Essere Madre (sola)

L’amore della madre eleva il difetto del figlio alla dignità della bellezza.
(Massimo Recalcati)
Essere madre sola significa gioire per i progressi e soffrire per le difficoltà del proprio figlio come il navigatore in solitaria: in quest’avventura l’unica cosa che ti guida è il vento, la tua vela e le stelle. Per affrontare il mare, la tua meraviglia e il tuo peggior nemico, non hai altro supporto. E piangi e gioisci solo.
Essere madre sola vuol dire che il fatto di non poter chiamare la tua mamma e disperarti con lei a telefono quando troppi giorni gira storto fa più male.
Vuol dire giocare a pallone e raccontare fiabe. A volte anche contemporaneamente. Assumere su di se’ la funzione materna e paterna. Essere luogo normativo e di cura. Essere l’equilibrio tra il “sì” ed il “no” e talvolta ingaggiare una lotta contro se stessi per questo.
Essere madre sola vuol dire imparare a smettere di vergognarsi di arrivare tardi a lavoro: non avendo il dono dell’ubiquità, e dovendo gestire anche la neurodiversità del tuo capolavoro, smetti anche di dispiacerti di aver bruciato le possibilità di carriera. Questo non vuol dire arrendersi a non avere una vita economicamente e con migliori soddisfazioni: anzi studi ancora, cerchi di migliorare…solo che ci sono momenti che sei veramente stanca, e chiedi solo un po’ di stasi, di bonaccia.
Essere madre sola e di un capolavoro di neuroatipicità, vuol dire assumersi completamente la responsabilità dei percorsi di supporto, delle attività, della progettualità per fare di tuo figlio un bambino che un giorno possa essere un uomo autonomo e felice.
Vuol dire non dormire la notte quando lui è agitato e quando agitata lo sei tu, per valutare le scelte migliori… quindi dormire sempre troppo poco e male.
Vuol dire dimenticare di essere stanca, strofinarsi gli occhi senza trucco e i capelli arruffati – che vedono il parrucchiere una volta all’anno – e continuare ad andare avanti.
Essere madre sola non vuol dire dimenticarsi di essere donna: vuol dire però che devi inventarti ad esserlo in modo diverso.
Essere madre sola di un neuroatipico vuol dire non smettere mai di imparare a sognare. Vuol dire non smettere mai di domandare. Vuol dire immaginare sempre altre dimensioni. Non dare mai per scontato nessuna sensazione, nessuna percezione…nessuna parola o musica.
Vuol dire restare di sasso quando, nella sua “inflessibilità”, tuo figlio decide che non c’è festa senza regalo e, non avendo a chi chiederlo, delega tua zia per comprarti un regalo per la festa della mamma…e te lo porge serio serio. E tu non puoi nemmeno piangere, perché per lui piangere significa essere triste, e l’ossimoro “piangere di gioia” non lo digerisce, e lo incupisce.
E quando alla fine ti senti dire e scrivere “grazie a te mi sento fortunato e amato” ti dici che probabilmente sei sulla strada giusta per la felicità.
E come lui, ti senti fortunata e amata, in questo deserto in cui essere madre è l’oasi che lo rende paradiso.

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Published in: on 13 maggio 2018 at 4:16 PM  Lascia un commento  
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… Ma tutto questo Alice non lo sa

…Scavando tra cianfrusaglie del passato ieri sera ho trovato pupazzetti e portachiavi, che mio figlio prontamente ha sequestrato.
C’era anche un luminoso anello di plastica, riflettente come una biglia, giallo giallo.
Mio figlio mi ha chiesto se poteva prenderlo.
L’ho guardato…proprio maschile non era…
“Ti piace, amore? Lo vuoi?”
“Vorrei regalarlo, mamma…”
Si è fatto tutto rosso, e mi ha guardato dritto dritto negli occhi per un istante. “Tu sai a chi…” ha aggiunto tornando a guardare l’anello.
Lei non lo sa che per mio figlio è la sua fidanzata. Che si è emoziona quando le sta vicino. Che a lui piace perché gli sorride ed è gentile con lui. Che gli piace perché lei ride, se lui fa il pagliaccio…le piace perché riesce a farla ridere.
Tutto questo, Alice non lo sa.
Ed io lo guardo, e lo vedo un po’ più grande. E so che da certe delusioni, da quei dolori che strappano l’anima, io non potrò difenderlo.
Potrò solo abbracciarlo, e dire che ci sono.

Declinazioni di immaturità affettive

“L’attrattiva del bambino poggia in buona parte sul suo narcisismo, sulla sua autosufficienza e inaccessibilità, al pari del fascino di alcune bestie che sembrano non occuparsi di noi, come i gatti e i grandi animali da preda. Nelle raffigurazioni poetiche che ne vengono date, perfino i grandi criminali e gli umoristi ci avvincono per la coerenza narcisistica con cui sanno tener lontano tutto ciò che potrebbe rimpicciolire il loro Io”
(Sigmund Freud)

 

… Diciamo che per esperienza emotiva personale le riconosci subito.
Maschi e femmine, dico. Persone.
Anzi no.
Non le riconosci subito… anche se qualche sospetto ti viene, strada facendo. 
Le riconosci subito dopo.
Le riconosci quando se ne vanno.
Improvvisamente.
Ah no: non se ne vanno. Scompaiono. Come un click sui social. Così come sono arrivati.
Persone che sembrano che senza di te non possano vivere. Improvvisamente. Con questo amore esploso come la primavera…che a te, visti i precedenti, accende sempre un campanellino d’allarme…
… Ma, poiché c’è il deserto attorno a te, quel sorriso, quella mano tesa, quella voce calda a telefono…quell’ospitalità, quel calore…chi ti chiama sorella, chi ti vorrebbe quasi sposare, chi dice che sei un tesoro e chi ti dice che sei una speciale…
…Ti illudi che siano persone “normali”.
Perché ne hai bisogno.
Hai bisogno di persone normo-nevrotiche, che ti vogliano bene, molto semplicemente, senza orpelli. Senza l’otto-volante di cui pare queste persone hanno assolutamente bisogno…un amore semplice, come un giardino in fiore.
Eh già.
Ma è indubbio: non sono “normali”. Fanno parte di quella categoria il cui termine abusato nel gergo comune ha annebbiato l’importanza della categoria di disturbati.
Sono narcisisti.
Senza offesa, eh.
Ma è così.
Forse sei tu, col tuo bisogno, ad attirarle come calamite.
Tu che sei ferro e loro invece vedono oro.
Ma resta un fatto: sono persone che sono completamente centrate su sé. E non “in senso buono”. La relazione con te, ad ogni livello che sia, serve a confermare  la propria grandiosità. E vai con i fuochi d’artificio. Che durano cinque minuti. Il tempo che il confronto evidenzi sia il fatto che tu sei ferro e non oro, sia che non soddisfi adeguatamente la loro, continua e vana ricerca di grandiosità che ha lo scopo di obliare il loro intimo disagio e senso di piccolezza.
Intendiamoci: spesso non feriscono apposta. 
Almeno si spera.
Perché il fatto di scomparire, improvvisamente, loro che giorno prima avrebbero venduto la madre per te ed io giorno dopo(e tutti i giorni a venire) invece si sono oscurati, come se fossero solo conoscenze mai approfondite,  veicola un messaggio solo: tu non mi soddisfi, e decido io di chiudere ogni comunicazione (e nemmeno di risponderti, se timidamente, senza essere invasivo, stante il persistente silenzio cerchi di sincerarti delle loro condizioni fisiche e psichiche) senza spiegazioni perché IL POTERE E’ MIO.
Ovviamente.
Tutto loro.
Anche la “vigliaccaggine”. E l’incapacità di parlare di cose serie.
Come di quello che non sanno fare.
Tu hai imparato a compatirli. Loro che hanno bisogno di essere superficiali per non guardare oltre lo specchio e vedere cosa sono veramente.
I primi tempi cerchi di capire. Poi  però non ci stai nemmeno più tanto più male.
Semplicemente ti dici: ” ne ho trovato un altro, pazienza”.
Anche perché non sono aghi in pagliai, purtroppo…

Personalmente negli ultimi due anni ne ho beccati quattro.
Due maschi ed due femmine.
Con diverse sfumature e declinazioni di immaturità affettive.
Con uno dei casi femminili forse con un disturbo molto più grave.

Peccato.
Tempo ed affetto sprecato, diresti.
E invece no. Si impara sempre qualcosa.
Più su se stessi che su questa categoria…che è la cosa più importante.

narciso caravaggio

San Valentino e dintorni

Ieri era carnevale. E mio zio ha fatto il più brutto scherzo che qualcuno possa fare: se ne è andato, all’improvviso.

Così il mio san Valentino è cominciato in ferie con una esequie. Ripensamdo a tutto il passato, a ciò che è irrimediabilmente andato. Ed è proseguito con una pioggia incessante…con me senza ombrello, dall’altra parte della città rispetto a dove era l’auto.

Traffico e pioggia, e sono corsa a prendere il mio grande amore a scuola. Ed eccolo là, con gli occhi umidi sotto la pioggia, perché non mi ha visto all’uscita. Non ero io in ritardo, sono quelli che normalmente vanno via col pulmino che erano usciti prima per evitare l’intasamento con le auto.

Ho dovuto abbracciare mio figlio sotto l’ombrello che si affrettava a dire “io lo sapevo che venivi: non mi deludi mai. Ma è stato brutto non vederti mentre scendevo le scale”. Lui che mi chiede di andarlo a prendere, come fanno gli altri genitori, appena non vado a lavoro. Ed io lo faccio sempre.

Ma oggi è andato tutto grigio.

Volevo portarlo al cinema, e poi sulle giostre: ma c’era pioggia, vento e freddo.

Così il nostro san Valentino è andato così. Sul divano con copertina a guardarci i cartoni, mentre il grido del vento ci ricordava che l’inverno ancora deve finire.

E poi, ecco, mi dice:”Devo farti un regalo…ma non ho soldini. Io ti amo, oggi è san Valentino, perciò ti faccio un disegno con tutto il mio amore”

Ed eccoci qua, in un disegno che è il contrario di oggi. Un grande sole ed io con gli occhi neri perché gli occhiali non possono mancare…

…È stato bello avere gli auguri di qualcuno che mi ha detto”San Valentino è la festa di chi si ama, quindi auguri”.

Dopotutto, e nonostante tutto, il cielo è blu sopra le nuvole. È importante ricordarselo spesso, considerato che non sappiamo quanto è il tempo a nostra disposizione.

Domenica con un ottenne(e mezzo)

Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere

Francois Rabelais

***Two moments of life***

In braccio, faccia a faccia, seduti sul divano.

Bimbo guarda mamma.
“Mamma…mi viene quasi da piangere”

“E perché, amore?”

“Perché sei troppo bella!”

**Mamma lo guarda, lo stringe e non riesce a capire da dove le tira fuori.**

***

“Mamma, ma Gesù ha un limite di preghiere?”

“In che senso, amore?”

“Nel senso che, se uno prega troppo, Gesù non le ascolta più?”

“Amore…pregare non è mai abbastanza…non ti preoccupare…”

“Ma è più potente Gesù o Dio?”

“Amore, Gesu’ per i cristiani è figlio di Dio, quindi sono potenti uguali…ricordi la trinità? Padre, Figlio e Spirito Santo… sono tre…”

“Ah…meglio tre che uno!”

Vi assiciro che non parliamo mai di religioni, a meno che non lo chieda lui.

Preferisco coltivare la spiritualità…ma lui fa domande sempre troppo teologiche 😅

Published in: on 28 gennaio 2018 at 7:23 PM  Lascia un commento  
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Fortune doppie

La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto.

(A. Einstein)

Essere madre è già una fortuna. Alcune persone però lo sono un po’ di più.

Quelle che hanno un bambino speciale, per esempio.

L’ atipicita’ è sempre una sfida: genio o follia, il difficile è adattarsi ad una società che parla tanto di inclusione ma alla fine non sa gestire nemmeno il divergente. Quindi ti fa sentire sempre diverso, se va bene. Quasi sempre, sei anche “ai margini”.

Attualmente mio figlio è inquadrato con un po’ di etichette, per cercare di rendere la sua neuro-atipicita’ da filosofo in erba il più possibile adattabile.

La verità è che finché non ci si metterà a guardare le cose sottosopra, da tutta altra prospettiva scoprendo nuovi modi e nuovi mondi, con i pensieri sempre in movimento… ed i piedi che non possono fare a meno di seguirli; finche’ non ci si immedesimera’ in una iper-sensibilita’ che ti acceca gli occhi ad ogni cambio di luce o suono repentino, che ti innervosisce ad ogni variazione non prevista dalla routine… non si comprenderà che cosa significhi per un bambino con tutto questo -a cui si deve aggiungere le fatiche di un genitore solo e la consapevolezza di una famiglia atipica- essere sereno… felice… o, perlomeno -e soprattutto- sentirsi normale.

Per questo, a dire il vero, la conquista più grande degli ultimi due mesi non è tanto il complesso delle valutazioni scolastiche più che soddisfacenti che ho potuto verificare dalla tecnologica app del registro on line. Più che altro, e’ importante quello che significano.

Rappresentano un bambino che dice con una dolcezza fuori dal comune, indicando l’orario scolastico, “in queste ore qui la maestra Ausilia mi aiuta” e con pari fermezza “ma non voglio fare compiti diversi dagli altri”, con la chiara consapevolezza di essere un bimbo “speciale”.

Rappresentano un bimbo che ora non mi dice più “mamma, ma devo andare per forza a scuola?” come mi ha detto ormai con l’autostima sottoterra a fine prima elementare. Un bimbo che ora va sereno a scuola.

Un bimbo su cui ora è più facile lavorare sulle rigidità, sugli schemi. Questo grazie a due cose. Grazie all’amore e alla musica. Perché come dice Sebastiano, un altro che lo ama oltre ad essere il suo musicoterapeuta, “dove finiscono le parole, inizia la musica”. Che apre porte che nessuna altra “terapia” può aprire.

Tra i tanti schemi su cui è possibile lavorare, il voto più alto va alla sua prima costuzione lego senza istruzioni. È un appassionato di mattoncini fin da piccolo…e fin da piccolo non c’era verso di costruire nulla senza guida. Se non c’erano, ma erano indicate sulla scatola, andava a cercarle da solo su YouTube.

Pazzesco.

Ed ecco, dopo tanti tentativi di convincerlo ad applicare la sua straordinaria immaginazione che usa per inventare storie sui suoi personaggi preferiti ai Lego… eccolo in un primo tentativo.

Una cosa, ovviamente, stranissima, a cui ha dato un nome così strano che non lo ricordo, ma ha spiegato da dove è venuta l’idea: ha pensato alle varie costruzioni possibili con le guide e ha pensato di crearne una che le rappresentasse tutte.

Gli ho detto che era così bella che gli facevo una foto.

Immagino che la madre di Kandiskij abbia detto lo stesso dei quadri del figlio… Prossimo passo, una scatola di mattoncini classic, senza guida…per poter inventare e basta.

Per poter fare dell’atipicita’ il trionfo della divergenza…che forse non rende adattabili, ma più accettabili.

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Piccola storia di Novembre, dal semi-epilogo promettente

…’cause I don’t care if I ever talk to you again
this is not about emotion
I don’t need a reason
not to care what you say
or what happened in the end
this is my interpretation,
and it dont dont make sense….
…And it don’t have to make sense to you at all
‘cause this is my interpretation!
(Mika)

 

C’era una volta una ragazza trentenne.
Aveva penato a laurearsi perché la mamma era stata ammalata a lungo, fino a morirne, e la serenità dentro e fuori casa era stata compromessa da tempo. Si era laureata con lode sul far dell’estate, e fu chiamata, nove giorni dopo la laurea, per l’unica richiesta di lavoro interinale cui aveva fatto richiesta in regione -perché le altre erano state fatte in giro per l’Italia.
Fu chiamata per un lavoro da diplomata -nemmeno sapevano del recente traguardo- e a lei andava bene così: il suo sogno era prendere la laurea che “da piccola” gli era stata interdetta dal padre, perché avrebbe richiesto di essere fuori sede.
Da grande, più grande, voleva fare la psicologa.
Il lavoro sarebbe dovuto durare poco (massimo due anni) e la ragazza  trentenne aveva lasciato il più precario -ma amato e pieno di soddisfazioni – insegnamento privato per poter sostenere questi altri studi: tuttavia, già dai primi giorni, tutto sembrò veramente bello dall’alto del venticinquesimo piano della grande torre di vetro. La ragazza trentenne parlava con le persone, risolveva piccoli problemi, e questo in una grande azienda ed in un edificio all’avanguardia.
Quasi una favola, per chi come lei ha sempre visto l’azzurro tra le nuvole ed oltre, o l’unico fiore tra il cemento.
In quel periodo riprese a cantare e a suonare; a viaggiare e a scrivere.
Nemmeno undici mesi dopo , e l’interinale divenne assunta stabilmente: la ragazza trentenne nemmeno si pose il problema se accettare o meno, lei che nel frattempo aveva avuto la possibilità di frequentare in altra regione la scuola per gli insegnanti, a cui così avrebbe rinunciato.
Ora aveva la fortuna di un lavoro stabile, una splendida vista sul golfo dall’ufficio del customer care ed un sogno, ancora, da coltivare.
Accadde un Novembre, dopo il trasferimento in un altro edificio lavorativo.
In un giorno come questo, esattamente dieci anni fa:  d’improvviso, la ragazza trentenne sentì una voce nei corridoi tra gli uffici, che le sembrò quella di una persona perduta da tempo. Come se avesse riconosciuto quella voce da un’altra vita, di qualcuno che aveva amato, e che oggi finalmente ritrovava.
Non conosceva ancora quella persona, e non sapeva nemmeno che le avrebbe cambiato per sempre l’esistenza….e compromesso tutto, inclusa la vita lavorativa.
Questa, è, però, un’altra storia.
La storia di un Amore a senso unico ma così grande da mettere al mondo un bimbo.
La serenità, alla ragazza trentenne, le fu sottratta da questa persona che aveva un posizione lavorativa superiore, che fece precipitare il suo rendimento lavorativo attivamente – non solo in modo indiretto-  la sua emotività e probabilmente anche la possibilità di poter avere un avanzamento di carriera.

Ma, cosa più grave, questa persona le ha compromesso, nel tempo, anche attraverso il tramite di persone disturbate come lei, la possibilità di potersi muovere nell’edificio serenamente senza il timore di poter essere ancora una volta attaccata verbalmente o fisicamente.

Una volta un collega le disse “sei prigioniera nel tuo palazzo!”
Considerazione amara, ma vera, considerando che specialisti avevano consigliato l’allontanamento dall’edificio a seguito di attacchi d’ansia.

C’era una volta, e c’è ancora, dieci anni dopo.
L’ormai quarantenne che sta crescendo il figlio da sola e, per essere un genitore “quasi imperfetto” -ma forse anche un po’ per difesa emotiva- sta più fuori che dentro il lavoro, con relativa compromissione economica. Ora canta di meno, non suona quasi più, e quando può evitare gli sguardi attenti del suo bimbo, non sorride.
Scrive ancora, però: ed è forse l’unico modo per lenire la fatica ed il dolore.
Dopo dieci anni, cerca ora di stare alla larga dalle persone narcisiste con chiare tendenze borderline. Ma anche da chiunque non sembri abbastanza maturo per la propria età anagrafica.
Ha quasi concluso la prima parte del suo sogno…manca un capitolo alla tesi magistrale.
Nonostante tutto. Nonostante la depressione, gli attacchi di panico, l’ansia. La tristezza.
La tristezza. Soprattutto.

Il suo bimbo è stato la mano di Dio costantemente poggiata sul suo capo, è stato la Grazia della capacità di accettare le cose che non può cambiare e quella di affrontare le cose quasi insormontabili.

Ed eccola…dopo dieci anni…ora finalmente riacquistera’ anche la serenità di poter muoversi per l’edificio lavorativo.

Finalmente LIBERA.
Potrà tranquillamente recarsi al bar senza temere “brutti incontri”.
Questo perché si cambia palazzo.
Eh già.
E non ci saranno più quei lunghi ponti-corridoi a ricordarle quando era stata costretta a rintanarsi per isolarsi con chi la prendeva a sberle o a lattine di tè in faccia, dicendo che la amava.

Non ci saranno più quei più ballatoi dove doveva nascondersi a causa di quella persona.

Ci sarà ancora un panorama mozzafiato, ed il tempo passato sarà finalmente andato.
Già sorride, la ragazza quarantenne, a pensarci.
A pensarsi come allora, ma più forte.
Non più vecchia. Forse un pò più triste…ma in senso buono. La tristezza di chi ne sa un pò di più di ieri.
Ora, finalmente, la accompagna un sorriso più grande di lei.
Quello di un saggio bimbo neurodiverso di 8 anni e mezzo quasi…che, ironia della sorte, fu concepito in Novembre.
In un giorno come questo, esattamente nove anni fa.
E che con lei, questo Novembre, trascorrerà il primo giorno lavorativo nella nuova sede grazie all’iniziativa aziendale delle porte aperte ai figli dei dipendenti.Eh si… Il golfo la accecherà di luce, ancora, nel gioco degli specchi del centro direzionale, dall’alto della Torre.
Molto più di come faceva dieci anni fa.
Di più.
E forse…ma sì, ecco…la ragazza quarantenne ora tornerà a cantare Mika o i Beatles negli ascensori.
Chissà, forse ricomincerà anche a suonare…
#happyending
#adayinthelife
old position

Riflessioni di mezza estate di un ottenne neuro-a-tipico

Chiedo ad un bambino “normale”: “Come sai che questo è un uccello?” Il bambino mi guarda con un’aria come per dire che si tratta di una domanda veramente stupida e risponde: “Perché vola, ovviamente”.
Faccio a Thomas la stessa domanda:”Come sai che questo è un uccello?” Thomas -con la massima serietà: sottolineo questo aspetto, perché molte persone che non hanno familiarità con l’autismo pensano che gli piaccia scherzare – mi risponde: “Prima di tutto guardo se è un essere umano o un animale. Quando so che è un animale, guardo se ha quattro o due zampe. Se ne ha due, allora è un uccello”
(H. De Clercq)

Io leggo libri sulla neurodiversita’, mio figlio mi insegna.

Il bimbo considerato “ingestibile” a scuola, nonostante la mia allergia ai compiti, per due estati ha finito i libri delle vacanze a metà agosto. Questione di giochi e di musica di sottofondo, con una cantata ed una ballata tra una pagina e l’altra. Ora andrà in terza, con i prodromi -tanto per non farci mancare nulla- di un disturbo dell’apprendimento. E tuttavia la sua capacità percettiva e organizzativa compensatoria -unita alla creativita – è impressionante.

Ho pulito il frigorifero. Viene in cucina, e mentre beve butta un occhio alle calamite sul frigo (circa una settantina) e esclama, serafico”non erano così”. Ed io:”cosa?” E lui:”Le calamite”. E le risistema. Come cavolo faccia a ricordare l’ordine, io non lo so. D’altronde se lo aiuti leggendo i versi due a due, impara le poesie in due giri. Ma non riesce ad imparare le tabelline. Nonostante sia bravo con i numeri. Sarà che inverte le cose. O meglio, penso le codifichi male. Con le lettere riesce a compensare “immaginando” le parole, visto il suo vocabolario forbito. Ma con i numeri è dura. E va in panico.

L’altra sera ad un certo punto, mentre guardiamo la TV, mi dice: “Non pensi sia strano, mamma? Abbiamo un’apertura del nostro corpo, un’apertura che dà all’interno, che introduce nutrimento all’interno e che fa uscire i nostri pensieri e i nostri sentimenti”. Stavo per rispondere che non abbiamo una apertura sola, ma vista la peculiarità della sua analisi ho preferito approfondire. “Perché è strano amore?” “Perché mette in contatto dentro e fuori, come due mondi”.

E che gli rispondi? Lui che sa che il mare è immenso ma non infinito, perché infinito è ” l’Universo, i numeri e l’Amore” , dice lui, e che chissà quanti mondi ci sono…

…Avere a che fare con un bambino è un’immensa ricchezza. Avere a che fare con un bambino che vede il mondo da una prospettiva un po’ diversa dagli altri, un’immensa fortuna. Ti insegna a guardare con i suoi occhi e a pensare a più dimensioni.

Anche alle dimensioni che non vedi.

Se solo non fosse per lui così difficile farsi degli amici… il difficile di pensare diverso è che per gli altri lo sei, diverso.

29 luglio 2017

Alcuni dicono che la felicità bisogna cercarla lontano; altri dicono che dimora vicino, nella casa; ma la felicità perfetta è nella culla di un bimbo.
(Proverbio cinese)

​…Nessuno può prepararti veramente alla rivoluzione che porta un bambino nella tua vita. È come la creazione: prima il nulla, poi il Big Bang.

Fiat lux. 

E luce fu. 

Negli occhi di un bambino. 

Dopo, nulla è come prima.

E non c’è un settimo giorno, dove ci si può riposare…eppure ogni giorno è domenica. Perché il filtro è quello sguardo curioso e arcobaleno sul mondo. 

Dove tutto è possibile.

Dove anche una casa vecchia e in disordine è una grande avventura, quel labirinto o quella “villa villana” infestata di spettri curiosi.

E anche quando ti senti Noè sull’arca, dove non sai proprio se stai facendo giusto…quello sguardo è come la colomba con l’ulivo tra il becco: fai pace con Dio e con il mondo. 

E ti senti benedetto.

Rinasco ad ogni tuo compleanno, e grazie a te non mi pento degli errori.

Perché l’Amore porta sempre frutto. Perché il tuo amore è la mia casa.

Ricordi d’estate

Passi echeggiano nella memoria, lungo il corridoio che mai prendemmo, verso la porta che mai aprimmo. (T.S. Eliot)

Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.(J. Irons)

…In questa sera un po’ “down”, dove l’eco della valle rimanda un piano bar estivo, dove ci sarebbe bisogno di un’ uscita di sicurezza da questa vita troppo “storta” – così, giusto per una boccata d’aria di un minuto- mi viene in mente che domani è luglio. Prima del 2008, era per me un mese di dolci malinconie…

Luglio/col bene che ti voglio/vedrai non finirà…

…Poi ha significato tante cose insieme. La rabbia per chi se ne va volontariamente da te dicendo di amarti…più in avanti, invece la nascita di quel figlio che doveva nascere in Agosto…ma evidentemente con me ne ha condiviso l’odio, ed è nato prima.

Un Agosto cercai di addolcire la rabbia di un Luglio doloroso e partii per la Spagna in un tour meraviglioso. Partii con una persona speciale, probabilmente una delle poche persone al mondo che mi abbia amato veramente, seppur a suo modo, come a mio modo l’ho amato io. Il mio migliore amico, anche. Una persona con cui, forse, se non avessi ascoltato la “voce di sirena” di un falso bugiardo (difficile perché ci lavoravo insieme….non avevo le chances di Ulisse di tapparmi le orecchie) sarei riuscita a recuperare un rapporto difficile. Ma come dice saggiamente lui, “Se la ma nonna avea le rote, era un carretto”…

Stasera mi viene in mente come abbia vissuto quel viaggio tra sogno e realtà, come non fossi molto realmente lì. Dormendo in castelli, vedendo posti fuori dal tempo…incantati. Vedendo in volo quella cicogna che uno spagnolo mi disse presagio di un figlio.

E ricordo come non fossi felice.

Come fossi stupidamente infelice. Pensando ad un falso bugiardo. E invece avevo quasi tutto. L’unica mancanza allora è l’unica mia gioia oggi.

Ecco perché mi piacerebbe avere “quei soldi da buttare”, come allora, per andare a fare lo stesso tour. Con l’unica mia gioia oggi. Che sarebbe felice: adora viaggiare. Sarebbe una grande avventura per lui.

Per ora, però, mi tocca solo sognarlo. Allora sorridevo in braccio a Don Quichote, ad Alcala’, fuori la casa di Cervantes.

Non immaginavo che per i successivi nove anni avrei dovuto lottare contro i mulini a vento…

…Questione di contrappasso… eh già.

Magari tra poco vado con Astolfo sulla Luna…chi può dirlo…