Crescendo

Gli alberi che sono lenti a crescere portano i frutti migliori.(Molière)


Crescere è difficile. Sembrerebbe facile: tanto, vuoi o non vuoi, tu cresci. Ma cresci fuori. Crescere dentro, evolvere come essere umano, fare della tua vita il tuo personale compimento facile non lo è per niente.

Specie per bambini speciali come te. Con un mondo, una sensibilità ed un funzionamento peculiari.

Tu senti i colori dell’arcobaleno quando gli altri vedono solo un cielo di nuvole. Ed il sole, troppo sole, quel sole che tanto ami, pur ti ferisce troppo lo sguardo. La musica, che ti risuona dentro ore dopo che è finita, che impari e ricordi come se fosse poesia nel ritmo e nelle parole, quando è troppo alta pare ti accechi lo sguardo come l’udito, come se fosse luce.

Sta finendo la tua seconda, pur con difficoltà: e ti fai un po’ più grande, più saggio (troppo per la tua età, per quello che senti) e forse un po’ più triste.

Ed è per questo che mamma cammina curva al tuo fianco, e quando ti parla ti parla in ginocchio. Perché possa ascoltare le tue paure ed i tuoi sogni. Per fugare le tue paure o perlomeno affrontarle insieme. E per aiutarti a realizzare i tuoi sogni. Che per adesso sono un salto in un cerchio ed una giornata di mare.

Per quello che non posso realizzare, come poterti dare quella famiglia “normale” spero tu non me ne voglia mai…

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Cara mamma, nella festa della mamma 2017

E’ stata mia mamma
che mi ha insegnato a ridere e pregare.
(Raymond Dickinson)

Cara mamma,
oggi sono certa sei fiera di me.
Fiera per quel nipote che hai sempre desiderato e che sono certa è stato prima tra le tue braccia e poi tra le mie come figlio.
Fiera del fatto che come te, più di te, non mi arrendo, che guido, corro, pitto, riparo, martello, scalpello … e sai che prima o poi se necessario imparerò anche ad usare la macchina per cucire.
Fiera del fatto che di fronte a uomini incapaci e spesso prevaricanti, che non sanno amare veramente se non se stessi, io riesco a fare e ad essere quello che loro non sanno fare ed essere.
Fiera anche del fatto che non mi accontento, e che se la persona che amavo non amava veramente in fondo me, piuttosto che ammalarmi in una relazione annientante ho lasciato andare, affinché avveleni altrove…affinché ci sia spazio per qualcuno che mi amerà davvero.
Fiera del fatto che come dicesti se voglio arrivo a qualunque cosa… ed è pensando a quello che mi dicesti prima di morire che oggi, nonostante proprio non ne possa più per il troppo che non va, non mollerò.
Te lo prometto.
Ce la farò ed oltre me, come facevi tu – che però proprio di te ti dimenticasti- troverò la strada per aiutare gli altri.

Se ci fossi stata tu mio figlio sarebbe stato più sereno.
Se ci fossi stata tu,  non sarei ancora 4° livello, non avrei saltato un giorno a lavoro, né un minuto, né per necessità né per disperazione.
Non prenderei quattro soldi, che mi costringe alla continua precarietà.
Sarei stata virtuosa e magari avrei avuto avanzamenti in carriera…o li avrei avuti altrove.
Ci saresti stata tu che guidavi e portavi in giro mio figlio, da donna che -al posto degli uomini che sanno solo criticare e mortificare-  guidava, martellava, pittava, riparava…e che non lavoravi, ma solo per una deprecabile visione maschista e di unica possibilità di controllo (i soldi) sulle donne che se vogliono, da sole, riescono a far tutto, a differenza dei maschi.
E l’unica cosa che gli manca – il “membro”- lo sanno creare con il miracolo di una nuova vita.

Uno dei miei primi ricordi, a nemmeno tre anni, è un’immagine di te col pancione in alto su di uno scaletto con un pennello in mano e l’eco della tua voce nelle stanze vuote della nostra nuova casa.
Col tempo mi sono chiesta spesso perché ci sei sempre stata tu su quello scaletto a pittare, e non mio padre, che bestemmiava ad ogni cambio di lampadina che gli toccava fare.
Oggi ho tutte le risposte.

Perciò so che saresti fiera di me. Con tutti i miei difetti… molti dei quali sono i tuoi.
E con tutti i miei pregi.
Che sono tutti i tuoi.
A te che mi hai insegnato la curiosità, mi hai insegnato a ridere di me, ad avere attenzione per gli altri e che solo fossi stata meno gelosa della tua bimba e più sicura di te,  oggi mi avresti dato anche più autostima, che invece sto dovendo costruire da sola lungo gli ultimi 14 anni.

Ora che sono mamma so che è impossibile non sbagliare in qualcosa.
Ecco perché oggi ti dico che puoi continuare ad essere fiera di me. Perché non mi arrenderò, migliorerò ancora, imparerò dai tuoi e dai miei errori, cercherò di essere felice e di rendere felice affinché un giorno mio figlio possa essere fiero di me ed io di lui.
Come io sono fiera di te… questo, forse, non te l’ho detto mai.
Buona festa della mamma.

#mothersday
#festadellamamma
#worklifebalance

festadellamamma

Fase di latenza on

Che cosa si può dunque scoprire del complesso edipico mediante l’osservazione diretta del bambino, all’epoca della scelta oggettuale che precede il periodo di latenza? Ebbene, si vede facilmente che il maschietto vuole avere la madre soltanto per sé, avverte come incomoda la presenza del padre, si adira se questi si permette segni di tenerezza verso la madre e manifesta la sua contentezza quando il padre parte per un viaggio o è assente. Spesso dà diretta espressione verbale ai suoi sentimenti, promette alla madre che la sposerà. Si penserà che ciò è poca cosa in confronto alle imprese di Edipo, ma di fatto è già abbastanza, in germe è la stessa cosa. L’osservazione viene spesso offuscata dalla circostanza che in altre occasioni lo stesso bambino manifesta contemporaneamente una grande affezione per il padre; tuttavia, simili atteggiamenti emotivi opposti  o per dire meglio, “ambivalenti”  – che nell’adulto porterebbero al conflitto, nel bambino sono del tutto compatibili tra loro per un lungo periodo, così come più tardi trovano posto permanentemente l’uno accanto all’altro nell’inconscio.

(Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi )

 

“Mamma…non ti dispiacere…ma non voglio sposare più te…vorrei sposare un’altra persona…solo una però!”
“Ah meno male che è una sola! (Almeno non hai preso da chi so io…)
  Ma no, amore…sono contentissima! E -ridendo-l’hai già scelta?”
“Si…mamma…ma non glielo dire!”
“Sarò una tomba(serissima)! Ma la conosco?”
“Si…è Alice…(tutto rosso)…è bellissima”.
“Bene…e perché ti piace?”
“Perché è bellissima”
“E solo questo? Tutte le tue amiche sono bellissime…”
“No…lei è gentile…e non mi prende in giro…ed è bellissima..:”
“Tutto chiaro amore!”
“Ah…sono contento che te l’ho detto!”
“Pure io amore, che me l’hai detto!”
E ci siamo abbracciati.
Edipo andato.
Fase di latenza on.

 

 

2017-02-26 18.21.55 marioluigi

 

Voglia di normalità

​#vogliadinormalitá di un bambino di 7 anni.

Bimbo che, visto che la nonna materna è morta e quella paterna pare non abbia mai avuto -e ancora non ha!- diritto di conoscerla, oggi si è creato anche per iscritto una nonna, nella lezione di inglese.

Non più solo nelle sue fantasie.

È la sorella di mia madre….e gli ha dato qualche anno in più.

“Visto che zia Michela ha i capelli tutti bianchi, sarà lei la mia nonna”.

Un anno, alla festa dei nonni, l’altro lavoretto lo diede a mia zia che abita su…che non poté non piangere.

Fu lo stesso “anno” (più di un anno, per la precisione) in cui il padre non si fece vedere nemmeno in fotografia e mio figlio, alla festa del papà, diede il lavoretto al suo unico nonno che conosce ed ama…fu commovente il modo in cui glielo diede…”dai nonno, prendilo tu…è uguale no?”senza nemmeno nominare il fatto di avere un padre assente.

Forse faceva troppo male.

Come oggi capire che la sua vita affettiva è atipica non per Fato ma per volontà di qualcuno…

…Io non so più se ammirare la grandezza d’animo, la plasticità emotiva, la capacità di reinventare il mondo di questo bimbo o disperarmi per il suo continuo anelo alla normalità … per quello che non posso dargli…per cio’ che non dipende da me… e per cui non ho modo di compensare, nonostante mi faccia in quattro tutti i giorni, anche come presenza, e che faccia di più di quanto possa -anche economicamente- pur di non fargli mancare più di quanto già manchi alla sua vita.

La giornata dei bimbi mai nati

«Cercavo una parola che mi definisse, […] ma non c’è ‘genitore di un figlio morto’. C’è chi sostiene che questa parola non sia stata coniata perché un dolore così non è definibile in nessun modo che non diventi riduttivo, c’è chi pensa che non sia logico cercare di definirsi in qualche altro modo se non ancora genitore, perché genitori si è sempre, anche se i propri figli muoiono e c’è chi sostiene che questa parola nella nostra cultura non esista perché la nostra cultura rifiuta di affrontare questo tipo di lutto, di dargli il peso che ha, di dargli lo spazio di cui necessita». 

(Erika Zerbini)

Pochi lo sanno, ma oggi è la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale.
Un giorno la mia psicologa mi disse che uno dei più grandi doni che avevo, l’empatia, era anche una delle mie maledizioni. E che avevo così condiviso la sorpresa, la gioia, l’emozione della pancia che cresce, del bimbo che si muove…e poi il grande dolore della perdita di un bimbo alla nascita, che era diventato tutto mio.

Come si quel figlio l’avessi perso io, alla trentottesima settimana.

Il silenzio assordante del blocco parto. Quel bimbo che dormiva, e che non avrebbe mai sorriso.Le braccia vuote. Nessuna culla. La lacerante sensazione che il cuore ti sia stato strappato e buttato via. Le persone che non sanno che dire, se non uno scomodo”dai, ne fate subito un altro…”

Mentre tu sai che nulla sarà più come prima.

“E che sarà mai”, dice qualcuno. 

Forse una volta, quando si moriva per una bronchite, questo lutto era necessariamente elaborato alla velocità di una stagione che passa: troppi figli cui badare, ma soprattutto cui trovare da mangiare.

Oggi, invece, un figlio per molti è quasi un privilegio. Per altri un miracolo. Il rapporto con la vita e con la morte è diverso. La donna ha un altro rapporto con se stessa, il proprio ruolo ed il proprio corpo.

Altro che “e che sarà mai”…

…Fu come se lo persi io, quel bimbo. Così tanto che tra le varie difficoltà emotive della mia, di gravidanza, ci fu il terrore di perdere quel maschietto che mi cresceva-già iperattivo- dentro. Avevo davanti agli occhi sempre l’immagine di quell’angelo, che come un santo pregai tutti i giorni affinché fosse il custode di mio figlio.

Forse proprio quel dolore vissuto per procura ha aiutato il mio istinto di vita-è quello di mio figlio-ad esser forte in una prospettiva di monogenitorialita’.

E quell’angelo è sempre nei miei pensieri.

Il lutto perinatale

Madre e figlio nel settimo autunno

La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro.
(Frank A. Clark)

…Questa mattina l’aria aveva un odore nuovo, di quelli che ti riportano a trent’anni indietro…quelli della terra di collina pesta di foglie colorate, umida e fresca, che ti resta dentro assieme ai mattini sempre meno luminosi, alle sgridate di mamma perché non ti alzi, alle corse al pulmino nel viale di ippocastani.
Ovviamente a mio figlio non poteva sfuggire l’odore della nuova stagione. Ne abbiamo parlato mentre andavamo a scuola, con un cielo stratificato, di azzurri e grigi, camminando mano nella mano.
Gli ho preso la cartella, me la sono messa sulle spalle con la mia borsa. Mi ha ringraziato, ma ha aggiunto che era preoccupato che tutto il peso fosse sulle mie spalle, mentre mi baciava la mano, ogni tanto: è il suo modo per farmi carezze.
Mi è venuto da pensare che è così, anche simbolicamente: tutto sulle mie spalle.
Gli ho detto sorridendo che non c’è problema, che ce la faccio, che quando sarò “vecchiarella” e non ce la farò sarà lui a portare le borse per me.
Lui mi ha dato un altro bacio sulla mano e mi ha detto che da grande si prenderà lui cura di me come io faccio con lui.

Nessun autunno è mai stato così mite.

Mentre camminiavamo, poi, mi  ha chiesto quanti anni avrà quando io sarò vecchia come il nonno.
Gli ho risposto che ne avrà quasi quanto me ora.
Mi ha poi chiesto come ho fatto io…senza la mamma.
Gli ho detto che avevo il papà…
Lui contrariato mi ha ribattuto che non è lo stesso. Che la mamma non è il papà. Che lui non saprebbe come fare…
Mi ha chiesto se mi sono sentita sola.
E’ difficile rispondere ad un bambino di sette anni riguardo una cosa del genere. Specie ad un bambino come mio figlio.

Ho baciato io la sua mano.
Gli ho detto che la mamma mi è mancata, ma non mi sono sentita sola perché sapevo che mi vuole bene ovunque ora lei sia,  e che avevo altre persone che mi volevano bene… poi è nato lui, la mamma sono diventata io, quindi sola non potevo proprio mai sentirmi.
Allora lui mi ha detto che non vuole che io muoia prima di diventare vecchia, come ha fatto mia madre.
Io gli ho risposto che ce la metterò tutta ma non dipende da noi, la vita come la morte…e che l’importante è che quando ami e sei amato non sei mai solo, anche se le persone non sono più vicino a te.
Il mio profondissimo bambino di sette anni a questo punto ha risposto che lo sa, che la vita e la morte non dipendono da noi…ma di preoccuparmi di me per fare in modo di non ammalarmi…che almeno questo lo potevo fare, per poter stare il più possibile con lui.
Tipo non farmi venire mal di schiena anche con la sua borsa.
A questo punto gli ho stretto la mano nel sole, e ho fatto una cosa che non faccio mai con lui: cambiare discorso.
“Visto che bello, il primo giorno di autunno?”
E lui mi guardava come un saggio, mentre io guardavo il cielo per non piangere.

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È in giorni così

Perché cercare di mettere tutto sul piano morale, cosa che è molto difficile per il bambino afferrare? Il bambino non si interessa al ‘buono’ o al ‘cattivo’. Gli interessa solo sapere se è amato o no; questi sentimenti egli può capire.
(Bruno Bettelheim)

…Ed è quando sei felice come oggi,
quando vedo la festa dei tuoi occhi alla sorpresa che mamma ti è venuta a prendere al primo giorno di scuola, quando non c’è giornata di sole ad eguagliare il tuo sorriso mentre si improvvisa una scalata sulle giostrine e da sotto mamma ti spinge perché vuoi fare il razzo, quando nessuna canzone risuona al cuore come il tuo riso alle battutacce di mamma mentre ti fa il solletico…
È in giorni così, amore, che ti chiedo scusa…per tutti quei pomeriggi che da pendolare non riesco a darti; scusa per quelle giornate stanche in cui la tua mamma, che ti fa anche da papa’, corre a destra e a sinistra quasi sdoppiandosi -e sfiancandosi- perché tu possa essere dove vuoi e sentire che nulla e nessuno ti manchi…ti chiedo scusa per quelle poche volte di calci al pallone, di bici a pedalare e di tiri al frisbee…perché la mamma tanti giorni proprio non ce la fa: ma si è messa part-time apposta. Per giocare di più con te…magari più a nascondino che a palla…così si riposa un po’ di più…
Ti chiedo scusa perché mamma vorrebbe darti tutti i pomeriggi come oggi…e le inventa tutte per essere certa che il tuo sorriso non sbiadisca mai ❤

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Seppellire due volte

“La tomba è un monumento posto al confine tra due mondi.”
(Jacques-Henri Bernardin De Saint-Pierre)

…per capire di cosa sto parlando dovete leggere questo eccezionale articolo di paleopatologia.it , in particolare al punto 2.2:

Doppia sepoltura: esperienza popolare della morte nella Napoli contemporanea

…Avevo saltato la ricognizione, nel 2010, in un freddo giorno di gennaio, gravido di pioggia.
Avevo un bambino di pochi mesi e cercavo di tenere a bada sconforto e depressione dovuti al fatto di dover crescere un bambino da sola.
O forse, semplicemente, non ero ancora pronta.
L’elaborazione del lutto è un processo lungo e doloroso. Ed era stato riattivato, allora, dalla perdita dell’ “amore della vita”.

Sono passati sei anni.
Tre giorni prima mi hanno comunicano la riesumazione.
Fino all’ultimo mi sono chiesta se fossi pronta a rivivere e poi a lasciare andare quel carico di immagini e di emozioni.
Quel dolore che prima e’ sordo e poi diviene sottile e sotterraneo…e che col tempo diventa caro ricordo.
Le sue istruzioni per le esequie.
La sua morte tra le mie braccia.
La veglia.
Il canto che desiderava e la sepoltura.
E i giorni a venire, tutti quelli senza mia madre, che diventano poi anche senza la nonna di mio figlio.

Mi hanno aiutato a capire che fare Lucia e Annarita.
E il ricordo delle parole di quella mamma che aveva la quinta elementare, ma così curiosa ed intelligente che mi dico che ho preso tutto da lei. Che senza avere lauree in antropologia culturale o psicologia, un giorno mi disse che doveva esserci, per suo padre, che anche se ne aveva dolore per rivederlo in quello stato “mortifero” di teschi ed ossa da raccogliere in una scatolina doveva farlo: altrimenti, nel suo cuore, non sarebbe mai riuscita a seppellirlo veramente.
E su questa frase (e sul rituale in genere, comune solo ad alcune parti di Italia ed Europa) Freud ci avrebbe scritto un trattato.

Così, in una meravigliosa giornata di maggio, con farfalle, pratoline e papaveri al vento, ho potuto rivivere tutti questi tredici anni…e lasciare andare il residuo dolore. Lasciarlo fluire nella consapevolezza che al suo posto ondeggiano come le spighe al sole l’amore e il ricordo.
E ho imparato che non bisogna avere paura delle proprie emozioni, anche quando hai il terrore che non riuscirai a gestirle…fuggire non serve, decidere di accoglierle ti arricchisce e ti trasforma in una persona migliore.

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La madre che lavora (e che vuole realizzarsi nel lavoro)

Questa continua dicotomia interiore,
questa duplice polarità,
questa alternante sensazione di dovere incompiuto,
oggi nei confronti della famiglia,
domani nei confronti del lavoro,
questo è il fardello della madre lavoratrice.
Golda Meir, 1963 

 

… E’ sorprendente come le persone siano così sciocche da fare dichiarazioni “boomerang” e che è ovvio sollevino l’indignazione generale.
Nello specifico, non mi è simpatica la Meloni ma ovviamente sentirsi dire “faccia la mamma” indigna per forza tutte le donne, e non solo.
Sono di quelle che al sentire il “consiglio” rivolto alla Meloni più che altro non si è indignata, ma ha sorriso, amaramente rassegnata allo stereotipo italiano.
Forse è per questo che  molti stati, incluso il nostro, non hanno ancora avuto un presidente della repubblica donna.
Ho visto in TV  l’intervista di un sindaco donna che ha dichiarato come sia “normale” poter conciliare tutte le attività che una donna può e sa fare…

…Resta però un fatto.
Che ci sono donne e donne. Con contesti lavorativi differenti, reti sociali e familiari diversi, risorse economiche e umane differenti.
E questo, a mio parere, fa la differenza nella carriera di una donna.

Prima di avere mio figlio, arrivavo a lavoro mezz’ora prima e uscivo mezz’ora dopo. Non mi sono mai ammalata, ovvero: se non mi sentivo bene il mio fisico reagiva con “e che sarà!” e mi mettevo nel treno e andavo.
Lavoravo, studiavo, mi divertivo: questa era la mia vita.
Questa cosa ha fatto in modo che da interinale fossi assunta a tempo indeterminato col minimo contrattuale per la mansione grazie al genio di un certo Biagi  nonostante la laurea con lode (poi diventata una e mezza e tra poco praticamente doppia) che non essendo in ingegneria o giurisprudenza per la mia azienda è come se non la avessi.

Lasciando stare le vicende emotive e psicologiche, a trent’anni ho fatto errori adolescenziali con quello che allora era il mio “supervisore” che nel suo ruolo tutto era tranne integerrimo e che è il genitore biologico di mio figlio…
Fatto sta che ho scelto di essere madre “nonostante tutto”.
Nonostante non abbia una “famiglia del padre” né il padre di supporto.
Nonostante non abbia una rete familiare che riesca a darmi fattivamente una mano se non a spot. Nonostante non abbia uno stipendio tale che mi permetta di prendere una baby sitter e/o una casa in affitto vicino il lavoro.
Nonostante ogni cosa…la Vita.

Probabilmente, al di là delle reti sociali, se fossi sindaco lavorerei lo stesso tempo dell’impiegata e avrei il denaro per poter aver casa vicino il lavoro e/o la babysitter e per poter fare bene almeno due cose: affermarmi lavorativamente e fare la madre.
O se magari fossi ingegnere. O manager. Lavorerei lo stesso dodici-tredici ore fuori casa e sarei più serena a tenere mio figlio a casa quando magari è malato, o al ritorno dal doposcuola/inglese. O a portare mio figlio in palestra, invece di chiedere il permesso a lavoro per farlo…Tanti permessi da decidere, alla fine, di chiedere il part-time per evitare di pregare Dio di avere il dono dell’ubiquità e di non ammalarti perché quando ti ammali proprio non ce la fai, a fare tutto tu.

O se, magari, in Italia le aziende fossero più come quelle che hanno massima flessibilità lavorativa (e magari quando tuo figlio è malato puoi fare smart working, mansione permettendo, o è previsto un servizio di baby-sittering, come altre aziende europee), e magari puoi chiedere un giorno intero di permesso-mamma (non solo ore, che per chi lavora ed è pendolare non è certo vantaggioso) da poter recuperare con un giorno in più o spalmato su più giorni…

Se, magari.
Intendiamoci, alla mia azienda debbo tutto. Anche il figlio 🙂
E sono anche molto fortunata, perché la mia azienda ha in essere un “welfare“molto attivo ed in tensione al miglioramento continuo, con permessi e strategie varie per assentarsi giustificatamente.
Il problema è che, “giustamente” non c’è una misura delle aziende che, al netto della tua presenza, valuti la qualità del tuo lavoro e ti permetta l’evoluzione lavorativa. Non è così perché, semplicemente, la tua evoluzione lavorativa, titoli di studio, skills, capacità, pensiero divergente e potenzialità a parte, dipende dalla parola magica “quantità”.
Quanto tempo “scaldi la sedia” in sede. O meglio, devi starci quanto gli altri, a prescindere da come lavorano e da come lo fai tu. Solo da questo punto di partenza si misura e si valuta tutto il resto.
Mi riferisco a troppe aziende. Ad una mia carissima amica in tutt’altro contesto lavorativo, in via assolutamente “scherzosa” ed informale fu calorosamente consigliato di “aspettare un altro pò” prima di fare un figlio se voleva continuare la sua evoluzione lavorativa…Poi per fortuna, arrivata “in cima”, il figlio lo ha potuto fare.

Ma non sempre puoi scegliere quando, come e dove fare i figli.
Io non l’ho scelta, la fortuna più grande della mia vita…e  meno male!
E’ stata la prova “principe” che le cose belle nella Vita arrivano anche dal peggio.
E soprattutto quanto meno te l’aspetti.
Anche io speravo di “evolvere” lavorativamente … me l’avevano anche detto, le colleghe, “se fai un figlio è finita”…
…Beh, più o meno è vero.
E’ vero perché, effettivamente, non penso di avere più speranze di eventuali “passaggi” ad altre mansioni, orizzontali o verticali. Specie ora che ho scelto il part-time.
Ma sarebbe un problema se non avessi passioni e sogni.
Poiché ce li ho, penso che in Italia solo un “libero professionista” (come in modo spregiativo qualche collega mi ha apostrofato per i mortificanti ritardi e permessi che sono costretta a prendere per gestire il precario equilibrio vita-lavoro) possa permettersi di realizzarsi appieno lavorativamente e fare “tutto il resto”, (soprattutto la madre) al massimo.
Solo un libero professionista, quando il figlio di sei anni che ha  solo un genitore come riferimento, torna a casa con febbre a 39 e vomito e ti prega di restare con lui il giorno seguente, ti prega di non lavorare, può decidere di spostare tutto e non perdere soldi e professionalità, e fare la madre.

E’ per questo che non ho smesso mai di studiare, e non mi arrendo, nonostante l’età.
Per fare di mio figlio un bambino felice e della madre una donna realizzata.

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#work #women #worklifebalance  #donne #lavoro

 

 

 

 

 

 

Nascesti che già dormivi

Nascesti che già dormivi,
otto anni fa,
un tempo lungo e breve
per quelle stanze del cuore
orfane
della luce dei tuoi occhi,
dell’eco delle tue risate,
e delle tue corse.
Nascesti che già dormivi,
la tua anima rimasta in volo,
il blocco parto
in devastante silenzio…
le lacrime di tua madre
cadevano senza fare rumore.
Ancora oggi
manchi alla zia,
al cuginetto
senza un compagno di giochi,
da otto anni,
tu che nascesti che già dormivi,
con piccoli pugni
rimasti chiusi,
che mai strinsero la mia mano.

angelo 29feb2016