29 luglio 2017

Alcuni dicono che la felicità bisogna cercarla lontano; altri dicono che dimora vicino, nella casa; ma la felicità perfetta è nella culla di un bimbo.
(Proverbio cinese)

​…Nessuno può prepararti veramente alla rivoluzione che porta un bambino nella tua vita. È come la creazione: prima il nulla, poi il Big Bang.

Fiat lux. 

E luce fu. 

Negli occhi di un bambino. 

Dopo, nulla è come prima.

E non c’è un settimo giorno, dove ci si può riposare…eppure ogni giorno è domenica. Perché il filtro è quello sguardo curioso e arcobaleno sul mondo. 

Dove tutto è possibile.

Dove anche una casa vecchia e in disordine è una grande avventura, quel labirinto o quella “villa villana” infestata di spettri curiosi.

E anche quando ti senti Noè sull’arca, dove non sai proprio se stai facendo giusto…quello sguardo è come la colomba con l’ulivo tra il becco: fai pace con Dio e con il mondo. 

E ti senti benedetto.

Rinasco ad ogni tuo compleanno, e grazie a te non mi pento degli errori.

Perché l’Amore porta sempre frutto. Perché il tuo amore è la mia casa.

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Cara mamma…

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto,
sento i tuoi passi esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
Fernando Pessoa

Cara mamma,
sono già passati 14 lunghi anni…ma certi giorni sembra ieri.
Non che morivi, ma che vivevi.
Così a volte ti scrivo sull’etere, invece che nella mia mente, perché spero forse che le “onde” possano bucare questa dimensione e divenire una foglia dorata, lieve tra le tue mani di luce, come un regalo…sai…a volte non basta il pensiero…
…Ultimamente ti sogno spesso…sarà per il momento molto molto difficile.
Penso che se ci fossi stata tu di problemi ne avremmo avuti la metà… specie KIM.
Ma le cose stanno così. Tu sei oltre l’orizzonte, e noi siamo qui.

Come ti ho detto, sembra ieri. Ma il tempo, curiosamente, conserva quasi tutto, nei sensi…eppure la tua voce, così squillante che certe volte era così forte che quando chiamava sembrava un soprano nel suo acuto migliore, quella, col tempo, si affievolisce nei ricordi. 
Le parole, quelle non le scordo: specie le ultime.
Ma il suono della tua voce…beh, forse dovresti trovare il modo di farmi una telefonata…uno streaming via skype…un fonogramma via seduta spiritica, che so…
…scherzo, dai.

Così in questi giorni mi è girata una cosa per la testa.
Il difficile è stato trovare un mangianastri funzionante…Alla fine, l’ho dovuto comprare in un negozio vintage. 
Ho scovato qualche cassettina. KIM era incantato dal nastro, che non aveva mai visto dal vivo: su uno di quelli c’era la sua mamma a 4 anni che cantava “Goldrake” con il suo nonno alla chitarra e al controcanto.
Ed su uno di quelli, ho sentito la parte migliore di te.
Avevi vent’anni. E cantavi. Con papà e lo zio.
Fin da piccola quando ti ascoltavo cantare su quel nastro immaginavo a cosa pensavi, così spensierata.
D’altronde, hai cantato finché potevi.

Così, vedi, ho recuperato un altro “senso” di te.
Ho riascoltato la tua voce.
Ho cantato insieme al nastro.
E ho sorriso.
Perché sono sicura che riascoltandola,stasera, hai sorriso anche tu.


PER
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La madre che lavora (e che vuole realizzarsi nel lavoro)

Questa continua dicotomia interiore,
questa duplice polarità,
questa alternante sensazione di dovere incompiuto,
oggi nei confronti della famiglia,
domani nei confronti del lavoro,
questo è il fardello della madre lavoratrice.
Golda Meir, 1963 

 

… E’ sorprendente come le persone siano così sciocche da fare dichiarazioni “boomerang” e che è ovvio sollevino l’indignazione generale.
Nello specifico, non mi è simpatica la Meloni ma ovviamente sentirsi dire “faccia la mamma” indigna per forza tutte le donne, e non solo.
Sono di quelle che al sentire il “consiglio” rivolto alla Meloni più che altro non si è indignata, ma ha sorriso, amaramente rassegnata allo stereotipo italiano.
Forse è per questo che  molti stati, incluso il nostro, non hanno ancora avuto un presidente della repubblica donna.
Ho visto in TV  l’intervista di un sindaco donna che ha dichiarato come sia “normale” poter conciliare tutte le attività che una donna può e sa fare…

…Resta però un fatto.
Che ci sono donne e donne. Con contesti lavorativi differenti, reti sociali e familiari diversi, risorse economiche e umane differenti.
E questo, a mio parere, fa la differenza nella carriera di una donna.

Prima di avere mio figlio, arrivavo a lavoro mezz’ora prima e uscivo mezz’ora dopo. Non mi sono mai ammalata, ovvero: se non mi sentivo bene il mio fisico reagiva con “e che sarà!” e mi mettevo nel treno e andavo.
Lavoravo, studiavo, mi divertivo: questa era la mia vita.
Questa cosa ha fatto in modo che da interinale fossi assunta a tempo indeterminato col minimo contrattuale per la mansione grazie al genio di un certo Biagi  nonostante la laurea con lode (poi diventata una e mezza e tra poco praticamente doppia) che non essendo in ingegneria o giurisprudenza per la mia azienda è come se non la avessi.

Lasciando stare le vicende emotive e psicologiche, a trent’anni ho fatto errori adolescenziali con quello che allora era il mio “supervisore” che nel suo ruolo tutto era tranne integerrimo e che è il genitore biologico di mio figlio…
Fatto sta che ho scelto di essere madre “nonostante tutto”.
Nonostante non abbia una “famiglia del padre” né il padre di supporto.
Nonostante non abbia una rete familiare che riesca a darmi fattivamente una mano se non a spot. Nonostante non abbia uno stipendio tale che mi permetta di prendere una baby sitter e/o una casa in affitto vicino il lavoro.
Nonostante ogni cosa…la Vita.

Probabilmente, al di là delle reti sociali, se fossi sindaco lavorerei lo stesso tempo dell’impiegata e avrei il denaro per poter aver casa vicino il lavoro e/o la babysitter e per poter fare bene almeno due cose: affermarmi lavorativamente e fare la madre.
O se magari fossi ingegnere. O manager. Lavorerei lo stesso dodici-tredici ore fuori casa e sarei più serena a tenere mio figlio a casa quando magari è malato, o al ritorno dal doposcuola/inglese. O a portare mio figlio in palestra, invece di chiedere il permesso a lavoro per farlo…Tanti permessi da decidere, alla fine, di chiedere il part-time per evitare di pregare Dio di avere il dono dell’ubiquità e di non ammalarti perché quando ti ammali proprio non ce la fai, a fare tutto tu.

O se, magari, in Italia le aziende fossero più come quelle che hanno massima flessibilità lavorativa (e magari quando tuo figlio è malato puoi fare smart working, mansione permettendo, o è previsto un servizio di baby-sittering, come altre aziende europee), e magari puoi chiedere un giorno intero di permesso-mamma (non solo ore, che per chi lavora ed è pendolare non è certo vantaggioso) da poter recuperare con un giorno in più o spalmato su più giorni…

Se, magari.
Intendiamoci, alla mia azienda debbo tutto. Anche il figlio 🙂
E sono anche molto fortunata, perché la mia azienda ha in essere un “welfare“molto attivo ed in tensione al miglioramento continuo, con permessi e strategie varie per assentarsi giustificatamente.
Il problema è che, “giustamente” non c’è una misura delle aziende che, al netto della tua presenza, valuti la qualità del tuo lavoro e ti permetta l’evoluzione lavorativa. Non è così perché, semplicemente, la tua evoluzione lavorativa, titoli di studio, skills, capacità, pensiero divergente e potenzialità a parte, dipende dalla parola magica “quantità”.
Quanto tempo “scaldi la sedia” in sede. O meglio, devi starci quanto gli altri, a prescindere da come lavorano e da come lo fai tu. Solo da questo punto di partenza si misura e si valuta tutto il resto.
Mi riferisco a troppe aziende. Ad una mia carissima amica in tutt’altro contesto lavorativo, in via assolutamente “scherzosa” ed informale fu calorosamente consigliato di “aspettare un altro pò” prima di fare un figlio se voleva continuare la sua evoluzione lavorativa…Poi per fortuna, arrivata “in cima”, il figlio lo ha potuto fare.

Ma non sempre puoi scegliere quando, come e dove fare i figli.
Io non l’ho scelta, la fortuna più grande della mia vita…e  meno male!
E’ stata la prova “principe” che le cose belle nella Vita arrivano anche dal peggio.
E soprattutto quanto meno te l’aspetti.
Anche io speravo di “evolvere” lavorativamente … me l’avevano anche detto, le colleghe, “se fai un figlio è finita”…
…Beh, più o meno è vero.
E’ vero perché, effettivamente, non penso di avere più speranze di eventuali “passaggi” ad altre mansioni, orizzontali o verticali. Specie ora che ho scelto il part-time.
Ma sarebbe un problema se non avessi passioni e sogni.
Poiché ce li ho, penso che in Italia solo un “libero professionista” (come in modo spregiativo qualche collega mi ha apostrofato per i mortificanti ritardi e permessi che sono costretta a prendere per gestire il precario equilibrio vita-lavoro) possa permettersi di realizzarsi appieno lavorativamente e fare “tutto il resto”, (soprattutto la madre) al massimo.
Solo un libero professionista, quando il figlio di sei anni che ha  solo un genitore come riferimento, torna a casa con febbre a 39 e vomito e ti prega di restare con lui il giorno seguente, ti prega di non lavorare, può decidere di spostare tutto e non perdere soldi e professionalità, e fare la madre.

E’ per questo che non ho smesso mai di studiare, e non mi arrendo, nonostante l’età.
Per fare di mio figlio un bambino felice e della madre una donna realizzata.

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