29 luglio 2017

Alcuni dicono che la felicità bisogna cercarla lontano; altri dicono che dimora vicino, nella casa; ma la felicità perfetta è nella culla di un bimbo.
(Proverbio cinese)

​…Nessuno può prepararti veramente alla rivoluzione che porta un bambino nella tua vita. È come la creazione: prima il nulla, poi il Big Bang.

Fiat lux. 

E luce fu. 

Negli occhi di un bambino. 

Dopo, nulla è come prima.

E non c’è un settimo giorno, dove ci si può riposare…eppure ogni giorno è domenica. Perché il filtro è quello sguardo curioso e arcobaleno sul mondo. 

Dove tutto è possibile.

Dove anche una casa vecchia e in disordine è una grande avventura, quel labirinto o quella “villa villana” infestata di spettri curiosi.

E anche quando ti senti Noè sull’arca, dove non sai proprio se stai facendo giusto…quello sguardo è come la colomba con l’ulivo tra il becco: fai pace con Dio e con il mondo. 

E ti senti benedetto.

Rinasco ad ogni tuo compleanno, e grazie a te non mi pento degli errori.

Perché l’Amore porta sempre frutto. Perché il tuo amore è la mia casa.

Annunci

Sogni di sogni

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, passerà la sua vita a credere di essere stupido.
(Albert Einstein)



​Mercoledì la manifestazione finale del taekwondo. Oggi la pagella. Andrà in terza elementare con tutti 8 e 9 nelle materie che dicono tutto di lui: musica, educazione fisica, tecnologia.
Chi mi conosce sa che dei voti me ne cale nulla: a me interessa la felicità del mio bimbo. E la conocenza non passa per un voto. I ragazzi dovrebbero capire che non sono il voto che prendono, il quale e’ sottoposto ad innumerevoli variabili.  Ad esempio il mio voto di diploma, basso esclusivamente per i capricci di due insegnanti incapaci, è stato compensato dal 110elode della prima di due lauree.

Dicevo: a me i voti non interessano… ma i suoi li ho fatti leggere a lui, e per la prima volta l’ho visto consapevole che la sua “pazienza” ed il suo impegno lo hanno premiato. E contento.

Quando siamo andati andati a prendere la pagella, gli ho chiesto”sei contento almeno per oggi di tornare a scuola?” Il suo secco e deciso “NO!” mi ha fatto ridere di cuore.

Io ho sempre amato la scuola. Ma per lui è cominciata in salita: spero solo che la sua passione per i computer e per la tecnologia lo porti a cambiare idea sull’importanza dello studio.

Oggi, forse per la prima volta, ha espresso compiutamente un “da grande farò…” Lui vuole creare giochi al computer. “Voglio usare la mia grande fantasia” ha detto.

Lo dissi anche io, una volta. Avevo dieci anni, ed incontrai il commodore 64 e il Basic. Poi al liceo incontrai Kant e Freud e cambiai miei piani.

Ora quello che creo sono soluzioni. E creo sogni per mio figlio. Mi manca solo di poter aiutare anche gli altri a creare soluzioni e sogni. Allora potrò dire di essere riuscita a fare quello che volevo fare da grande.

E spero di poter aiutare mio figlio a fare altrettanto.

Cose che ho imparato in 42 anni (ma a portare i tacchi no)

​Cose che ho imparato in 42 anni:

1) che ogni giorno è un dono;

2) che Michelangelo ha fatto una faticaccia a modellare il marmo per quei capolavori (me ne sono accorta quando, scalpellino e martello alla mano, ho dovuto rimodellare il marmo sulla finestra) e secondo me era un dio;

3) che nell’era 2.0, 3.0 etc. basta un tutorial su Utube e puoi da sola stuccare pareti e legno, dipingere pareti e legno…peccato  che poi sempre a te tocca pulire il pavimento…

4) che da’ più soddisfazione una porta pitturata o un pavimento lucidato da te che un 30 e lode;

5) che troppo spesso la gente preferisce la ruffianeria alla genuinità, forse per l’incapacità di mettersi in discussione o di costruire legami reali;

6) che un conto è tirare avanti ed un conto è non arrendersi. Perché ci sono momenti che proprio non sai come andare avanti.Ma non ti arrendi.

7) che no, non li riuscirò mai a portare i tacchi. Il massimo è 5 cm e a blocco,  belli larghi. Forse perché sono sempre di corsa. Forse perché mi piace poter saltare gli ostacoli, non farmi fermare da una storta. E mi piace camminare per chilometri a piedi.Forse perché mi piace guidare l’auto, e il traffico non mi stressa.Forse perché con unghie lunghe e tacchi alti non si può suonare la chitarra e poter ballicchiare sulle scarpe camminando con la cuffia nelle orecchie. 

Forse perché non posso improvvisare una partita di calcio con un sasso con mio figlio…

…Mio figlio che è la lezione più importante di questa vita. Innanzitutto d’Amore. Poi di tante altre cose. Per esempio per la lotta per l’inclusione.

?) tante cose ancora da imparare…

Il mio pensiero,questa mattina

…Il mio pensiero questa mattina va ad un bambino che il 29 febbraio avrebbe compiuto nove anni…
…che invece è nato angelo e non bimbo, e che ci protegge dall’alto con le sue immense ali.

Cara mamma…

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto,
sento i tuoi passi esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
Fernando Pessoa

Cara mamma,
sono già passati 14 lunghi anni…ma certi giorni sembra ieri.
Non che morivi, ma che vivevi.
Così a volte ti scrivo sull’etere, invece che nella mia mente, perché spero forse che le “onde” possano bucare questa dimensione e divenire una foglia dorata, lieve tra le tue mani di luce, come un regalo…sai…a volte non basta il pensiero…
…Ultimamente ti sogno spesso…sarà per il momento molto molto difficile.
Penso che se ci fossi stata tu di problemi ne avremmo avuti la metà… specie KIM.
Ma le cose stanno così. Tu sei oltre l’orizzonte, e noi siamo qui.

Come ti ho detto, sembra ieri. Ma il tempo, curiosamente, conserva quasi tutto, nei sensi…eppure la tua voce, così squillante che certe volte era così forte che quando chiamava sembrava un soprano nel suo acuto migliore, quella, col tempo, si affievolisce nei ricordi. 
Le parole, quelle non le scordo: specie le ultime.
Ma il suono della tua voce…beh, forse dovresti trovare il modo di farmi una telefonata…uno streaming via skype…un fonogramma via seduta spiritica, che so…
…scherzo, dai.

Così in questi giorni mi è girata una cosa per la testa.
Il difficile è stato trovare un mangianastri funzionante…Alla fine, l’ho dovuto comprare in un negozio vintage. 
Ho scovato qualche cassettina. KIM era incantato dal nastro, che non aveva mai visto dal vivo: su uno di quelli c’era la sua mamma a 4 anni che cantava “Goldrake” con il suo nonno alla chitarra e al controcanto.
Ed su uno di quelli, ho sentito la parte migliore di te.
Avevi vent’anni. E cantavi. Con papà e lo zio.
Fin da piccola quando ti ascoltavo cantare su quel nastro immaginavo a cosa pensavi, così spensierata.
D’altronde, hai cantato finché potevi.

Così, vedi, ho recuperato un altro “senso” di te.
Ho riascoltato la tua voce.
Ho cantato insieme al nastro.
E ho sorriso.
Perché sono sicura che riascoltandola,stasera, hai sorriso anche tu.


PER
 ASCOLTARE LA CANZONE CLICCA QUI:  26gennaio2017

20170125_223802

Madre e figlio nel settimo autunno

La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro.
(Frank A. Clark)

…Questa mattina l’aria aveva un odore nuovo, di quelli che ti riportano a trent’anni indietro…quelli della terra di collina pesta di foglie colorate, umida e fresca, che ti resta dentro assieme ai mattini sempre meno luminosi, alle sgridate di mamma perché non ti alzi, alle corse al pulmino nel viale di ippocastani.
Ovviamente a mio figlio non poteva sfuggire l’odore della nuova stagione. Ne abbiamo parlato mentre andavamo a scuola, con un cielo stratificato, di azzurri e grigi, camminando mano nella mano.
Gli ho preso la cartella, me la sono messa sulle spalle con la mia borsa. Mi ha ringraziato, ma ha aggiunto che era preoccupato che tutto il peso fosse sulle mie spalle, mentre mi baciava la mano, ogni tanto: è il suo modo per farmi carezze.
Mi è venuto da pensare che è così, anche simbolicamente: tutto sulle mie spalle.
Gli ho detto sorridendo che non c’è problema, che ce la faccio, che quando sarò “vecchiarella” e non ce la farò sarà lui a portare le borse per me.
Lui mi ha dato un altro bacio sulla mano e mi ha detto che da grande si prenderà lui cura di me come io faccio con lui.

Nessun autunno è mai stato così mite.

Mentre camminiavamo, poi, mi  ha chiesto quanti anni avrà quando io sarò vecchia come il nonno.
Gli ho risposto che ne avrà quasi quanto me ora.
Mi ha poi chiesto come ho fatto io…senza la mamma.
Gli ho detto che avevo il papà…
Lui contrariato mi ha ribattuto che non è lo stesso. Che la mamma non è il papà. Che lui non saprebbe come fare…
Mi ha chiesto se mi sono sentita sola.
E’ difficile rispondere ad un bambino di sette anni riguardo una cosa del genere. Specie ad un bambino come mio figlio.

Ho baciato io la sua mano.
Gli ho detto che la mamma mi è mancata, ma non mi sono sentita sola perché sapevo che mi vuole bene ovunque ora lei sia,  e che avevo altre persone che mi volevano bene… poi è nato lui, la mamma sono diventata io, quindi sola non potevo proprio mai sentirmi.
Allora lui mi ha detto che non vuole che io muoia prima di diventare vecchia, come ha fatto mia madre.
Io gli ho risposto che ce la metterò tutta ma non dipende da noi, la vita come la morte…e che l’importante è che quando ami e sei amato non sei mai solo, anche se le persone non sono più vicino a te.
Il mio profondissimo bambino di sette anni a questo punto ha risposto che lo sa, che la vita e la morte non dipendono da noi…ma di preoccuparmi di me per fare in modo di non ammalarmi…che almeno questo lo potevo fare, per poter stare il più possibile con lui.
Tipo non farmi venire mal di schiena anche con la sua borsa.
A questo punto gli ho stretto la mano nel sole, e ho fatto una cosa che non faccio mai con lui: cambiare discorso.
“Visto che bello, il primo giorno di autunno?”
E lui mi guardava come un saggio, mentre io guardavo il cielo per non piangere.

image

Note ( e memorie) di viaggio -part 6-

-28 Agosto-

…I commiati sono sempre dolorosi. Ma si deve trovare sempre il lato positivo: in questo caso, due persone conosciute per caso su un gruppo online di supporto che per caso hanno organizzato di fare alcuni giorni insieme con i propri bimbi, si sono “innamorate” e, come se si conoscessero da sempre, sono legate più che mai.

Ho trovato questo passo di Gibran, stamattina, che ha addolcito la mia tristezza:

“L’amico è il vostro bisogno corrisposto. E’ il campo che seminate con amore e mietete rendendo grazie. E’ la vostra mensa e il vostro focolare; perché a lui giungete affamati e in cerca di pace. Quando l’amico vi dice quel che pensa, non abbiate timore di dire il no, o il sì, che sono nella vostra mente. E quand’è silenzioso, il vostro cuore non cessi di ascoltare il suo cuore; giacché nell’amicizia, senza parlare, tutti i pensieri e desideri e aspettative nascono e vengono condivisi con gioia non acclamata. Quando lasciate l’amico non rattristatevi; perché ciò che di più amate il lui può sembrarvi più chiaro durante la sua assenza, come la montagna allo scalatore appare più nitida dal piano. E fate che nell’amicizia non vi sia altro fine, se non l’approfondimento dello spirito. E che il meglio di voi sia per l’amico vostro. S’egli deve conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca pure il flusso. Poiché che amico è mai il vostro che lo dobbiate cercare nelle ore d’ammazzare? Cercatelo sempre nelle ore da vivere. Giacché è il suo bisogno a colmare il vostro bisogno, ma non il vostro vuoto. E nella dolcezza dell’amicizia fate che vi siano risate e piaceri condivisi. Perché è nella rugiada delle piccole cose che il cuore trova il suo mattino e si ristora.”

Quando non hai nostalgia della tua terra pur essendo lontana, allora vuol dire che ti senti veramente a casa.
La mia casa è stata il cuore  e l’abbraccio di Samantha in questi giorni, dove ora io e il mio bimbo lasciamo un pezzettino di noi.

image

Note (e memorie) di viaggio – part 3-

Una volta che sei stato dentro un terremoto, anche se sopravvivi senza un graffio, sai che esso, come un colpo al cuore, rimane in seno alla terra, nella sua orribile potenzialità, sempre pronto a tornare e colpire di nuovo, con una forza ancora più devastante.
(Salman Rushdie)

-24 agosto-
…Mi sveglio in Romagna nel cuore della notte. Un rumore, la TV dimenticata.
Vado in bagno.
Bevo un sorso d’acqua, mi rimetto a letto, gli altri dormono come sassi, incluso il mio bimbo a me di fianco.
Mentre tra veglia e sonno immagini si rincorrono, improvvisamente il letto in tutta la sua lunghezza comincia a tremare per un tempo che a me è sembrato eterno.
Le travi in legno scricchiolano.
Alzo la testa, ascolto rumori: praticamente sono l’unica che se ne è accorta. Nessuno ha sentito niente in casa. Dormono.
Lampadari non ce ne sono…non posso verificare l’eco di qualche oscillazione.
Per una come me che ha vissuto piccolissima il sisma del Friuli e -abbastanza grande dopo da non poter dimenticare – quello dell’Irpinia, il terremoto è come l’eterno nemico. E più lo conosci, più hai speranze di sopravvivergli.
Lo riconosci subito.
Lo pesi.
Valuti che fare.
Se qualcosa si può fare.
Ovvero fuggire…o ripararsi.
La mia parte razionale ha lavorato meglio di quella limbica, per una volta.
Mi sono detta che ero in Romagna da due giorni e che quel tremore poteva essere qualsiasi cosa; mi sono detta che se fosse stato un terremoto non era comunque così forte; mi sono detta che la casa era bassissima -solo un piano- e di recente costruzione, dalle solide travi in legno…e che difficilmente sarebbe crollata.
Tendo l’orecchio ancora un poco, il mio corpo ancora teso.
Niente.
Non succede più niente.
Mi risolvo a dormire…che al mattino altra giornata campale coi bimbi.
E col sole il ricordo del tremore notturno è quasi svanito.
Per caso leggo un post…solo per caso.
#Terremoto
Comincio a cercare l’ora. L’ epicentro.
Mi viene in mente l’ora sul telefono quando mi sono rimessa a letto: tre e venti.
Resto basita.
Tante cose mi passano per la mente.
Anche tanti ricordi. Come ogni volta sento di un terremoto.
Ricordi di eventi che a 5 anni erano difficili da elaborare.
Mi ricordo -la seconda volta in sei giorni, i giorni delle mie vacanze: l’ultima il 18 agosto, quando ho saputo si una ventitreenne morta dello stesso LNH di mia madre- che la vita può cambiare in ogni momento.
Che è un soffio.
E che non va sprecata, per quanto possibile.
Mio figlio non si è accorto di niente. Io alla sua eta’, dopo il terremoto dell’80, avevo gia’ dentro un senso di precarietà che derivava da chi si era già incontrato con l’Ineluttabile.
E ho lasciato non si accorgesse di niente.
C’è stata una giornata campale nel mondo delle fiabe.
Mentre bimbi la notte scorsa sono rimasti a dormire per sempre sotto le macerie per un terremoto…Mentre bimbi muoiono sotto le macerie ogni giorno in guerre senza senso, o in mare per non morire sotto le macerie.
Noi abbiamo fatto la nostra giornata campale nel mondo delle fiabe.
Perché la Vita è questo. Un continuo rincorrersi di dolore e speranza.
Cerchiamo di proteggere i nostri figli ma non dipende tutto da noi.
L’ Ineluttabile ci colpisce quando meno ce lo aspettiamo, e l’unica arma che abbiamo contro la disperazione, oltre alla fede, è la speranza, speranza che in certi casi veramente non si sa da dove prenderla.
A quel punto c’è la solidarietà, la carità intesa come amore del prossimo, che spesso ci aiuta a non soccombere.
Nutrire la speranza insegna anche l’importanza della solidarietà e della carità.
Ci saranno sempre altri terremoti ed altri crolli.
Quello che ci fa andare avanti sono questi sentimenti…la religione le chiama “virtù”…dare il meglio di sé…e non solo per sé, ma anche per gli altri.
Finché si è vivi.

image

Anniversari da festeggiare

…Conta
i passi che hai fatto
l’amore che hai dato
la sete che hai spento
e ricambia
i baci che hai preso
e a volte rubato
cosciente o distratto…
lascia
indietro un errore, uno sbaglio d’amore
ce l’hai sulla pelle
Pensa
che da ogni ferita c’è Luce che entra…
(L. Fragola)

…Partiamo da una differenza fondamentale.  La differenza tra un uomo della malavita ed uno psicopatico omicida.
Sono entrambi assassini seriali.
Ma il primo sceglie di esserlo, consapevolmente e a suo tornaconto, il secondo ha invece un funzionamento psichico tale da essere incapace di fare altro.
Ecco. La differenza serve per capire come, a distanza di un anno, io mi trovi a poter dire che perdere una persona che aveva il funzionamento emotivo di un uomo della malavita è stata la mia salvezza.

Ovviamente, sulle prime, quando ti trapassano quasi a morte e ti lasciano a terra in un lago di sangue (per usare una metafora a tema) non la pensi certo così. Il mondo finisce li’.
Il buio.
Poi però c’è chi ti raccoglie.
L’ Amore lo vedi lì, in chi to raccoglie a pezzi da terra e ti aiuta a ricomporti…non in quello che credevi perduto…perché là avevi perso solo una cosa: il Tempo.
Non l’Amore.
Tempo prezioso con un malavitoso emotivo.
(Che gli altri non riconoscono a meno che non sono per necessità costretti a guardare nell’Abisso che ha dentro…vedono solo chi, alla stregua dei malavitosi reali, “fa del bene”e porta il santo in processione. Mica riconoscono il killer spietato…)

“…E nemmeno un secondo può andare sprecato…La vita passa troppo in fretta, e va’…”

E ti dici, per la prima volta in 41 anni,  che tornando indietro non sprecheresti due anni. Nossignore.
Ma due mesi si.
Il tempo di conoscere due bambini speciali e tante persone preziose (come Susy e i suoi, Giusy e la sua grande e bella famiglia, Luigi, Mariangela e tanti altri…anche fuori regione) che hanno arricchito ed arricchiscono la mia esistenza.
E la’ ti dici che è vero, che anche dal letame nascono i fiori…
…Questi 12 mesi sono stati importanti.
Importanti per rinascere, per scegliere chi essere. E per imparare a non tradire mai più il proprio intuito: rileggendo lettere e diari dell’epoca mi sono resa conto che ci aveva visto giusto tempo fa, purtroppo, ma scelsi di ignorare il mio impareggiabile intuito forse per un’ autostima ancora troppo traballante.
Ora ” non mi perdo neanche un giorno” per dirla con le parole della canzone che apre questo post.

La lezione è proprio quella: da ogni ferita c’è Luce che entra.

E la Luce crea prospettive nuove ed entusiasmanti per la propria esistenza.☺

                      Luce che entra

La madre che lavora (e che vuole realizzarsi nel lavoro)

Questa continua dicotomia interiore,
questa duplice polarità,
questa alternante sensazione di dovere incompiuto,
oggi nei confronti della famiglia,
domani nei confronti del lavoro,
questo è il fardello della madre lavoratrice.
Golda Meir, 1963 

 

… E’ sorprendente come le persone siano così sciocche da fare dichiarazioni “boomerang” e che è ovvio sollevino l’indignazione generale.
Nello specifico, non mi è simpatica la Meloni ma ovviamente sentirsi dire “faccia la mamma” indigna per forza tutte le donne, e non solo.
Sono di quelle che al sentire il “consiglio” rivolto alla Meloni più che altro non si è indignata, ma ha sorriso, amaramente rassegnata allo stereotipo italiano.
Forse è per questo che  molti stati, incluso il nostro, non hanno ancora avuto un presidente della repubblica donna.
Ho visto in TV  l’intervista di un sindaco donna che ha dichiarato come sia “normale” poter conciliare tutte le attività che una donna può e sa fare…

…Resta però un fatto.
Che ci sono donne e donne. Con contesti lavorativi differenti, reti sociali e familiari diversi, risorse economiche e umane differenti.
E questo, a mio parere, fa la differenza nella carriera di una donna.

Prima di avere mio figlio, arrivavo a lavoro mezz’ora prima e uscivo mezz’ora dopo. Non mi sono mai ammalata, ovvero: se non mi sentivo bene il mio fisico reagiva con “e che sarà!” e mi mettevo nel treno e andavo.
Lavoravo, studiavo, mi divertivo: questa era la mia vita.
Questa cosa ha fatto in modo che da interinale fossi assunta a tempo indeterminato col minimo contrattuale per la mansione grazie al genio di un certo Biagi  nonostante la laurea con lode (poi diventata una e mezza e tra poco praticamente doppia) che non essendo in ingegneria o giurisprudenza per la mia azienda è come se non la avessi.

Lasciando stare le vicende emotive e psicologiche, a trent’anni ho fatto errori adolescenziali con quello che allora era il mio “supervisore” che nel suo ruolo tutto era tranne integerrimo e che è il genitore biologico di mio figlio…
Fatto sta che ho scelto di essere madre “nonostante tutto”.
Nonostante non abbia una “famiglia del padre” né il padre di supporto.
Nonostante non abbia una rete familiare che riesca a darmi fattivamente una mano se non a spot. Nonostante non abbia uno stipendio tale che mi permetta di prendere una baby sitter e/o una casa in affitto vicino il lavoro.
Nonostante ogni cosa…la Vita.

Probabilmente, al di là delle reti sociali, se fossi sindaco lavorerei lo stesso tempo dell’impiegata e avrei il denaro per poter aver casa vicino il lavoro e/o la babysitter e per poter fare bene almeno due cose: affermarmi lavorativamente e fare la madre.
O se magari fossi ingegnere. O manager. Lavorerei lo stesso dodici-tredici ore fuori casa e sarei più serena a tenere mio figlio a casa quando magari è malato, o al ritorno dal doposcuola/inglese. O a portare mio figlio in palestra, invece di chiedere il permesso a lavoro per farlo…Tanti permessi da decidere, alla fine, di chiedere il part-time per evitare di pregare Dio di avere il dono dell’ubiquità e di non ammalarti perché quando ti ammali proprio non ce la fai, a fare tutto tu.

O se, magari, in Italia le aziende fossero più come quelle che hanno massima flessibilità lavorativa (e magari quando tuo figlio è malato puoi fare smart working, mansione permettendo, o è previsto un servizio di baby-sittering, come altre aziende europee), e magari puoi chiedere un giorno intero di permesso-mamma (non solo ore, che per chi lavora ed è pendolare non è certo vantaggioso) da poter recuperare con un giorno in più o spalmato su più giorni…

Se, magari.
Intendiamoci, alla mia azienda debbo tutto. Anche il figlio 🙂
E sono anche molto fortunata, perché la mia azienda ha in essere un “welfare“molto attivo ed in tensione al miglioramento continuo, con permessi e strategie varie per assentarsi giustificatamente.
Il problema è che, “giustamente” non c’è una misura delle aziende che, al netto della tua presenza, valuti la qualità del tuo lavoro e ti permetta l’evoluzione lavorativa. Non è così perché, semplicemente, la tua evoluzione lavorativa, titoli di studio, skills, capacità, pensiero divergente e potenzialità a parte, dipende dalla parola magica “quantità”.
Quanto tempo “scaldi la sedia” in sede. O meglio, devi starci quanto gli altri, a prescindere da come lavorano e da come lo fai tu. Solo da questo punto di partenza si misura e si valuta tutto il resto.
Mi riferisco a troppe aziende. Ad una mia carissima amica in tutt’altro contesto lavorativo, in via assolutamente “scherzosa” ed informale fu calorosamente consigliato di “aspettare un altro pò” prima di fare un figlio se voleva continuare la sua evoluzione lavorativa…Poi per fortuna, arrivata “in cima”, il figlio lo ha potuto fare.

Ma non sempre puoi scegliere quando, come e dove fare i figli.
Io non l’ho scelta, la fortuna più grande della mia vita…e  meno male!
E’ stata la prova “principe” che le cose belle nella Vita arrivano anche dal peggio.
E soprattutto quanto meno te l’aspetti.
Anche io speravo di “evolvere” lavorativamente … me l’avevano anche detto, le colleghe, “se fai un figlio è finita”…
…Beh, più o meno è vero.
E’ vero perché, effettivamente, non penso di avere più speranze di eventuali “passaggi” ad altre mansioni, orizzontali o verticali. Specie ora che ho scelto il part-time.
Ma sarebbe un problema se non avessi passioni e sogni.
Poiché ce li ho, penso che in Italia solo un “libero professionista” (come in modo spregiativo qualche collega mi ha apostrofato per i mortificanti ritardi e permessi che sono costretta a prendere per gestire il precario equilibrio vita-lavoro) possa permettersi di realizzarsi appieno lavorativamente e fare “tutto il resto”, (soprattutto la madre) al massimo.
Solo un libero professionista, quando il figlio di sei anni che ha  solo un genitore come riferimento, torna a casa con febbre a 39 e vomito e ti prega di restare con lui il giorno seguente, ti prega di non lavorare, può decidere di spostare tutto e non perdere soldi e professionalità, e fare la madre.

E’ per questo che non ho smesso mai di studiare, e non mi arrendo, nonostante l’età.
Per fare di mio figlio un bambino felice e della madre una donna realizzata.

20160315_222849.jpg

#work #women #worklifebalance  #donne #lavoro