Nove anni

Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre.
Lei non è mai esistita prima.
Esisteva la donna, ma la madre mai.
Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.
(Osho)

 

…Nove anni fa (nove…numero sacro) questa fu la notte più lunga della mia vita.
Da sola. In ospedale. Pressione altissima. Infermieri allarmati. Mio figlio che sentiva tutta l’agitazione, e saltava come un canguro nella mia pancia.
Curioso, perché la dottoressa era preoccupata dai tracciati. A loro dire, si muoveva poco. In realtà lui appena sentiva qualcosa sulla pancia, si calmava. 
Era abituata alle mie mani sul grembo. Si calmava all’istante.
E in tutta quell’agitazione, nella notte più lunga, un lungo, intimo dialogo con mio figlio.
Perché sai che domani tutto cambierà. Domani non potrai proteggerlo più con il tuo corpo… lui sarà nel mondo. Potrai fare del tuo meglio, ma non potrai fare tutto.

Il senso di onnipotenza, di invincibilità, di perfezione della donna in attesa si scioglie in pianto quando tiene per la prima volta in braccio suo figlio.
Nel mio caso era ancora più vero.
Mia madre non c’era, e non c’era l’uomo che avevo amato tanto da voler accogliere il miracolo della vita.
La mia gravidanza era per lo più trascorsa con mani e lacrime sul grembo. Poi l’inizio di gestosi.
E ora eravamo lì, io e lui. Da soli. Come sempre, più di sempre. Nel caldo silenzio della clinica.
In quell’intimo e lungo dialogo, ho raccontato a mio figlio tutto il mio amore per lui. Gli ho raccontato che era nei miei pensieri ancora prima di essere un seme piantato da Dio.
Che sapevo che sarebbe stato perfetto. E che avrei cercato ogni giorno della mia vita di trasformare ogni sua fragilità in un punto di forza, che gli avrei insegnato che siamo tutti diversi e siamo tutti perfettamente imperfetti.

Non sapevo, allora, quanto questo sarebbe stato vero.

Quando è nato, raccolto come un fiore all’improvviso dalla sua culla di acqua e carne, senza guadagnarsi spazio per uscire fuori, non ha nemmeno pianto. I rumori, la luce, lo hanno sorpreso tanto che quello che emise assomigliava ad un qualcosa tra la sorpresa ed il disappunto.
“E’ bellissimo!” Disse la mia meravigliosa dottoressa.
Io lo sapevo già. Me l’aveva detto anche il mio meraviglioso medico specialista in radiodiagnostica che un giorno mi disse “ha il profilo degli angeli, tuo figlio”…
…Ma sapevo che era bello perché si sa, per ogni madre il proprio figlio è bellissimo.
E quando i suoi occhi hanno incontrato i miei, io ho avuto paura di morire e di non morire mai più.
Morire dipendendo dalla vita della carne della tua carne. Non morire più perché per un attimo, come essere umano, era come se fossi diventata eterna nel respiro di mio figlio.

Nove anni dopo, come una profezia, quel lungo, intimo dialogo è il mio mantra quotidiano.
Lavoro sulle fragilità di mio figlio cercando di farne punti di forza. Lui che vive troppo nel suo magico mondo,ed io che cerco di trascinarlo in questo creando magie anche qui.
Per fare in modo che la sua infinita creatività diventi una risorsa e non una mania alienante. Non arrendendomi al fatto che lui preferisca sostanzialmente la solitudine a condividere qualcosina con gli altri. Pazientemente, cercando di fargli capire che ogni schema per lui irrinunciabile può essere non tanto distrutto, ma almeno ricomposto sotto altra prospettiva. Come se fosse plastilina. E insistendo che può muoversi quanto vuole, ma che magari il movimento può essere incanalato in qualcosa di un po’ più costruttivo…cercando di non farsi ammazzare, visto che si dimentica che nel mondo ci sono infiniti pericoli oltre a braccia che ti stringono.
E… quando non mi sente… non stancarmi di ripetere mai.
Finché non mi dà quel po’ di attenzione che ha.

Ogni giorno di questi nove anni di famiglia monoparentale, restano i suoi occhi il faro che mi fa vivere: soprattutto quando torna in questo, di pianeta, e non è nel mondo delle idee…e mi guarda e sorride, dicendo che mi ama.
E nove anni sono trascorsi veloci come il suo battito di ciglia.

preview

Annunci

…Quasi imperfetta

L’empatia, così importante perché un adulto possa comprendere un bambino, comporta che si consideri l’altro nostro pari; non per ciò che riguarda il sapere, l’intelligenza o l’esperienza e men che meno la maturità, bensì rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti, adulti e bambini.
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli Editore, Milano, 1987

Fai da madre e da padre.
Fai notti intere sveglie quando non sta bene, e quando lui si preoccupa che non dormi tu gli dici che non hai sonno.
Mantieni viva la magia in ogni cosa, anche in quelle cose che non credi più.
Ti inventi sorprese ogni giorno, per non fargli sentire il vuoto di chi non vuole esserci, e di chi non c’è mai stato.
Ti smazzi (come un mazzo di carte, in due) per essere in un luogo e poi in un altro il più velocemente possibile, fai le corse, il traffico, corri a piedi, speri di non perdere il treno, perché se lo perdi devi inventarti come fare.
Vorresti finire di studiare per un futuro migliore, ma la sera, dopo dodici ore fuori casa, crolli come un temporale in agosto: inquieta e veloce.
Se ti ammali pazienza, come fare non sai.
Se si ammala lui è lo stesso, con la differenza che vorresti essere malata tu per non vederlo così.
Non piangi, qualsiasi cosa succeda, perché se piangi tuo figlio, turbato, ti chiede di non farlo sennò gli viene da piangere anche a lui.
Rispondi a domande inrispondibili, e quasi sempre lo fai facendo rispondere a lui.
L’ultima, millenaria, sul perché il tempo a volte va lento e a volte no… E vai a spiegargli Agostino da Ippona e che l’uomo, come dice Gorgia, è misura di tutte le cose.

Ma c’è una domanda cui, anche se rispondi, non ti suona bene. Anzi, ti fa male rispondere.

“Mamma, perché non vieni a prendermi più spesso a scuola?”

E’ curioso, non me lo ha mai chiesto più piccolo. In psicologia si dice che in genere un bambino fa domande “emotive” quando è pronto a “sopportare” le risposte. 
Lui lo sa, che per andare a lavoro prendo il treno.
Sa che quando non ci vado a prenderlo io perché so quando lo rende felice, non andando così con il pulmino al doposcuola, dove mangia e lo in-trattengono finché non torno da lavoro.
Non sa che ho dovuto scegliere il part-time, con tutte le ripercussioni economiche, proprio per cercare di esserci di più.
Sempre io.
Solo io.
Non comprende che per i suoi disturbi di sonno ogni giorno ritardo di un’ora e sono tutti addebiti sullo stipendio.
Tutto questo, ovviamente, gli viene spiegato fino ad un certo punto.

E ti suona come un rimprovero, la sua richiesta, anche se sai che non lo è. E forse fa più male.
Gli ricordi che quando non va a lavoro corri sempre a prenderlo. Lui ti chiede di promettergli che andrai più spesso, perché sa che tu le promesse le mantieni.
Ma non puoi prometterglielo. Non gli prometti mai cose che non puoi mantenere.
Lui lo sa… ma non puoi evitare l’ombra nei suoi occhi.

Basta poco per sentirsi incapaci.

Allora gli ricordi che ogni volta che puoi, però, ci andrai. Gli proponi di giocare (drammatizzare il suo videogame preferito), così per spostare il suo sguardo su quello che insieme si può fare, sempre.

E ride.
E ti senti meno incapace, solamente imperfetta.

 

preview

 

Piccola storia di Novembre, dal semi-epilogo promettente

…’cause I don’t care if I ever talk to you again
this is not about emotion
I don’t need a reason
not to care what you say
or what happened in the end
this is my interpretation,
and it dont dont make sense….
…And it don’t have to make sense to you at all
‘cause this is my interpretation!
(Mika)

 

C’era una volta una ragazza trentenne.
Aveva penato a laurearsi perché la mamma era stata ammalata a lungo, fino a morirne, e la serenità dentro e fuori casa era stata compromessa da tempo. Si era laureata con lode sul far dell’estate, e fu chiamata, nove giorni dopo la laurea, per l’unica richiesta di lavoro interinale cui aveva fatto richiesta in regione -perché le altre erano state fatte in giro per l’Italia.
Fu chiamata per un lavoro da diplomata -nemmeno sapevano del recente traguardo- e a lei andava bene così: il suo sogno era prendere la laurea che “da piccola” gli era stata interdetta dal padre, perché avrebbe richiesto di essere fuori sede.
Da grande, più grande, voleva fare la psicologa.
Il lavoro sarebbe dovuto durare poco (massimo due anni) e la ragazza  trentenne aveva lasciato il più precario -ma amato e pieno di soddisfazioni – insegnamento privato per poter sostenere questi altri studi: tuttavia, già dai primi giorni, tutto sembrò veramente bello dall’alto del venticinquesimo piano della grande torre di vetro. La ragazza trentenne parlava con le persone, risolveva piccoli problemi, e questo in una grande azienda ed in un edificio all’avanguardia.
Quasi una favola, per chi come lei ha sempre visto l’azzurro tra le nuvole ed oltre, o l’unico fiore tra il cemento.
In quel periodo riprese a cantare e a suonare; a viaggiare e a scrivere.
Nemmeno undici mesi dopo , e l’interinale divenne assunta stabilmente: la ragazza trentenne nemmeno si pose il problema se accettare o meno, lei che nel frattempo aveva avuto la possibilità di frequentare in altra regione la scuola per gli insegnanti, a cui così avrebbe rinunciato.
Ora aveva la fortuna di un lavoro stabile, una splendida vista sul golfo dall’ufficio del customer care ed un sogno, ancora, da coltivare.
Accadde un Novembre, dopo il trasferimento in un altro edificio lavorativo.
In un giorno come questo, esattamente dieci anni fa:  d’improvviso, la ragazza trentenne sentì una voce nei corridoi tra gli uffici, che le sembrò quella di una persona perduta da tempo. Come se avesse riconosciuto quella voce da un’altra vita, di qualcuno che aveva amato, e che oggi finalmente ritrovava.
Non conosceva ancora quella persona, e non sapeva nemmeno che le avrebbe cambiato per sempre l’esistenza….e compromesso tutto, inclusa la vita lavorativa.
Questa, è, però, un’altra storia.
La storia di un Amore a senso unico ma così grande da mettere al mondo un bimbo.
La serenità, alla ragazza trentenne, le fu sottratta da questa persona che aveva un posizione lavorativa superiore, che fece precipitare il suo rendimento lavorativo attivamente – non solo in modo indiretto-  la sua emotività e probabilmente anche la possibilità di poter avere un avanzamento di carriera.

Ma, cosa più grave, questa persona le ha compromesso, nel tempo, anche attraverso il tramite di persone disturbate come lei, la possibilità di potersi muovere nell’edificio serenamente senza il timore di poter essere ancora una volta attaccata verbalmente o fisicamente.

Una volta un collega le disse “sei prigioniera nel tuo palazzo!”
Considerazione amara, ma vera, considerando che specialisti avevano consigliato l’allontanamento dall’edificio a seguito di attacchi d’ansia.

C’era una volta, e c’è ancora, dieci anni dopo.
L’ormai quarantenne che sta crescendo il figlio da sola e, per essere un genitore “quasi imperfetto” -ma forse anche un po’ per difesa emotiva- sta più fuori che dentro il lavoro, con relativa compromissione economica. Ora canta di meno, non suona quasi più, e quando può evitare gli sguardi attenti del suo bimbo, non sorride.
Scrive ancora, però: ed è forse l’unico modo per lenire la fatica ed il dolore.
Dopo dieci anni, cerca ora di stare alla larga dalle persone narcisiste con chiare tendenze borderline. Ma anche da chiunque non sembri abbastanza maturo per la propria età anagrafica.
Ha quasi concluso la prima parte del suo sogno…manca un capitolo alla tesi magistrale.
Nonostante tutto. Nonostante la depressione, gli attacchi di panico, l’ansia. La tristezza.
La tristezza. Soprattutto.

Il suo bimbo è stato la mano di Dio costantemente poggiata sul suo capo, è stato la Grazia della capacità di accettare le cose che non può cambiare e quella di affrontare le cose quasi insormontabili.

Ed eccola…dopo dieci anni…ora finalmente riacquistera’ anche la serenità di poter muoversi per l’edificio lavorativo.

Finalmente LIBERA.
Potrà tranquillamente recarsi al bar senza temere “brutti incontri”.
Questo perché si cambia palazzo.
Eh già.
E non ci saranno più quei lunghi ponti-corridoi a ricordarle quando era stata costretta a rintanarsi per isolarsi con chi la prendeva a sberle o a lattine di tè in faccia, dicendo che la amava.

Non ci saranno più quei più ballatoi dove doveva nascondersi a causa di quella persona.

Ci sarà ancora un panorama mozzafiato, ed il tempo passato sarà finalmente andato.
Già sorride, la ragazza quarantenne, a pensarci.
A pensarsi come allora, ma più forte.
Non più vecchia. Forse un pò più triste…ma in senso buono. La tristezza di chi ne sa un pò di più di ieri.
Ora, finalmente, la accompagna un sorriso più grande di lei.
Quello di un saggio bimbo neurodiverso di 8 anni e mezzo quasi…che, ironia della sorte, fu concepito in Novembre.
In un giorno come questo, esattamente nove anni fa.
E che con lei, questo Novembre, trascorrerà il primo giorno lavorativo nella nuova sede grazie all’iniziativa aziendale delle porte aperte ai figli dei dipendenti.Eh si… Il golfo la accecherà di luce, ancora, nel gioco degli specchi del centro direzionale, dall’alto della Torre.
Molto più di come faceva dieci anni fa.
Di più.
E forse…ma sì, ecco…la ragazza quarantenne ora tornerà a cantare Mika o i Beatles negli ascensori.
Chissà, forse ricomincerà anche a suonare…
#happyending
#adayinthelife
old position

La madre che lavora (e che vuole realizzarsi nel lavoro)

Questa continua dicotomia interiore,
questa duplice polarità,
questa alternante sensazione di dovere incompiuto,
oggi nei confronti della famiglia,
domani nei confronti del lavoro,
questo è il fardello della madre lavoratrice.
Golda Meir, 1963 

 

… E’ sorprendente come le persone siano così sciocche da fare dichiarazioni “boomerang” e che è ovvio sollevino l’indignazione generale.
Nello specifico, non mi è simpatica la Meloni ma ovviamente sentirsi dire “faccia la mamma” indigna per forza tutte le donne, e non solo.
Sono di quelle che al sentire il “consiglio” rivolto alla Meloni più che altro non si è indignata, ma ha sorriso, amaramente rassegnata allo stereotipo italiano.
Forse è per questo che  molti stati, incluso il nostro, non hanno ancora avuto un presidente della repubblica donna.
Ho visto in TV  l’intervista di un sindaco donna che ha dichiarato come sia “normale” poter conciliare tutte le attività che una donna può e sa fare…

…Resta però un fatto.
Che ci sono donne e donne. Con contesti lavorativi differenti, reti sociali e familiari diversi, risorse economiche e umane differenti.
E questo, a mio parere, fa la differenza nella carriera di una donna.

Prima di avere mio figlio, arrivavo a lavoro mezz’ora prima e uscivo mezz’ora dopo. Non mi sono mai ammalata, ovvero: se non mi sentivo bene il mio fisico reagiva con “e che sarà!” e mi mettevo nel treno e andavo.
Lavoravo, studiavo, mi divertivo: questa era la mia vita.
Questa cosa ha fatto in modo che da interinale fossi assunta a tempo indeterminato col minimo contrattuale per la mansione grazie al genio di un certo Biagi  nonostante la laurea con lode (poi diventata una e mezza e tra poco praticamente doppia) che non essendo in ingegneria o giurisprudenza per la mia azienda è come se non la avessi.

Lasciando stare le vicende emotive e psicologiche, a trent’anni ho fatto errori adolescenziali con quello che allora era il mio “supervisore” che nel suo ruolo tutto era tranne integerrimo e che è il genitore biologico di mio figlio…
Fatto sta che ho scelto di essere madre “nonostante tutto”.
Nonostante non abbia una “famiglia del padre” né il padre di supporto.
Nonostante non abbia una rete familiare che riesca a darmi fattivamente una mano se non a spot. Nonostante non abbia uno stipendio tale che mi permetta di prendere una baby sitter e/o una casa in affitto vicino il lavoro.
Nonostante ogni cosa…la Vita.

Probabilmente, al di là delle reti sociali, se fossi sindaco lavorerei lo stesso tempo dell’impiegata e avrei il denaro per poter aver casa vicino il lavoro e/o la babysitter e per poter fare bene almeno due cose: affermarmi lavorativamente e fare la madre.
O se magari fossi ingegnere. O manager. Lavorerei lo stesso dodici-tredici ore fuori casa e sarei più serena a tenere mio figlio a casa quando magari è malato, o al ritorno dal doposcuola/inglese. O a portare mio figlio in palestra, invece di chiedere il permesso a lavoro per farlo…Tanti permessi da decidere, alla fine, di chiedere il part-time per evitare di pregare Dio di avere il dono dell’ubiquità e di non ammalarti perché quando ti ammali proprio non ce la fai, a fare tutto tu.

O se, magari, in Italia le aziende fossero più come quelle che hanno massima flessibilità lavorativa (e magari quando tuo figlio è malato puoi fare smart working, mansione permettendo, o è previsto un servizio di baby-sittering, come altre aziende europee), e magari puoi chiedere un giorno intero di permesso-mamma (non solo ore, che per chi lavora ed è pendolare non è certo vantaggioso) da poter recuperare con un giorno in più o spalmato su più giorni…

Se, magari.
Intendiamoci, alla mia azienda debbo tutto. Anche il figlio 🙂
E sono anche molto fortunata, perché la mia azienda ha in essere un “welfare“molto attivo ed in tensione al miglioramento continuo, con permessi e strategie varie per assentarsi giustificatamente.
Il problema è che, “giustamente” non c’è una misura delle aziende che, al netto della tua presenza, valuti la qualità del tuo lavoro e ti permetta l’evoluzione lavorativa. Non è così perché, semplicemente, la tua evoluzione lavorativa, titoli di studio, skills, capacità, pensiero divergente e potenzialità a parte, dipende dalla parola magica “quantità”.
Quanto tempo “scaldi la sedia” in sede. O meglio, devi starci quanto gli altri, a prescindere da come lavorano e da come lo fai tu. Solo da questo punto di partenza si misura e si valuta tutto il resto.
Mi riferisco a troppe aziende. Ad una mia carissima amica in tutt’altro contesto lavorativo, in via assolutamente “scherzosa” ed informale fu calorosamente consigliato di “aspettare un altro pò” prima di fare un figlio se voleva continuare la sua evoluzione lavorativa…Poi per fortuna, arrivata “in cima”, il figlio lo ha potuto fare.

Ma non sempre puoi scegliere quando, come e dove fare i figli.
Io non l’ho scelta, la fortuna più grande della mia vita…e  meno male!
E’ stata la prova “principe” che le cose belle nella Vita arrivano anche dal peggio.
E soprattutto quanto meno te l’aspetti.
Anche io speravo di “evolvere” lavorativamente … me l’avevano anche detto, le colleghe, “se fai un figlio è finita”…
…Beh, più o meno è vero.
E’ vero perché, effettivamente, non penso di avere più speranze di eventuali “passaggi” ad altre mansioni, orizzontali o verticali. Specie ora che ho scelto il part-time.
Ma sarebbe un problema se non avessi passioni e sogni.
Poiché ce li ho, penso che in Italia solo un “libero professionista” (come in modo spregiativo qualche collega mi ha apostrofato per i mortificanti ritardi e permessi che sono costretta a prendere per gestire il precario equilibrio vita-lavoro) possa permettersi di realizzarsi appieno lavorativamente e fare “tutto il resto”, (soprattutto la madre) al massimo.
Solo un libero professionista, quando il figlio di sei anni che ha  solo un genitore come riferimento, torna a casa con febbre a 39 e vomito e ti prega di restare con lui il giorno seguente, ti prega di non lavorare, può decidere di spostare tutto e non perdere soldi e professionalità, e fare la madre.

E’ per questo che non ho smesso mai di studiare, e non mi arrendo, nonostante l’età.
Per fare di mio figlio un bambino felice e della madre una donna realizzata.

20160315_222849.jpg

#work #women #worklifebalance  #donne #lavoro