Il tempo che abbiamo

Alice: “Per quanto tempo è per sempre?” Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

(Lewis Carrol)

L’altro giorno sono andata a fare dei controlli in ottica di prevenzione. Mentre attendevo il mio turno, ho notato alcuni volti bui. Attese per referti che ti cambiano la vita. Una persona aveva gli occhi lucidi, e la giovane figlia le teneva la mano in silenzio, sui divanetti di fronte ai miei.

Mi è venuta in mente mia madre, che ha pensato bene di fare una vita di guerra con me e poi, l’ultima settimana della sua vita, rendersene conto e scusarsi e stringersi a me…tanto da morirmi in braccio.

Dovevo fare altre cose quel giorno e tornare che sarebbe già stato buio a casa, mentre mio figlio doveva tornare dal doposcuola col pulmino. Ricordavo ancora il suo visino al mattino: mogio mogio, lui che ha problemi di risveglio, e con una faccia delusa quando gli ho detto che ci saremmo visti direttamente di sera. Mi aveva accompagnato tutto il giorno, quello sguardo. Così, mentre i miei occhi non si staccavano da quelle mani strette sul divanetto, ho realizzato quanto spesso ci dimentichiamo che questo tempo è un dono. Che per vivere senza angoscia pensiamo come se non dovessimo mai morire, ma così rischiamo di trovarcela addosso, la Morte, portando un carico di “se avessi saputo”…rimpianti vari più annichilenti del trapasso stesso, che rendono il tempo e la vita “passati”, non vissuti.

Quando ho finito sono andata in un negozio di giocattoli, ho preso due di quei cosi che a mio figlio piacevano, uno per me ed uno per lui, e mi sono presentata a doposcuola. La luce del suo sorriso, a vedermi a sorpresa lì, avrebbe potuto illuminare interamente la notte artica. Siamo andati a casa, e siamo andati a giocare con quei due aggeggi… a farci la guerra per gioco, nascosti dietro a fortini di sedie, mentre mi raccontava che era felice perché ora riusciva a finire i compiti in tempo. Il Sostegno, con persone competenti, fa veramente la differenza.

E così ecco, mi dico che non voglio aspettare che qualcuno mi dica che sto morendo per poter vivere il mio tempo il più possibile con chi amo.Bisognerebbe, almeno una volta al giorno, ricordarsi che dobbiamo morire e che non sappiamo quando. Forse riusciremmo a fare cose che ci danno un po’ più di gioia.

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Il mio pensiero,questa mattina

…Il mio pensiero questa mattina va ad un bambino che il 29 febbraio avrebbe compiuto nove anni…
…che invece è nato angelo e non bimbo, e che ci protegge dall’alto con le sue immense ali.

Cara mamma…

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto,
sento i tuoi passi esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
Fernando Pessoa

Cara mamma,
sono già passati 14 lunghi anni…ma certi giorni sembra ieri.
Non che morivi, ma che vivevi.
Così a volte ti scrivo sull’etere, invece che nella mia mente, perché spero forse che le “onde” possano bucare questa dimensione e divenire una foglia dorata, lieve tra le tue mani di luce, come un regalo…sai…a volte non basta il pensiero…
…Ultimamente ti sogno spesso…sarà per il momento molto molto difficile.
Penso che se ci fossi stata tu di problemi ne avremmo avuti la metà… specie KIM.
Ma le cose stanno così. Tu sei oltre l’orizzonte, e noi siamo qui.

Come ti ho detto, sembra ieri. Ma il tempo, curiosamente, conserva quasi tutto, nei sensi…eppure la tua voce, così squillante che certe volte era così forte che quando chiamava sembrava un soprano nel suo acuto migliore, quella, col tempo, si affievolisce nei ricordi. 
Le parole, quelle non le scordo: specie le ultime.
Ma il suono della tua voce…beh, forse dovresti trovare il modo di farmi una telefonata…uno streaming via skype…un fonogramma via seduta spiritica, che so…
…scherzo, dai.

Così in questi giorni mi è girata una cosa per la testa.
Il difficile è stato trovare un mangianastri funzionante…Alla fine, l’ho dovuto comprare in un negozio vintage. 
Ho scovato qualche cassettina. KIM era incantato dal nastro, che non aveva mai visto dal vivo: su uno di quelli c’era la sua mamma a 4 anni che cantava “Goldrake” con il suo nonno alla chitarra e al controcanto.
Ed su uno di quelli, ho sentito la parte migliore di te.
Avevi vent’anni. E cantavi. Con papà e lo zio.
Fin da piccola quando ti ascoltavo cantare su quel nastro immaginavo a cosa pensavi, così spensierata.
D’altronde, hai cantato finché potevi.

Così, vedi, ho recuperato un altro “senso” di te.
Ho riascoltato la tua voce.
Ho cantato insieme al nastro.
E ho sorriso.
Perché sono sicura che riascoltandola,stasera, hai sorriso anche tu.


PER
 ASCOLTARE LA CANZONE CLICCA QUI:  26gennaio2017

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Madre e figlio nel settimo autunno

La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro.
(Frank A. Clark)

…Questa mattina l’aria aveva un odore nuovo, di quelli che ti riportano a trent’anni indietro…quelli della terra di collina pesta di foglie colorate, umida e fresca, che ti resta dentro assieme ai mattini sempre meno luminosi, alle sgridate di mamma perché non ti alzi, alle corse al pulmino nel viale di ippocastani.
Ovviamente a mio figlio non poteva sfuggire l’odore della nuova stagione. Ne abbiamo parlato mentre andavamo a scuola, con un cielo stratificato, di azzurri e grigi, camminando mano nella mano.
Gli ho preso la cartella, me la sono messa sulle spalle con la mia borsa. Mi ha ringraziato, ma ha aggiunto che era preoccupato che tutto il peso fosse sulle mie spalle, mentre mi baciava la mano, ogni tanto: è il suo modo per farmi carezze.
Mi è venuto da pensare che è così, anche simbolicamente: tutto sulle mie spalle.
Gli ho detto sorridendo che non c’è problema, che ce la faccio, che quando sarò “vecchiarella” e non ce la farò sarà lui a portare le borse per me.
Lui mi ha dato un altro bacio sulla mano e mi ha detto che da grande si prenderà lui cura di me come io faccio con lui.

Nessun autunno è mai stato così mite.

Mentre camminiavamo, poi, mi  ha chiesto quanti anni avrà quando io sarò vecchia come il nonno.
Gli ho risposto che ne avrà quasi quanto me ora.
Mi ha poi chiesto come ho fatto io…senza la mamma.
Gli ho detto che avevo il papà…
Lui contrariato mi ha ribattuto che non è lo stesso. Che la mamma non è il papà. Che lui non saprebbe come fare…
Mi ha chiesto se mi sono sentita sola.
E’ difficile rispondere ad un bambino di sette anni riguardo una cosa del genere. Specie ad un bambino come mio figlio.

Ho baciato io la sua mano.
Gli ho detto che la mamma mi è mancata, ma non mi sono sentita sola perché sapevo che mi vuole bene ovunque ora lei sia,  e che avevo altre persone che mi volevano bene… poi è nato lui, la mamma sono diventata io, quindi sola non potevo proprio mai sentirmi.
Allora lui mi ha detto che non vuole che io muoia prima di diventare vecchia, come ha fatto mia madre.
Io gli ho risposto che ce la metterò tutta ma non dipende da noi, la vita come la morte…e che l’importante è che quando ami e sei amato non sei mai solo, anche se le persone non sono più vicino a te.
Il mio profondissimo bambino di sette anni a questo punto ha risposto che lo sa, che la vita e la morte non dipendono da noi…ma di preoccuparmi di me per fare in modo di non ammalarmi…che almeno questo lo potevo fare, per poter stare il più possibile con lui.
Tipo non farmi venire mal di schiena anche con la sua borsa.
A questo punto gli ho stretto la mano nel sole, e ho fatto una cosa che non faccio mai con lui: cambiare discorso.
“Visto che bello, il primo giorno di autunno?”
E lui mi guardava come un saggio, mentre io guardavo il cielo per non piangere.

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Note (e memorie) di viaggio – part 3-

Una volta che sei stato dentro un terremoto, anche se sopravvivi senza un graffio, sai che esso, come un colpo al cuore, rimane in seno alla terra, nella sua orribile potenzialità, sempre pronto a tornare e colpire di nuovo, con una forza ancora più devastante.
(Salman Rushdie)

-24 agosto-
…Mi sveglio in Romagna nel cuore della notte. Un rumore, la TV dimenticata.
Vado in bagno.
Bevo un sorso d’acqua, mi rimetto a letto, gli altri dormono come sassi, incluso il mio bimbo a me di fianco.
Mentre tra veglia e sonno immagini si rincorrono, improvvisamente il letto in tutta la sua lunghezza comincia a tremare per un tempo che a me è sembrato eterno.
Le travi in legno scricchiolano.
Alzo la testa, ascolto rumori: praticamente sono l’unica che se ne è accorta. Nessuno ha sentito niente in casa. Dormono.
Lampadari non ce ne sono…non posso verificare l’eco di qualche oscillazione.
Per una come me che ha vissuto piccolissima il sisma del Friuli e -abbastanza grande dopo da non poter dimenticare – quello dell’Irpinia, il terremoto è come l’eterno nemico. E più lo conosci, più hai speranze di sopravvivergli.
Lo riconosci subito.
Lo pesi.
Valuti che fare.
Se qualcosa si può fare.
Ovvero fuggire…o ripararsi.
La mia parte razionale ha lavorato meglio di quella limbica, per una volta.
Mi sono detta che ero in Romagna da due giorni e che quel tremore poteva essere qualsiasi cosa; mi sono detta che se fosse stato un terremoto non era comunque così forte; mi sono detta che la casa era bassissima -solo un piano- e di recente costruzione, dalle solide travi in legno…e che difficilmente sarebbe crollata.
Tendo l’orecchio ancora un poco, il mio corpo ancora teso.
Niente.
Non succede più niente.
Mi risolvo a dormire…che al mattino altra giornata campale coi bimbi.
E col sole il ricordo del tremore notturno è quasi svanito.
Per caso leggo un post…solo per caso.
#Terremoto
Comincio a cercare l’ora. L’ epicentro.
Mi viene in mente l’ora sul telefono quando mi sono rimessa a letto: tre e venti.
Resto basita.
Tante cose mi passano per la mente.
Anche tanti ricordi. Come ogni volta sento di un terremoto.
Ricordi di eventi che a 5 anni erano difficili da elaborare.
Mi ricordo -la seconda volta in sei giorni, i giorni delle mie vacanze: l’ultima il 18 agosto, quando ho saputo si una ventitreenne morta dello stesso LNH di mia madre- che la vita può cambiare in ogni momento.
Che è un soffio.
E che non va sprecata, per quanto possibile.
Mio figlio non si è accorto di niente. Io alla sua eta’, dopo il terremoto dell’80, avevo gia’ dentro un senso di precarietà che derivava da chi si era già incontrato con l’Ineluttabile.
E ho lasciato non si accorgesse di niente.
C’è stata una giornata campale nel mondo delle fiabe.
Mentre bimbi la notte scorsa sono rimasti a dormire per sempre sotto le macerie per un terremoto…Mentre bimbi muoiono sotto le macerie ogni giorno in guerre senza senso, o in mare per non morire sotto le macerie.
Noi abbiamo fatto la nostra giornata campale nel mondo delle fiabe.
Perché la Vita è questo. Un continuo rincorrersi di dolore e speranza.
Cerchiamo di proteggere i nostri figli ma non dipende tutto da noi.
L’ Ineluttabile ci colpisce quando meno ce lo aspettiamo, e l’unica arma che abbiamo contro la disperazione, oltre alla fede, è la speranza, speranza che in certi casi veramente non si sa da dove prenderla.
A quel punto c’è la solidarietà, la carità intesa come amore del prossimo, che spesso ci aiuta a non soccombere.
Nutrire la speranza insegna anche l’importanza della solidarietà e della carità.
Ci saranno sempre altri terremoti ed altri crolli.
Quello che ci fa andare avanti sono questi sentimenti…la religione le chiama “virtù”…dare il meglio di sé…e non solo per sé, ma anche per gli altri.
Finché si è vivi.

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Seppellire due volte

“La tomba è un monumento posto al confine tra due mondi.”
(Jacques-Henri Bernardin De Saint-Pierre)

…per capire di cosa sto parlando dovete leggere questo eccezionale articolo di paleopatologia.it , in particolare al punto 2.2:

Doppia sepoltura: esperienza popolare della morte nella Napoli contemporanea

…Avevo saltato la ricognizione, nel 2010, in un freddo giorno di gennaio, gravido di pioggia.
Avevo un bambino di pochi mesi e cercavo di tenere a bada sconforto e depressione dovuti al fatto di dover crescere un bambino da sola.
O forse, semplicemente, non ero ancora pronta.
L’elaborazione del lutto è un processo lungo e doloroso. Ed era stato riattivato, allora, dalla perdita dell’ “amore della vita”.

Sono passati sei anni.
Tre giorni prima mi hanno comunicano la riesumazione.
Fino all’ultimo mi sono chiesta se fossi pronta a rivivere e poi a lasciare andare quel carico di immagini e di emozioni.
Quel dolore che prima e’ sordo e poi diviene sottile e sotterraneo…e che col tempo diventa caro ricordo.
Le sue istruzioni per le esequie.
La sua morte tra le mie braccia.
La veglia.
Il canto che desiderava e la sepoltura.
E i giorni a venire, tutti quelli senza mia madre, che diventano poi anche senza la nonna di mio figlio.

Mi hanno aiutato a capire che fare Lucia e Annarita.
E il ricordo delle parole di quella mamma che aveva la quinta elementare, ma così curiosa ed intelligente che mi dico che ho preso tutto da lei. Che senza avere lauree in antropologia culturale o psicologia, un giorno mi disse che doveva esserci, per suo padre, che anche se ne aveva dolore per rivederlo in quello stato “mortifero” di teschi ed ossa da raccogliere in una scatolina doveva farlo: altrimenti, nel suo cuore, non sarebbe mai riuscita a seppellirlo veramente.
E su questa frase (e sul rituale in genere, comune solo ad alcune parti di Italia ed Europa) Freud ci avrebbe scritto un trattato.

Così, in una meravigliosa giornata di maggio, con farfalle, pratoline e papaveri al vento, ho potuto rivivere tutti questi tredici anni…e lasciare andare il residuo dolore. Lasciarlo fluire nella consapevolezza che al suo posto ondeggiano come le spighe al sole l’amore e il ricordo.
E ho imparato che non bisogna avere paura delle proprie emozioni, anche quando hai il terrore che non riuscirai a gestirle…fuggire non serve, decidere di accoglierle ti arricchisce e ti trasforma in una persona migliore.

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Nascesti che già dormivi

Nascesti che già dormivi,
otto anni fa,
un tempo lungo e breve
per quelle stanze del cuore
orfane
della luce dei tuoi occhi,
dell’eco delle tue risate,
e delle tue corse.
Nascesti che già dormivi,
la tua anima rimasta in volo,
il blocco parto
in devastante silenzio…
le lacrime di tua madre
cadevano senza fare rumore.
Ancora oggi
manchi alla zia,
al cuginetto
senza un compagno di giochi,
da otto anni,
tu che nascesti che già dormivi,
con piccoli pugni
rimasti chiusi,
che mai strinsero la mia mano.

angelo 29feb2016

 

Della morte, dell’ amore

La vita è una ciliegia
Lmorte il suo nòcciolo 
L’amore il ciliegio.
(Jacques Prévert)

Cose che capitano lo stesso giorno.

Inizio giornata.
Una cliente a telefono: “scusa se prima tu ho liquidato in malo modo…ma volevo evitare di dirti cosa stessi facendo…non volevo suggestionarti negativamente…”
Non so perché (anzi, forse lo so) ma il mio pensiero è volato subito a cimiteri e a riesumazione dei resti.
“Ma si figuri, signora, nessun problema…. Tanto eccoci qua…Ma ora, mi perdoni, per mera curiosità… Le è possibile condividere quello che stesse facendo?”
“Oh…beh…ehm..e’ che stavo lavorando…sono un’ anatomopatologa…ero nel mezzo di un’autopsia , all’ obitorio”
“Ah beh, signora, e che problema c’è… Penso che la Sua specializzazione Le piaccia, e che comprenda anche questo delicato lavoro…”
La signora è un po’ basita dalla mia flemmatica reazione. Non sa che sono appassionata di crime e che sono un filosofo, abituata a pensare la morte.
“Si…amo il mio lavoro…”
“Benissimo signora…questo conta sopra ogni cosa”.
E siamo andati avanti.

Fine giornata.
Dopo tredici ore fuori casa, sempre di corsa, siamo io e mio figlio lavati, pigiamati e a letto.
Mi toccano due fiabe.
Tanto per impararle meglio a memoria, Hansel e Gretel e Cappuccetto Rosso.
Mio figlio non le sceglie mai a caso, è un inconsapevole psicanalista in erba.
Hanno in comune il bosco. La paura della morte divorante. Il perdersi/esser lasciati soli.
Alla fine della seconda fiaba, mi dice:
“Mamma, posso chiederti una cosa?”
“Dimmi amore”
“Ma tu…mi abbandoneresti mai?”
Ho risposto di getto, sorridendo e prendendogli le mani. Non ho usato ipotetici o “ma secondo te…ma che ti viene in mente…”
Gli ho semplicemente detto ” Certo che no amore. Tu sei il mio Amore, la cosa più importante del mondo, sei il mio unico tesoro che mi tengo stretto” e me lo sono abbracciato…e lui mi ha stretto forte.
È stato in quel momento che ho pregato che avessimo fortuna.
Ho pensato ai miei 28 anni e mia madre morta tra le mie braccia, alla fortuna rispetto a tutti quei bambini che perdono i genitori troppo presto…e a quelli che ce li hanno, ma in modo formale o informale li hanno abbandonati.
La più annichilente, ancestrale angoscia. L’ abbandono, che vuol dire divorante distruzione.

Questa mattina mio figlio si è svegliato sorridente.
“Sai mamma, ho fatto un sogno…visitavamo le misteriose piramidi, piene di cunicoli e passaggi segreti…c’erano anche le mummie!”
E non ha avuto paura.

Potenza delle fiabe. E dell’amore.

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Published in: on 5 febbraio 2016 at 11:46 AM  Lascia un commento  
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Una candelina sulla torta di Dio

La Vita è un soffio ad una candelina sulla torta di Dio.
Dovremmo tutti vivere in po’ di più, e amare un po’ di più, come se domani non potessimo più abbracciare un’anima amata o il nostro respiro.
Ce lo dimentichiamo troppo spesso.

Si muore.
All’improvviso.
Ad ogni età.

Fa male dimenticarlo.
Domani il dolore per una carezza in meno a chi ci ha lasciati senza preavviso potrebbe seppellirci vivi.