo e… ricominciare a fluire.”
(Tiromancino)

Vacanze Ischitane

“La luce è bella solo se trova un luogo in cui incarnarsi”
(F. Cheng)

Prima che nascesse mio figlio appena potevo, correvo ad Ischia.
La prima volta che ci andai era inverno: la settimana di san Silvestro. Ero stata diverse volte a Capri, ma non ad Ischia.
Fu amore a prima vista. Nel cuore dell’inverno, Ischia era tutta in fiore. La vegetazione, così composita e ricca anche di piante carnose (specie Aloe), fioriva sotto il caldo sole di dicembre. Una terra senza stagioni: e le acque calde delle fonti termali ti permettevano anche di fare il bagno.
Mi dicevano che Ischia è un’isola “per vecchi”: mai cosa detta fu più assurda.
Ischia per me è sempre stata la cosa più vicina al paradiso: e quando, un maggio di una quindicina di anni fa, visitai per la prima volta anche la Mortella, mi sono detta che non mi sbagliavo.
Ora che mio figlio si è fatto un po’ più grande e può cercare di combattere le fobie dell’andar per mare, sono potuta finalmente tornare.
Il paradiso era sempre là: con qualche ferita in più dovuta all’incuria dell’uomo e all’intervento sismico di madre Natura.
Forse, però, per la prima volta, ho potuto vivere maggiormente a contatto con gli ischitani.
Penso che vivere in un posto come Ischia predisponga ad una certa visione del mondo. Sarà per il turismo, sarà che forse sono tutti così, gli abitanti delle isole: ma qualcosa mi dice che ad Ischia è un po’ più particolare.
Gli ischitani stanno sempre a dire, per usare un’espressione inglese, “keep calm“: per loro non c’è problema, tranquilla, tutto si aggiusta, tutto passa… che ti inquieti a fare. Stanno anche nel traffico con una certa calma. Non bussano, non si incaxxano, prendono tutto con pazienza.
Mi sono detta che è l’aria.
Con tutti questi colori (il verde, i fiori, gli azzurri in mille tonalità di cielo e mare) il cervello si rilassa. Perfino i cani abbaiano poco e niente. L’aria sembra come incantata, e d’estate domina la voce del vento, le cicale, il mare. Gli uccelli che si rincorrono. Il rumore del calpestio sugli aghi di pino. I passi lungo le salite e le discese.  E i gatti. Tanti gatti. Sonnecchiosi, fuori le case o sui moli, tra i cespugli, sulle mura. Anche sponsor delle bancarelle ischitane, seduti in trono come re tra i libri in vendita.
Mio figlio, al primo giorno di permanenza, ha detto: “è un piccolo pezzo del Paradiso”, ed io non gli avevo detto del mio amore a prima vista di tanti anni prima…
Per la prima volta, a fine vacanza(che ha sempre voglia di tornare) ha detto : “come farò senza Ischia?”
Perfino il letto gli è sembrato più comodo di quello di casa… incredibile.
Fortuna che siamo campani. Ischia è là, oltre lo sguardo dell’orizzonte. Nei giorni tersi, dalla collina riesci perfino a vederla.
La nostalgia quindi si trasforma in promessa di ritorno. Più spesso, come fuga dallo stressante ritmo di appuntamenti che ogni giorno ci aspettano.
Con la speranza di rivedere chi hai conosciuto…e che viene da un po’ più lontano, che la magia di Ischia ha fatto incontrare sotto i cieli di Agosto.

La luce è bella solo se trova un luogo in cui incarnarsi. E la sua casa è l’Isola Verde, senza alcun dubbio.
ischia mortella

Nove anni

Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre.
Lei non è mai esistita prima.
Esisteva la donna, ma la madre mai.
Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.
(Osho)

 

…Nove anni fa (nove…numero sacro) questa fu la notte più lunga della mia vita.
Da sola. In ospedale. Pressione altissima. Infermieri allarmati. Mio figlio che sentiva tutta l’agitazione, e saltava come un canguro nella mia pancia.
Curioso, perché la dottoressa era preoccupata dai tracciati. A loro dire, si muoveva poco. In realtà lui appena sentiva qualcosa sulla pancia, si calmava. 
Era abituata alle mie mani sul grembo. Si calmava all’istante.
E in tutta quell’agitazione, nella notte più lunga, un lungo, intimo dialogo con mio figlio.
Perché sai che domani tutto cambierà. Domani non potrai proteggerlo più con il tuo corpo… lui sarà nel mondo. Potrai fare del tuo meglio, ma non potrai fare tutto.

Il senso di onnipotenza, di invincibilità, di perfezione della donna in attesa si scioglie in pianto quando tiene per la prima volta in braccio suo figlio.
Nel mio caso era ancora più vero.
Mia madre non c’era, e non c’era l’uomo che avevo amato tanto da voler accogliere il miracolo della vita.
La mia gravidanza era per lo più trascorsa con mani e lacrime sul grembo. Poi l’inizio di gestosi.
E ora eravamo lì, io e lui. Da soli. Come sempre, più di sempre. Nel caldo silenzio della clinica.
In quell’intimo e lungo dialogo, ho raccontato a mio figlio tutto il mio amore per lui. Gli ho raccontato che era nei miei pensieri ancora prima di essere un seme piantato da Dio.
Che sapevo che sarebbe stato perfetto. E che avrei cercato ogni giorno della mia vita di trasformare ogni sua fragilità in un punto di forza, che gli avrei insegnato che siamo tutti diversi e siamo tutti perfettamente imperfetti.

Non sapevo, allora, quanto questo sarebbe stato vero.

Quando è nato, raccolto come un fiore all’improvviso dalla sua culla di acqua e carne, senza guadagnarsi spazio per uscire fuori, non ha nemmeno pianto. I rumori, la luce, lo hanno sorpreso tanto che quello che emise assomigliava ad un qualcosa tra la sorpresa ed il disappunto.
“E’ bellissimo!” Disse la mia meravigliosa dottoressa.
Io lo sapevo già. Me l’aveva detto anche il mio meraviglioso medico specialista in radiodiagnostica che un giorno mi disse “ha il profilo degli angeli, tuo figlio”…
…Ma sapevo che era bello perché si sa, per ogni madre il proprio figlio è bellissimo.
E quando i suoi occhi hanno incontrato i miei, io ho avuto paura di morire e di non morire mai più.
Morire dipendendo dalla vita della carne della tua carne. Non morire più perché per un attimo, come essere umano, era come se fossi diventata eterna nel respiro di mio figlio.

Nove anni dopo, come una profezia, quel lungo, intimo dialogo è il mio mantra quotidiano.
Lavoro sulle fragilità di mio figlio cercando di farne punti di forza. Lui che vive troppo nel suo magico mondo,ed io che cerco di trascinarlo in questo creando magie anche qui.
Per fare in modo che la sua infinita creatività diventi una risorsa e non una mania alienante. Non arrendendomi al fatto che lui preferisca sostanzialmente la solitudine a condividere qualcosina con gli altri. Pazientemente, cercando di fargli capire che ogni schema per lui irrinunciabile può essere non tanto distrutto, ma almeno ricomposto sotto altra prospettiva. Come se fosse plastilina. E insistendo che può muoversi quanto vuole, ma che magari il movimento può essere incanalato in qualcosa di un po’ più costruttivo…cercando di non farsi ammazzare, visto che si dimentica che nel mondo ci sono infiniti pericoli oltre a braccia che ti stringono.
E… quando non mi sente… non stancarmi di ripetere mai.
Finché non mi dà quel po’ di attenzione che ha.

Ogni giorno di questi nove anni di famiglia monoparentale, restano i suoi occhi il faro che mi fa vivere: soprattutto quando torna in questo, di pianeta, e non è nel mondo delle idee…e mi guarda e sorride, dicendo che mi ama.
E nove anni sono trascorsi veloci come il suo battito di ciglia.

preview

Luglio in collina

Grandi falene smarrite tra raggi di sole,
accecate e morenti
cercano ombra.

Un cerambice che ha perso
la sua battaglia
con il gatto del cortile
è una statua nera sul cemento sbiadito.

E le rondini chiacchierone
imitano i galli nascosti
tra aie e terre
e fuori dalla finestra, dondolandosi
sul filo volante dell’antenna
ti svegliano in coro.

È mattino in collina, di un Luglio capriccioso
di azzurri all’alba
e grigi al tramonto.
E la mia mano
stringe forte la tua,
che ogni giorno
diventa un po’ più grande.