Ricordi d’estate

Passi echeggiano nella memoria, lungo il corridoio che mai prendemmo, verso la porta che mai aprimmo. (T.S. Eliot)

Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.(J. Irons)

…In questa sera un po’ “down”, dove l’eco della valle rimanda un piano bar estivo, dove ci sarebbe bisogno di un’ uscita di sicurezza da questa vita troppo “storta” – così, giusto per una boccata d’aria di un minuto- mi viene in mente che domani è luglio. Prima del 2008, era per me un mese di dolci malinconie…

Luglio/col bene che ti voglio/vedrai non finirà…

…Poi ha significato tante cose insieme. La rabbia per chi se ne va volontariamente da te dicendo di amarti…più in avanti, invece la nascita di quel figlio che doveva nascere in Agosto…ma evidentemente con me ne ha condiviso l’odio, ed è nato prima.

Un Agosto cercai di addolcire la rabbia di un Luglio doloroso e partii per la Spagna in un tour meraviglioso. Partii con una persona speciale, probabilmente una delle poche persone al mondo che mi abbia amato veramente, seppur a suo modo, come a mio modo l’ho amato io. Il mio migliore amico, anche. Una persona con cui, forse, se non avessi ascoltato la “voce di sirena” di un falso bugiardo (difficile perché ci lavoravo insieme….non avevo le chances di Ulisse di tapparmi le orecchie) sarei riuscita a recuperare un rapporto difficile. Ma come dice saggiamente lui, “Se la ma nonna avea le rote, era un carretto”…

Stasera mi viene in mente come abbia vissuto quel viaggio tra sogno e realtà, come non fossi molto realmente lì. Dormendo in castelli, vedendo posti fuori dal tempo…incantati. Vedendo in volo quella cicogna che uno spagnolo mi disse presagio di un figlio.

E ricordo come non fossi felice.

Come fossi stupidamente infelice. Pensando ad un falso bugiardo. E invece avevo quasi tutto. L’unica mancanza allora è l’unica mia gioia oggi.

Ecco perché mi piacerebbe avere “quei soldi da buttare”, come allora, per andare a fare lo stesso tour. Con l’unica mia gioia oggi. Che sarebbe felice: adora viaggiare. Sarebbe una grande avventura per lui.

Per ora, però, mi tocca solo sognarlo. Allora sorridevo in braccio a Don Quichote, ad Alcala’, fuori la casa di Cervantes.

Non immaginavo che per i successivi nove anni avrei dovuto lottare contro i mulini a vento…

…Questione di contrappasso… eh già.

Magari tra poco vado con Astolfo sulla Luna…chi può dirlo…

Crescendo

Gli alberi che sono lenti a crescere portano i frutti migliori.(Molière)


Crescere è difficile. Sembrerebbe facile: tanto, vuoi o non vuoi, tu cresci. Ma cresci fuori. Crescere dentro, evolvere come essere umano, fare della tua vita il tuo personale compimento facile non lo è per niente.

Specie per bambini speciali come te. Con un mondo, una sensibilità ed un funzionamento peculiari.

Tu senti i colori dell’arcobaleno quando gli altri vedono solo un cielo di nuvole. Ed il sole, troppo sole, quel sole che tanto ami, pur ti ferisce troppo lo sguardo. La musica, che ti risuona dentro ore dopo che è finita, che impari e ricordi come se fosse poesia nel ritmo e nelle parole, quando è troppo alta pare ti accechi lo sguardo come l’udito, come se fosse luce.

Sta finendo la tua seconda, pur con difficoltà: e ti fai un po’ più grande, più saggio (troppo per la tua età, per quello che senti) e forse un po’ più triste.

Ed è per questo che mamma cammina curva al tuo fianco, e quando ti parla ti parla in ginocchio. Perché possa ascoltare le tue paure ed i tuoi sogni. Per fugare le tue paure o perlomeno affrontarle insieme. E per aiutarti a realizzare i tuoi sogni. Che per adesso sono un salto in un cerchio ed una giornata di mare.

Per quello che non posso realizzare, come poterti dare quella famiglia “normale” spero tu non me ne voglia mai…

Cose che ho imparato in 42 anni (ma a portare i tacchi no)

​Cose che ho imparato in 42 anni:

1) che ogni giorno è un dono;

2) che Michelangelo ha fatto una faticaccia a modellare il marmo per quei capolavori (me ne sono accorta quando, scalpellino e martello alla mano, ho dovuto rimodellare il marmo sulla finestra) e secondo me era un dio;

3) che nell’era 2.0, 3.0 etc. basta un tutorial su Utube e puoi da sola stuccare pareti e legno, dipingere pareti e legno…peccato  che poi sempre a te tocca pulire il pavimento…

4) che da’ più soddisfazione una porta pitturata o un pavimento lucidato da te che un 30 e lode;

5) che troppo spesso la gente preferisce la ruffianeria alla genuinità, forse per l’incapacità di mettersi in discussione o di costruire legami reali;

6) che un conto è tirare avanti ed un conto è non arrendersi. Perché ci sono momenti che proprio non sai come andare avanti.Ma non ti arrendi.

7) che no, non li riuscirò mai a portare i tacchi. Il massimo è 5 cm e a blocco,  belli larghi. Forse perché sono sempre di corsa. Forse perché mi piace poter saltare gli ostacoli, non farmi fermare da una storta. E mi piace camminare per chilometri a piedi.Forse perché mi piace guidare l’auto, e il traffico non mi stressa.Forse perché con unghie lunghe e tacchi alti non si può suonare la chitarra e poter ballicchiare sulle scarpe camminando con la cuffia nelle orecchie. 

Forse perché non posso improvvisare una partita di calcio con un sasso con mio figlio…

…Mio figlio che è la lezione più importante di questa vita. Innanzitutto d’Amore. Poi di tante altre cose. Per esempio per la lotta per l’inclusione.

?) tante cose ancora da imparare…

Fase di latenza on

Che cosa si può dunque scoprire del complesso edipico mediante l’osservazione diretta del bambino, all’epoca della scelta oggettuale che precede il periodo di latenza? Ebbene, si vede facilmente che il maschietto vuole avere la madre soltanto per sé, avverte come incomoda la presenza del padre, si adira se questi si permette segni di tenerezza verso la madre e manifesta la sua contentezza quando il padre parte per un viaggio o è assente. Spesso dà diretta espressione verbale ai suoi sentimenti, promette alla madre che la sposerà. Si penserà che ciò è poca cosa in confronto alle imprese di Edipo, ma di fatto è già abbastanza, in germe è la stessa cosa. L’osservazione viene spesso offuscata dalla circostanza che in altre occasioni lo stesso bambino manifesta contemporaneamente una grande affezione per il padre; tuttavia, simili atteggiamenti emotivi opposti  o per dire meglio, “ambivalenti”  – che nell’adulto porterebbero al conflitto, nel bambino sono del tutto compatibili tra loro per un lungo periodo, così come più tardi trovano posto permanentemente l’uno accanto all’altro nell’inconscio.

(Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi )

 

“Mamma…non ti dispiacere…ma non voglio sposare più te…vorrei sposare un’altra persona…solo una però!”
“Ah meno male che è una sola! (Almeno non hai preso da chi so io…)
  Ma no, amore…sono contentissima! E -ridendo-l’hai già scelta?”
“Si…mamma…ma non glielo dire!”
“Sarò una tomba(serissima)! Ma la conosco?”
“Si…è Alice…(tutto rosso)…è bellissima”.
“Bene…e perché ti piace?”
“Perché è bellissima”
“E solo questo? Tutte le tue amiche sono bellissime…”
“No…lei è gentile…e non mi prende in giro…ed è bellissima..:”
“Tutto chiaro amore!”
“Ah…sono contento che te l’ho detto!”
“Pure io amore, che me l’hai detto!”
E ci siamo abbracciati.
Edipo andato.
Fase di latenza on.

 

 

2017-02-26 18.21.55 marioluigi

 

Voglia di normalità

​#vogliadinormalitá di un bambino di 7 anni.

Bimbo che, visto che la nonna materna è morta e quella paterna pare non abbia mai avuto -e ancora non ha!- diritto di conoscerla, oggi si è creato anche per iscritto una nonna, nella lezione di inglese.

Non più solo nelle sue fantasie.

È la sorella di mia madre….e gli ha dato qualche anno in più.

“Visto che zia Michela ha i capelli tutti bianchi, sarà lei la mia nonna”.

Un anno, alla festa dei nonni, l’altro lavoretto lo diede a mia zia che abita su…che non poté non piangere.

Fu lo stesso “anno” (più di un anno, per la precisione) in cui il padre non si fece vedere nemmeno in fotografia e mio figlio, alla festa del papà, diede il lavoretto al suo unico nonno che conosce ed ama…fu commovente il modo in cui glielo diede…”dai nonno, prendilo tu…è uguale no?”senza nemmeno nominare il fatto di avere un padre assente.

Forse faceva troppo male.

Come oggi capire che la sua vita affettiva è atipica non per Fato ma per volontà di qualcuno…

…Io non so più se ammirare la grandezza d’animo, la plasticità emotiva, la capacità di reinventare il mondo di questo bimbo o disperarmi per il suo continuo anelo alla normalità … per quello che non posso dargli…per cio’ che non dipende da me… e per cui non ho modo di compensare, nonostante mi faccia in quattro tutti i giorni, anche come presenza, e che faccia di più di quanto possa -anche economicamente- pur di non fargli mancare più di quanto già manchi alla sua vita.

La giornata dei bimbi mai nati

«Cercavo una parola che mi definisse, […] ma non c’è ‘genitore di un figlio morto’. C’è chi sostiene che questa parola non sia stata coniata perché un dolore così non è definibile in nessun modo che non diventi riduttivo, c’è chi pensa che non sia logico cercare di definirsi in qualche altro modo se non ancora genitore, perché genitori si è sempre, anche se i propri figli muoiono e c’è chi sostiene che questa parola nella nostra cultura non esista perché la nostra cultura rifiuta di affrontare questo tipo di lutto, di dargli il peso che ha, di dargli lo spazio di cui necessita». 

(Erika Zerbini)

Pochi lo sanno, ma oggi è la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale.
Un giorno la mia psicologa mi disse che uno dei più grandi doni che avevo, l’empatia, era anche una delle mie maledizioni. E che avevo così condiviso la sorpresa, la gioia, l’emozione della pancia che cresce, del bimbo che si muove…e poi il grande dolore della perdita di un bimbo alla nascita, che era diventato tutto mio.

Come si quel figlio l’avessi perso io, alla trentottesima settimana.

Il silenzio assordante del blocco parto. Quel bimbo che dormiva, e che non avrebbe mai sorriso.Le braccia vuote. Nessuna culla. La lacerante sensazione che il cuore ti sia stato strappato e buttato via. Le persone che non sanno che dire, se non uno scomodo”dai, ne fate subito un altro…”

Mentre tu sai che nulla sarà più come prima.

“E che sarà mai”, dice qualcuno. 

Forse una volta, quando si moriva per una bronchite, questo lutto era necessariamente elaborato alla velocità di una stagione che passa: troppi figli cui badare, ma soprattutto cui trovare da mangiare.

Oggi, invece, un figlio per molti è quasi un privilegio. Per altri un miracolo. Il rapporto con la vita e con la morte è diverso. La donna ha un altro rapporto con se stessa, il proprio ruolo ed il proprio corpo.

Altro che “e che sarà mai”…

…Fu come se lo persi io, quel bimbo. Così tanto che tra le varie difficoltà emotive della mia, di gravidanza, ci fu il terrore di perdere quel maschietto che mi cresceva-già iperattivo- dentro. Avevo davanti agli occhi sempre l’immagine di quell’angelo, che come un santo pregai tutti i giorni affinché fosse il custode di mio figlio.

Forse proprio quel dolore vissuto per procura ha aiutato il mio istinto di vita-è quello di mio figlio-ad esser forte in una prospettiva di monogenitorialita’.

E quell’angelo è sempre nei miei pensieri.

Il lutto perinatale

Madre e figlio nel settimo autunno

La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro.
(Frank A. Clark)

…Questa mattina l’aria aveva un odore nuovo, di quelli che ti riportano a trent’anni indietro…quelli della terra di collina pesta di foglie colorate, umida e fresca, che ti resta dentro assieme ai mattini sempre meno luminosi, alle sgridate di mamma perché non ti alzi, alle corse al pulmino nel viale di ippocastani.
Ovviamente a mio figlio non poteva sfuggire l’odore della nuova stagione. Ne abbiamo parlato mentre andavamo a scuola, con un cielo stratificato, di azzurri e grigi, camminando mano nella mano.
Gli ho preso la cartella, me la sono messa sulle spalle con la mia borsa. Mi ha ringraziato, ma ha aggiunto che era preoccupato che tutto il peso fosse sulle mie spalle, mentre mi baciava la mano, ogni tanto: è il suo modo per farmi carezze.
Mi è venuto da pensare che è così, anche simbolicamente: tutto sulle mie spalle.
Gli ho detto sorridendo che non c’è problema, che ce la faccio, che quando sarò “vecchiarella” e non ce la farò sarà lui a portare le borse per me.
Lui mi ha dato un altro bacio sulla mano e mi ha detto che da grande si prenderà lui cura di me come io faccio con lui.

Nessun autunno è mai stato così mite.

Mentre camminiavamo, poi, mi  ha chiesto quanti anni avrà quando io sarò vecchia come il nonno.
Gli ho risposto che ne avrà quasi quanto me ora.
Mi ha poi chiesto come ho fatto io…senza la mamma.
Gli ho detto che avevo il papà…
Lui contrariato mi ha ribattuto che non è lo stesso. Che la mamma non è il papà. Che lui non saprebbe come fare…
Mi ha chiesto se mi sono sentita sola.
E’ difficile rispondere ad un bambino di sette anni riguardo una cosa del genere. Specie ad un bambino come mio figlio.

Ho baciato io la sua mano.
Gli ho detto che la mamma mi è mancata, ma non mi sono sentita sola perché sapevo che mi vuole bene ovunque ora lei sia,  e che avevo altre persone che mi volevano bene… poi è nato lui, la mamma sono diventata io, quindi sola non potevo proprio mai sentirmi.
Allora lui mi ha detto che non vuole che io muoia prima di diventare vecchia, come ha fatto mia madre.
Io gli ho risposto che ce la metterò tutta ma non dipende da noi, la vita come la morte…e che l’importante è che quando ami e sei amato non sei mai solo, anche se le persone non sono più vicino a te.
Il mio profondissimo bambino di sette anni a questo punto ha risposto che lo sa, che la vita e la morte non dipendono da noi…ma di preoccuparmi di me per fare in modo di non ammalarmi…che almeno questo lo potevo fare, per poter stare il più possibile con lui.
Tipo non farmi venire mal di schiena anche con la sua borsa.
A questo punto gli ho stretto la mano nel sole, e ho fatto una cosa che non faccio mai con lui: cambiare discorso.
“Visto che bello, il primo giorno di autunno?”
E lui mi guardava come un saggio, mentre io guardavo il cielo per non piangere.

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È in giorni così

Perché cercare di mettere tutto sul piano morale, cosa che è molto difficile per il bambino afferrare? Il bambino non si interessa al ‘buono’ o al ‘cattivo’. Gli interessa solo sapere se è amato o no; questi sentimenti egli può capire.
(Bruno Bettelheim)

…Ed è quando sei felice come oggi,
quando vedo la festa dei tuoi occhi alla sorpresa che mamma ti è venuta a prendere al primo giorno di scuola, quando non c’è giornata di sole ad eguagliare il tuo sorriso mentre si improvvisa una scalata sulle giostrine e da sotto mamma ti spinge perché vuoi fare il razzo, quando nessuna canzone risuona al cuore come il tuo riso alle battutacce di mamma mentre ti fa il solletico…
È in giorni così, amore, che ti chiedo scusa…per tutti quei pomeriggi che da pendolare non riesco a darti; scusa per quelle giornate stanche in cui la tua mamma, che ti fa anche da papa’, corre a destra e a sinistra quasi sdoppiandosi -e sfiancandosi- perché tu possa essere dove vuoi e sentire che nulla e nessuno ti manchi…ti chiedo scusa per quelle poche volte di calci al pallone, di bici a pedalare e di tiri al frisbee…perché la mamma tanti giorni proprio non ce la fa: ma si è messa part-time apposta. Per giocare di più con te…magari più a nascondino che a palla…così si riposa un po’ di più…
Ti chiedo scusa perché mamma vorrebbe darti tutti i pomeriggi come oggi…e le inventa tutte per essere certa che il tuo sorriso non sbiadisca mai ❤

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“Suo figlio è tante cose”

Mostratemi un eroe
e vi scriverò una tragedia.
(F.S. Fitzgerald)

“Suo figlio è tante cose”.
Non “ha” tante cose.
Lo è.
Me l’hanno detto in tanti, con diverse umanità e professionalità.
Dal “è un piccolo principe” al “è un asperger mancato”.
Passando dal “è un bambino plusdotato”.
E tutto perché ha una fantasia fuori dal comune. A causa della sua memoria prodigiosa, della sua incredibile, grandiosa capacità creativa, e del movimento che necessita per liberare questa spinta creatrice: ritmo, anche senza musica.
Inventa storie.
O rivive storie che ha visto: ne prende i personaggi ed inventa nuovi copioni, che interpreta e vive in prima persona.
Oggi mi è stato detto che questa grande fantasia e creatività vanno “contenute”.
Mi è venuto un tuffo al cuore, ho visualizzato una gabbia e ho pensato a questa canzone di De Crescenzo.

“…non si incatena la fantasia”

 

Evidentemente la mia espressione parlava da sé, perché lo specialista si è corretto subito “ehm…incanalate”
Incanalate.
Okkei.

Ma le storie…le storie hanno un potere fortemente curativo.
Il “ritiro” (per usare un termine caro alla psicologia) in un mondo immaginario corrisponde alla necessità che gli esseri umani manifestano di poter sognare ad occhi aperti e che tanti adulti mantengono vivo proprio con la lettura, diventando protagonisti di storie che leggono.
Nei bambini, questa cosa è ancora più vera perché insegna loro che ci sono ostacoli e ci sono soluzioni…che ce la possono fare.
Poco importa se la storia sia di fantasia…basta che sia verosimile.
E non importa il tipo di personaggi coinvolti…
…Non lo dico mica io, l’ultima laureanda in psicologia.
Lo dicono un bel pò di psicologi e psicopedagogisti.
Dice Levorato: “Le proprietà minime richieste perché si possa dire che un certo testo è una storia sono che un personaggio principale, che si trova di fronte ad una situazione nuova, inattesa, problematica o non desiderata, metta in atto delle azioni per fronteggiarla e pervenga a uno stato di cose che può essere considerato una risoluzione del problema iniziale “.
Ed ecco un bimbo che a 7 anni non si accontenta di ascoltare e riascoltare storie, di tentare di leggerle o di guardarle in tv: Deve anche crearle e ricrearne di nuove.
In questo bisogno di dominare la realtà e dirsi che sì, ce la può fare.
A trovare il tesoro, a catturare il fantasma, a sconfiggere il mostro…a trovare la chiave giusta che apre la porta magica.

Certo, mio figlio è tante cose.
Indubbiamente è un inventore di sogni.
E i sogni sono tanta roba…

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La madre che lavora (e che vuole realizzarsi nel lavoro)

Questa continua dicotomia interiore,
questa duplice polarità,
questa alternante sensazione di dovere incompiuto,
oggi nei confronti della famiglia,
domani nei confronti del lavoro,
questo è il fardello della madre lavoratrice.
Golda Meir, 1963 

 

… E’ sorprendente come le persone siano così sciocche da fare dichiarazioni “boomerang” e che è ovvio sollevino l’indignazione generale.
Nello specifico, non mi è simpatica la Meloni ma ovviamente sentirsi dire “faccia la mamma” indigna per forza tutte le donne, e non solo.
Sono di quelle che al sentire il “consiglio” rivolto alla Meloni più che altro non si è indignata, ma ha sorriso, amaramente rassegnata allo stereotipo italiano.
Forse è per questo che  molti stati, incluso il nostro, non hanno ancora avuto un presidente della repubblica donna.
Ho visto in TV  l’intervista di un sindaco donna che ha dichiarato come sia “normale” poter conciliare tutte le attività che una donna può e sa fare…

…Resta però un fatto.
Che ci sono donne e donne. Con contesti lavorativi differenti, reti sociali e familiari diversi, risorse economiche e umane differenti.
E questo, a mio parere, fa la differenza nella carriera di una donna.

Prima di avere mio figlio, arrivavo a lavoro mezz’ora prima e uscivo mezz’ora dopo. Non mi sono mai ammalata, ovvero: se non mi sentivo bene il mio fisico reagiva con “e che sarà!” e mi mettevo nel treno e andavo.
Lavoravo, studiavo, mi divertivo: questa era la mia vita.
Questa cosa ha fatto in modo che da interinale fossi assunta a tempo indeterminato col minimo contrattuale per la mansione grazie al genio di un certo Biagi  nonostante la laurea con lode (poi diventata una e mezza e tra poco praticamente doppia) che non essendo in ingegneria o giurisprudenza per la mia azienda è come se non la avessi.

Lasciando stare le vicende emotive e psicologiche, a trent’anni ho fatto errori adolescenziali con quello che allora era il mio “supervisore” che nel suo ruolo tutto era tranne integerrimo e che è il genitore biologico di mio figlio…
Fatto sta che ho scelto di essere madre “nonostante tutto”.
Nonostante non abbia una “famiglia del padre” né il padre di supporto.
Nonostante non abbia una rete familiare che riesca a darmi fattivamente una mano se non a spot. Nonostante non abbia uno stipendio tale che mi permetta di prendere una baby sitter e/o una casa in affitto vicino il lavoro.
Nonostante ogni cosa…la Vita.

Probabilmente, al di là delle reti sociali, se fossi sindaco lavorerei lo stesso tempo dell’impiegata e avrei il denaro per poter aver casa vicino il lavoro e/o la babysitter e per poter fare bene almeno due cose: affermarmi lavorativamente e fare la madre.
O se magari fossi ingegnere. O manager. Lavorerei lo stesso dodici-tredici ore fuori casa e sarei più serena a tenere mio figlio a casa quando magari è malato, o al ritorno dal doposcuola/inglese. O a portare mio figlio in palestra, invece di chiedere il permesso a lavoro per farlo…Tanti permessi da decidere, alla fine, di chiedere il part-time per evitare di pregare Dio di avere il dono dell’ubiquità e di non ammalarti perché quando ti ammali proprio non ce la fai, a fare tutto tu.

O se, magari, in Italia le aziende fossero più come quelle che hanno massima flessibilità lavorativa (e magari quando tuo figlio è malato puoi fare smart working, mansione permettendo, o è previsto un servizio di baby-sittering, come altre aziende europee), e magari puoi chiedere un giorno intero di permesso-mamma (non solo ore, che per chi lavora ed è pendolare non è certo vantaggioso) da poter recuperare con un giorno in più o spalmato su più giorni…

Se, magari.
Intendiamoci, alla mia azienda debbo tutto. Anche il figlio 🙂
E sono anche molto fortunata, perché la mia azienda ha in essere un “welfare“molto attivo ed in tensione al miglioramento continuo, con permessi e strategie varie per assentarsi giustificatamente.
Il problema è che, “giustamente” non c’è una misura delle aziende che, al netto della tua presenza, valuti la qualità del tuo lavoro e ti permetta l’evoluzione lavorativa. Non è così perché, semplicemente, la tua evoluzione lavorativa, titoli di studio, skills, capacità, pensiero divergente e potenzialità a parte, dipende dalla parola magica “quantità”.
Quanto tempo “scaldi la sedia” in sede. O meglio, devi starci quanto gli altri, a prescindere da come lavorano e da come lo fai tu. Solo da questo punto di partenza si misura e si valuta tutto il resto.
Mi riferisco a troppe aziende. Ad una mia carissima amica in tutt’altro contesto lavorativo, in via assolutamente “scherzosa” ed informale fu calorosamente consigliato di “aspettare un altro pò” prima di fare un figlio se voleva continuare la sua evoluzione lavorativa…Poi per fortuna, arrivata “in cima”, il figlio lo ha potuto fare.

Ma non sempre puoi scegliere quando, come e dove fare i figli.
Io non l’ho scelta, la fortuna più grande della mia vita…e  meno male!
E’ stata la prova “principe” che le cose belle nella Vita arrivano anche dal peggio.
E soprattutto quanto meno te l’aspetti.
Anche io speravo di “evolvere” lavorativamente … me l’avevano anche detto, le colleghe, “se fai un figlio è finita”…
…Beh, più o meno è vero.
E’ vero perché, effettivamente, non penso di avere più speranze di eventuali “passaggi” ad altre mansioni, orizzontali o verticali. Specie ora che ho scelto il part-time.
Ma sarebbe un problema se non avessi passioni e sogni.
Poiché ce li ho, penso che in Italia solo un “libero professionista” (come in modo spregiativo qualche collega mi ha apostrofato per i mortificanti ritardi e permessi che sono costretta a prendere per gestire il precario equilibrio vita-lavoro) possa permettersi di realizzarsi appieno lavorativamente e fare “tutto il resto”, (soprattutto la madre) al massimo.
Solo un libero professionista, quando il figlio di sei anni che ha  solo un genitore come riferimento, torna a casa con febbre a 39 e vomito e ti prega di restare con lui il giorno seguente, ti prega di non lavorare, può decidere di spostare tutto e non perdere soldi e professionalità, e fare la madre.

E’ per questo che non ho smesso mai di studiare, e non mi arrendo, nonostante l’età.
Per fare di mio figlio un bambino felice e della madre una donna realizzata.

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